Mr. Robot – L’ultima frontiera della TV d’autore


Mr. Robot - L’ultima frontiera della TV d’autoreCosa pensare di Mr. Robot dopo quattro stagioni, un percorso complesso e non sempre apprezzato alle spalle? Impossibile dirlo in due parole, perché la serie di USA Network ha avuto un’evoluzione non semplice da analizzare e ha affrontato una vasta gamma di questioni, spesso in maniera inaspettata e imprevedibile, rischiando costantemente di perdere il proprio pubblico.

A conti fatti, quindi, conclusa definitivamente la serie, se c’è una cosa che possiamo sostenere senza dubbio alcuno è che di certo a Sam Esmail non è mancato il coraggio.
Nelle quattro stagioni andate in onda, infatti, Mr. Robot è stata una serie capace di rischiare sia sul piano formale che su quello narrativo, spingendo la serialità televisiva verso i suoi limiti, non esitando mai a sperimentare.  Se la prima stagione è stata quella della novità, del racconto della rivoluzione dal basso, quella degli hacker e dell’attacco anticapitalista contro i poteri forti, nelle tre annate successive Esmail ha potuto ampliare notevolmente il discorso, facendo della serie un universo narrativo molto più complesso.
Il Golden Globe come miglior serie drammatica vinto dalla prima stagione ha infatti conferito all’autore un credito che ovviamente non aveva inizialmente, tale da permettergli di imprimere una svolta profondamente autoriale a allo show, osando molto di più sulla messa in scena fino a realizzare episodi formalmente estremi e che saranno ricordati per sempre sui manuali di televisione.

Mr. Robot - L’ultima frontiera della TV d’autoreDalla seconda stagione, infatti, Mr. Robot ha esasperato sempre di più le proprie caratteristiche distintive, mettendo leggermente da parte il suo lato politico per esplorare una serie di temi molto più ampia, andando dal rapporto padre figlia/o all’instabilità psicofisica, dai traumi infantili a quelli che si subiscono durante la detenzione, dall’impatto della cultura misogina contemporanea sulle donne (si vedano i personaggi di Darlene e Dom) alla rappresentazione di un personaggio transgender che è al contempo villain e martire, frutto del capitalismo sfrenato e vittima di quest’ultimo.
Se la televisione è anche qualcosa che deve tenerti incollato allo schermo episodio dopo episodio, che deve farti tornare ad accendere il televisore ogni settimana, allora i twist narrativi risultano molto spesso un espediente fondamentale, quella cosa che dà brio al racconto a rinvigorisce una struttura fatta di pause e accelerazioni, di variazioni sul tema, approfondimenti e avanzamenti narrativi inaspettati. Mr. Robot è stata una serie capace di offrire svolte narrative imprevedibili sin dall’inizio, amplificandone sempre di più il ruolo: si scopre che Elliot e Mr. Robot sono la stessa persona, che gran parte di una stagione era solo la proiezione del protagonista immobilizzato in carcere, che non esistono solo due personalità del protagonista, che Angela è la figlia di Price, che Elliot è stato più volte abusato dal padre e così via. Quando parleremo nei prossimi anni di Mr. Robot non potremo fare a meno di raccontare la capacità di Sam Esmail di tenere insieme un racconto organico, complesso e coerente pur mantenendo un numero e un’imprevedibilità di twist narrativi decisamente fuori dalla media.

Se sul piano narrativo Esmail è andato sempre ad altissima velocità, su quello formale non è stato certo da meno, dando vita a cose così bizzarre da stagliarsi in maniera indelebile nella nostra memoria, come l’episodio quasi interamente girato e narrato come se fosse una sit-com degli anni Ottanta. In generale, ciascuna stagione ha avuto i suoi picchi di sperimentazione, dimostrazioni plastiche di un regista che non solo sa come usare la macchina da presa, ma che ha anche un controllo incredibile del racconto e riesce a fare cose estremamente ambiziose senza perdere il timone della narrazione.
Mr. Robot - L’ultima frontiera della TV d’autoreQuest’anno, ad esempio, abbiamo assistito a uno dei momenti più radicali della storia della televisione, perché a partire da un pretesto narrativo decisamente credibile (l’impossibilità di parlarsi visto il rischio intercettazioni) Esmail ha costruito un episodio interamente muto, girato senza alcun dialogo eccetto una linea che apre e chiude la puntata e che anticipa in maniera ironica l’assenza di conversazioni. Si tratta di uno dei vertici della quarta stagione di Mr. Robot, non solo per la difficoltà dell’ideazione e della realizzazione, ma anche perché in questo modo e senza causare traumi all’organicità del racconto l’autore allarga le potenzialità dell’audiovisivo e dimostra come si possa raccontare una storia in maniera efficace senza per forza spiegare tutto con le parole.

Al termine di una stagione di eccezionale qualità è possibile fare il punto sulla serie, su ciò che davvero voleva dire e sulle capacità del suo autore di intavolare una riflessione non solo politica ma anche teorica, sia per quanto riguarda alcune questioni affrontate nel corso delle stagioni, sia per quanto riguarda la natura stessa della serialità televisiva.
Nonostante inizialmente la serie potesse sembrare un racconto contro il potere, una storia interessata soprattutto a descrivere l’oppressione e la costrizione causate da un certo sistema economico-tecnologico, Mr. Robot con il passare degli anni si è rivelata qualcosa di diverso, affondando sempre di più le radici nella testa del protagonista e facendo in questo modo del lato insurrezionale solo una parte di una riflessione più ampia. La serie, a posteriori, si rivela essere una profondissima analisi di una persona piena di contraddizioni e traumi, un’indagine accurata sulla salute mentale, sui disturbi di personalità, sulle loro cause e sulle modalità migliori per affrontarli.
Il punto di svolta principale da questo punto di vista arriva in un episodio anch’esso particolarmente sperimentale, tutto ambientato in una camera e diviso in vari atti, che nell’ambito di una seduta di terapia fa emergere il principale trauma del protagonista, ovvero gli abusi subiti dal padre che hanno segnato in maniera indelebile il suo equilibrio psicofisico, causa principale della generazione dei suoi alter ego e dei mondi nei quali questi si muovono.

Mr. Robot - L’ultima frontiera della TV d’autoreUno dei lasciti principali di Mr. Robot è legato al concetto di autorialità in televisione, perché in un mondo in cui ormai da diversi anni si tende a sottolineare in modo miope le evoluzioni della serialità televisiva associandole a un avvicinamento al cinema, esaltando la messa in scena di tipo cinematic e soprattutto le narrazioni che tendono a stirare i racconti orizzontali per dar vita a film lunghissimi diretti da autori cinematografici, la serie di Sam Esmail prende una direzione completamente diversa e sicuramente più interessante.
Se c’è una cosa che Mr. Robot non è, è un 10-hour movie, perché non cerca in alcun modo di assomigliare al cinema, pur essendo tra le serie più ambiziose sia dal punto di vista narrativo e formale. Esmail sceglie invece di esaltare i singoli aspetti della serialità televisiva, dando autonomia a tanti episodi e facendo di questi ultimi lo spazio in cui sperimentare, pur rimanendo all’interno di un racconto organico nel quale i momenti di innovazione formale sono spesso essenziali agli obiettivi generali della stagione.
Tutto questo si è tradotto nella quarta e ultima stagione della serie in un vertice creativo abbastanza unico, persino per le abitudini già eccezionali di Mr. Robotperché la conclusione della stagione riesce a dare senso all’intero percorso dello show; perché l’ultimo e destabilizzante twist finale ricorda come la generazione di mondi narrativi a incastro abitati dalle personalità di Elliot sia stato un espediente perfetto per esplorare le qualità principali della serialità televisiva e in particolare la capacità di moltiplicare e intrecciare storie differenti che ha una testualità così estesa e persistente nel tempo e nello spazio.

Di questo non possiamo che essere grati a Sam Esmail, un autore che si è preso tantissimi rischi anche a costo di perdere milioni di spettatori per strada e di non incontrare (almeno temporaneamente) il favore della critica, ma che così facendo è riuscito a muoversi all’interno delle regole del racconto seriale spostando l’asticella dell’innovazione sempre più in alto, congedandosi con una stagione conclusiva che dà senso a tutto il resto e che invita a riguardare la serie dall’inizio. C’è davvero un modo per concludere una serie migliore di quello di lasciare gli spettatori con la voglia di ricominciare da capo?

Condividi l'articolo
 

Informazioni su Attilio Palmieri

Di nascita (e fede) partenopea, si diploma nel 2007 con una tesina su Ecce Bombo e l'incomunicabilità, senza però alcun riferimento ad Alvaro Rissa. Alla fine dello stesso anno, sull'onda di una fervida passione per il cinema e una cronica cinefilia, si trasferisce a Torino per studiare al DAMS. La New Hollywood prima e la serialità americana poi caratterizzano la laurea triennale e magistrale. Attualmente dottorando all'Università di Bologna, cerca di far diventare un lavoro la sua dipendenza incurabile dalle serie televisive, soprattutto americane e britanniche. Pensa che, oggetti mediali a parte, il tè, il whisky e il Napoli siano le "cose per cui vale la pena vivere".

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.