
Nella cittadina di Cherokee City, Georgia, il detective Ralph Anderson (Ben Mendelsohn) indaga sul caso peggiore che gli sia mai capitato: il brutale omicidio dell’undicenne Frankie Peterson, vittima di sevizie e brutalità inimmaginabili. Un caso così scioccante va risolto in fretta per tranquillizzare l’opinione pubblica, ma per il detective diventa da subito una questione personale, una vendetta da consumare ad ogni costo. Gli indizi e le testimonianze raccolte portano tutti ad un solo nome: Terry Maitland (Jason Bateman), allenatore della squadra di baseball e cittadino benvoluto dalla comunità. Ralph parte subito alla carica per fare giustizia e arresta Terry di fronte all’intera cittadinanza per impartirgli una punizione esemplare, ma il suo gesto eclatante è il primo passo per una discesa agli Inferi dell’intero paese, e un’indagine apparentemente risolta in partenza si rivela presto ben più complessa e inquietante del previsto.
Nella prima mezz’ora di “Fish in a Barrel” possiamo notare subito come il cuore tematico della storia tocchi due argomenti molto cari a Richard Price: le storture congenite del sistema giudiziario americano e l’innata propensione dell’opinione pubblica verso i giudizi sommari. Proprio come in The Night Of, quando gli ingranaggi della giustizia cominciano a muoversi Terry rimane sempre nella posizione di colpevole fino a prova contraria, individuo alla mercé di un sistema tutto proteso a punire i suoi bersagli piuttosto che a cercare la verità dietro ai crimini commessi. Correttezza e imparzialità sono opzioni non contemplate, e il detective Anderson è il primo mosso più da istinto personale che dal senso del dovere: sul suo capo aleggia lo spirito del figlio Derek, morto di cancro anni prima e allievo di baseball di Terry in passato, e la sua sete di giustizia appare come una rivalsa verso l’ingiustizia divina che gli ha strappato il figlio dalle braccia. È uno scenario umano infestato dalle privazioni e dal lutto quello che The Outsider vuole mettere in scena, una comunità pronta a gettarsi sulla prima vittima sacrificale che capita per colmare il vuoto dentro di sé, inconsapevole degli esiti (auto)distruttivi di tale condotta.

Per i fan di Stephen King il primo collegamento mentale porterà certamente a La metà oscura, racconto portato sullo schermo da George A. Romero in cui il protagonista si ritrovava a dover fare i conti con il proprio pseudonimo malvagio; al di là della soluzione del mistero, però, gli archetipi kinghiani emergono all’interno della storia senza prendere il sopravvento, ma anzi fondendosi alla perfezione con l’approccio duro e diretto di Richard Price. La provincia assurta a luogo origine del Male assoluto, le imprevedibili pulsioni violente della massa e l’oscurità celata dietro alla maschera della rispettabilità: tanta carne al fuoco in una singola ora di televisione gestita con mano salda e decisa nel creare una specifica atmosfera e un senso di confusione strisciante che accompagna lo spettatore dall’inizio alla fine. Oltre agli evidenti meriti degli autori sopracitati, è necessario però soffermarsi sul prezioso lavoro fatto da Jason Bateman, qui nella tripla veste di attore, regista e produttore esecutivo.

Voto: 8½
