
Il primo ciclo di episodi aveva puntato molto sulle figure dei due protagonisti, gli agenti dell’FBI Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany), sbilanciandosi decisamente verso il primo, più giovane, più intraprendente e con un carattere riservato e a dir poco ambiguo che ultimamente va molto di moda nella scrittura dei personaggi maschili in tv. Ovviamente un ruolo di primissimo piano lo hanno avuto i soggetti che Holden e Bill andavano a intervistare: i serial killer hanno da sempre un fascino particolare nell’immaginario collettivo, figure di criminali razionali delle quali si vuole scandagliare la mente per andare a individuare le ragioni profonde che li spingono a cercare le loro vittime. È proprio questo uno dei motivi del successo della prima stagione di Mindhunter, trascinata, oltre che da un cast molto valido, anche e soprattutto dalla gestione dei dialoghi e del confronto con i “mostri” dei quali lo spettatore è avido di conoscere ogni dettaglio. Non per niente una delle strategie pubblicitarie più usate da Netflix per promuovere il secondo ciclo di episodi è stata quella di sottolineare la presenza di uno degli psicopatici più noti del ventesimo secolo, Charles Manson, un nome che non ha certo bisogno di presentazioni.

La seconda metà di questa seconda stagione sposta l’attenzione su Atlanta e sulla ricerca di un serial killer le cui vittime sono bambini afroamericani; è il primo grande caso per l’unità di scienze comportamentali e il nuovo direttore Ted Gunn (Michael Cerveris, Fringe) non vuole farsi scappare l’occasione di portare il loro metodo di indagine ad essere decisivo per la cattura di un criminale con copertura a livello nazionale. Intorno a questo caso si condensano alcuni dei temi più interessanti sollevati dalla scrittura: le tensioni razziali agli albori degli anni Ottanta e la minore età delle vittime, che si ricollega alla sottotrama del figlio di Bill, coinvolto proprio in un omicidio. Per quanto riguarda il primo non c’è dubbio che Atlanta abbia rappresentato l’occasione migliore per gli autori per sviluppare questo tema, ben gestito e integrato nell’indagine, anche a causa dell’ingenuità dell’agente Ford a riguardo: Holden, infatti, mantiene la testardaggine e il bigottismo che già aveva mostrato nella prima stagione, convinto delle proprie idee – che poi molte volte si rivelano anche esatte – e determinato a perseguirle fino in fondo, non curandosi dei consigli altrui o della possibilità di vagliare strade diverse da quelle che ha scelto di intraprendere. Per lui il profiling è l’unica cosa che conta e se i suoi studi hanno portato a identificare l’assassino come un uomo di colore non c’è motivo per cui non si debba sapere, persino in una situazione totalmente instabile come l’Atlanta di fine anni Settanta.

Per concludere, la seconda stagione di Mindhunter è un prodotto ottimamente confezionato da Netflix, con una scrittura che dà il meglio di sé nelle interviste e nei dialoghi con i serial killer; purtroppo tutta la parte finale ambientata ad Atlanta poteva essere gestita in modo migliore, in minor tempo e con meno divagazioni che portano ad un leggero calo di interesse. Un piccolo neo che però non intacca un meccanismo ormai ben oliato che anche a due anni di distanza dalla sua prima esecuzione ha confermato la sua efficacia; a questo punto resta da chiedersi quale sia la molla che, come i colleghi di Bill nel primo episodio della stagione, porta noi persone comuni ad andare alla ricerca dei dettagli più macabri e interessanti della vita criminale di soggetti disturbati. Che sia anche questa una perversa forma di intrattenimento? Un modo per “uscire” dalle vite normali e monotone che conduciamo ed essere partecipi, per quei pochi secondi, di un’affascinante “anormalità”?
Voto stagione: 8

Mindhunter (il saggio letterario) nasce sulla scia dell’enorme successo de Il Silenzio degli Innocenti; l’opera di Thomas Harris, che di fatto inventò lo psycho-thriller, aveva tutti quegli elementi poi clonati senza originalità da decine di libri e di film a seguire. La serie purtroppo non fa eccezione. Ma mentre la prima stagione mi aveva incuriosito anche grazie ad un meccanismo e ad uno stile alla The X-Files (gli agenti costretti a lavorare in uno scantinato, l’incarico dall’alto affidato al più navigato di tenere a bada il collega più giovane, le atmosfere cupe e uggiose…) e a quel confronto con gli assassini seriali (ma ahimè, dopo Hannibal the Cannibal sembrano tutti dei pivelli), questa seconda annata mi ha davvero deluso. Meno confronti (il fulcro del libro) nonostante l’agognato incontro con Menson e più aria fritta, con le insopportabili vicende personali dei protagonisti. Per poi chiudere in bruttezza con la frettolosa soluzione o meno del caso di Atlanta. Salvo le interpretazioni dei protagonisti a partire da McCallany e i cold-opening sulla nascita e la crescita del prossimo serial killer.
Mindhuntrer non ha nulla a che vedere con X-Files o Hannibal. Non vuole intrattenere con argomenti morbosi, che a quanto pare è ciò che che t’interessa: vuole parlare di ciò che EFFETTIVAMENTE esiste. Per me i suoi lati migliori sono l’attinenza ai fatti e la resa attoriale dei serial killer: se vai a vedere gli “originali”, fa venire davvero i brividi
Gli psychokiller alla Il Silenzio Degli Innocenti semplicemente non esistono, e se è stata una bella trovata letteraria negli anni ’90, oggi ha fatto davvero il loro tempo
L’unico neo di questa seconda stagione, secondo me, è l’insulsa sottotrama con la Torv: non è neanche malaccio di per sé, ma s’incastra zero col resto del racconto
Ho citato gli X-Files solo per quel meccanismo fatto di bastoni fra le ruote all’interno dell’FBI e per il mood, tra l’altro non a caso visto che Chris Carter si era palesemente ispirato al film di Demme per la sua opera. Verissimo che questa serie non è tratta da un romanzo, ma da un bel saggio che racconta la vera genesi della investigazione nel campo degli omicidi seriali, però non lo fa certo con realismo come dici tu: gli assassini dentro e fuori le carceri sono, più o meno, rappresentati esattamente come il “non reale” Lecter. Quel che secondo me manca a questa serie e in particolare modo a questa seconda stagione, non è il morboso come dici tu, ma più semplicemente il pathos.
E’ una “perversa forma d’intrattenimento” se sei un buzzurro (e, per quel che mi riguarda, la ragione del suo successo); è un giustificatissimo interesse per lo scandagliamento dell’animo umano per le persone più curiose e che trattano l’essere umano come qualcosa da scoprire e non da giudicare: Mindhunter è una serie abbastanza antispettacolare e mi piace pensare che, coscienti dell’esistenza dei buzzurri e dei sicuri introiti, abbia osato attenersi di più ai fatti per rivolgersi anche a gente come me (o al sempre puntuale Tuccella).
Avercene
Pur essendo stata una stagione godibile per i motivi che sono stati già sviscerati nella recensione e nei commenti precedenti, è abbastanza palese quanto soffra dello stesso male di cui hanno sofferto altre serie blasonate di questi anni dopo eccellenti prime stagioni. Per salvarsi, Mindhunter deve andare avanti con più decisione e senza tentennamenti (una volta che si sceglie il caso di Atlanta, beh, lo si faccia fino in fondo, e invece è come se non ci avessero creduto abbastanza) nel racconto delle investigazioni negli Stati Uniti sui serial Killer (magari lo faranno in modalità Deuce, cioè con salti temporali, chissà). E inserendo i dialoghi con i serial killer all’interno di schemi narrativi nuovi per non condannarli alla ripetitività. Invece le vicende private dei personaggi reggono a fatica e si reggono soprattutto sul carisma degli attori protagonisti. Peccato per la Torv così sprecata!… non la vedevo dai tempi memorabili di Fringe ed è ancora più brava e bella.