Mindhunter – Stagione 2 1


Mindhunter – Stagione 2Si è parlato molto bene della prima stagione di Mindhunter, un progetto ambizioso che intende raccontare la nascita della psicologia criminale e del profiling di serial killer attraverso una trama che mescola realtà e fiction; ambizione che viene confermata anche dai nomi altisonanti alle sue spalle – in primis quello di David Fincher alla regia e Charlize Theron in veste di produttrice esecutiva – e dal particolare stile visivo e narrativo che hanno portato lo show ad essere uno dei più apprezzati della piattaforma Netflix.

Il primo ciclo di episodi aveva puntato molto sulle figure dei due protagonisti, gli agenti dell’FBI Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany), sbilanciandosi decisamente verso il primo, più giovane, più intraprendente e con un carattere riservato e a dir poco ambiguo che ultimamente va molto di moda nella scrittura dei personaggi maschili in tv. Ovviamente un ruolo di primissimo piano lo hanno avuto i soggetti che Holden e Bill andavano a intervistare: i serial killer hanno da sempre un fascino particolare nell’immaginario collettivo, figure di criminali razionali delle quali si vuole scandagliare la mente per andare a individuare le ragioni profonde che li spingono a cercare le loro vittime. È proprio questo uno dei motivi del successo della prima stagione di Mindhunter, trascinata, oltre che da un cast molto valido, anche e soprattutto dalla gestione dei dialoghi e del confronto con i “mostri” dei quali lo spettatore è avido di conoscere ogni dettaglio. Non per niente una delle strategie pubblicitarie più usate da Netflix per promuovere il secondo ciclo di episodi è stata quella di sottolineare la presenza di uno degli psicopatici più noti del ventesimo secolo, Charles Manson, un nome che non ha certo bisogno di presentazioni.

Mindhunter – Stagione 2La trama della stagione riprende esattamente da dove era terminata la precedente, con il crollo psicologico di Holden Ford causato dal rapporto pericoloso che l’agente aveva instaurato con Ed Kemper, il killer delle studentesse. La struttura narrativa, tuttavia, parte nuovamente concentrandosi sul più giovane dei due agenti ma, con grande sorpresa, lo mette lentamente sempre più in disparte per focalizzarsi su Bill e sulle difficoltà che affronta barcamenandosi tra le disgrazie familiari e un lavoro che mette a dura prova la sua tenuta psicologica. Sullo sfondo si assiste ad una piccola rivoluzione in seno ai ruoli di comando a Langley e ad una sottotrama relativa ad approfondire Wendy (Anna Torv) e la sua vita privata, interessante per il personaggio in sé e per mostrare la difficoltà e il disagio nel dover tenere giocoforza nascosto il proprio orientamento sessuale nell’ambiente lavorativo, ma decisamente un’appendice rispetto al fulcro della narrazione stagionale.

La seconda metà di questa seconda stagione sposta l’attenzione su Atlanta e sulla ricerca di un serial killer le cui vittime sono bambini afroamericani; è il primo grande caso per l’unità di scienze comportamentali e il nuovo direttore Ted Gunn (Michael Cerveris, Fringe) non vuole farsi scappare l’occasione di portare il loro metodo di indagine ad essere decisivo per la cattura di un criminale con copertura a livello nazionale. Intorno a questo caso si condensano alcuni dei temi più interessanti sollevati dalla scrittura: le tensioni razziali agli albori degli anni Ottanta e la minore età delle vittime, che si ricollega alla sottotrama del figlio di Bill, coinvolto proprio in un omicidio. Per quanto riguarda il primo non c’è dubbio che Atlanta abbia rappresentato l’occasione migliore per gli autori per sviluppare questo tema, ben gestito e integrato nell’indagine, anche a causa dell’ingenuità dell’agente Ford a riguardo: Holden, infatti, mantiene la testardaggine e il bigottismo che già aveva mostrato nella prima stagione, convinto delle proprie idee – che poi molte volte si rivelano anche esatte – e determinato a perseguirle fino in fondo, non curandosi dei consigli altrui o della possibilità di vagliare strade diverse da quelle che ha scelto di intraprendere. Per lui il profiling è l’unica cosa che conta e se i suoi studi hanno portato a identificare l’assassino come un uomo di colore non c’è motivo per cui non si debba sapere, persino in una situazione totalmente instabile come l’Atlanta di fine anni Settanta.

Mindhunter – Stagione 2Il discorso sui bambini e sul parallelo tra la vita di Bill e il caso del killer di Atlanta è diverso; l’agente dell’FBI, infatti, deve far fronte ad una situazione personale critica, poiché il figlio adottivo è complice dell’omicidio per crocifissione di un suo coetaneo, un evento che scuote tremendamente la moglie Nancy e tutta la comunità in cui vivono. Sebbene tutta la vicenda sembri molto forzata e funzionale unicamente a mettere Bill in una situazione scomoda ma legata in modo inquietante al suo lavoro, in generale bisogna dire che funziona e che contribuisce alla sua caratterizzazione mostrando un uomo apparentemente rude ma con un animo gentile, disposto ad aiutare Holden nel momento del bisogno – mantenendo il suo segreto – e che ha realmente a cuore la sua famiglia; è questo uno dei motivi per cui si sente impotente di fronte alla situazione e alle giustificate lamentele della moglie, terrorizzata almeno quanto lui dalla situazione e desiderosa di trasferirsi per lasciarsi alle spalle tutto. Come se non fosse abbastanza, anche il caso che segue ad Atlanta riguarda dei bambini uccisi, un parallelo che grava con ancora più forza sulle spalle di Bill, specialmente a causa della lunghissima indagine e dello sconforto prolungato per il non riuscire a catturare il criminale, un’altra situazione che è costretto ad osservare impotente e rassegnato.

Per concludere, la seconda stagione di Mindhunter è un prodotto ottimamente confezionato da Netflix, con una scrittura che dà il meglio di sé nelle interviste e nei dialoghi con i serial killer; purtroppo tutta la parte finale ambientata ad Atlanta poteva essere gestita in modo migliore, in minor tempo e con meno divagazioni che portano ad un leggero calo di interesse. Un piccolo neo che però non intacca un meccanismo ormai ben oliato che anche a due anni di distanza dalla sua prima esecuzione ha confermato la sua efficacia; a questo punto resta da chiedersi quale sia la molla che, come i colleghi di Bill nel primo episodio della stagione, porta noi persone comuni ad andare alla ricerca dei dettagli più macabri e interessanti della vita criminale di soggetti disturbati. Che sia anche questa una perversa forma di intrattenimento? Un modo per “uscire” dalle vite normali e monotone che conduciamo ed essere partecipi, per quei pochi secondi, di un’affascinante “anormalità”?

Voto stagione: 8

Condividi l'articolo
 

Informazioni su Davide Tuccella

Tutto quello che c'è da sapere su di lui sta nella frase: "Man of science, Man of Faith". Ed è per risolvere questo dubbio d'identità che divora storie su storie: da libri e fumetti a serie tv e film.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Un commento su “Mindhunter – Stagione 2

  • Boba Fett

    Mindhunter (il saggio letterario) nasce sulla scia dell’enorme successo de Il Silenzio degli Innocenti; l’opera di Thomas Harris, che di fatto inventò lo psycho-thriller, aveva tutti quegli elementi poi clonati senza originalità da decine di libri e di film a seguire. La serie purtroppo non fa eccezione. Ma mentre la prima stagione mi aveva incuriosito anche grazie ad un meccanismo e ad uno stile alla The X-Files (gli agenti costretti a lavorare in uno scantinato, l’incarico dall’alto affidato al più navigato di tenere a bada il collega più giovane, le atmosfere cupe e uggiose…) e a quel confronto con gli assassini seriali (ma ahimè, dopo Hannibal the Cannibal sembrano tutti dei pivelli), questa seconda annata mi ha davvero deluso. Meno confronti (il fulcro del libro) nonostante l’agognato incontro con Menson e più aria fritta, con le insopportabili vicende personali dei protagonisti. Per poi chiudere in bruttezza con la frettolosa soluzione o meno del caso di Atlanta. Salvo le interpretazioni dei protagonisti a partire da McCallany e i cold-opening sulla nascita e la crescita del prossimo serial killer.