
La serie creata a otto mani dal premio Oscar Akiva Goldsman, Michael Chabon, Kirsten Beyer e Alex Kurtzman – che naviga nell’universo di Star Trek dai tempi del primo film di J.J. Abrams – riesce nel difficile compito di costruire un prodotto in grado di onorare le decine di puntate e film che raccontano le vicende dell’equipaggio di The Next Generation, senza mai però contare troppo sull’effetto nostalgia. Sarebbe infatti impossibile di fronte a un pezzo così importante della cultura pop evitare in toto ogni richiamo, soprattutto quando una delle tematiche più importanti della stagione è il rapporto che Picard ha con il passato e in particolare con l’androide Data, sacrificatosi per salvare il capitano.
È innegabile che aver visto tutto renda l’esperienza molto più appagante – in particolare quando Picard incontra nuovamente i vecchi membri dell’equipaggio – ma va anche detto che siamo di fronte a figure che hanno lasciato un’impronta fortissima sulla cultura pop e molti dei volti – Picard in primis – sono conosciutissimi. L’ottimo lavoro fatto in fase di scrittura reintroduce in maniera perfetta questi personaggi trasmettendo in tutto e per tutto il loro valore anche a chi ha poca familiarità con la saga di Star Trek, supportato dalla splendida interpretazione di Patrick Stewart.

Così come Picard, tutti i membri dell’equipaggio si dividono tra la missione alla ricerca di Soji e il confronto con i fantasmi del passato, che in un modo o nell’altro appaiono sul cammino dei personaggi e che gli impediscono di entrare in una nuova fase della loro vita. Certo, nulla di rivoluzionario dal punto di vista narrativo, ma anche in questo caso la writers’ room si dimostra molto attenta nel suo lavoro e dà sufficiente spazio a ogni personaggio e all’influenza dei loro ricordi sul presente, e per questo nel momento in cui viene raggiunta la catarsi l’impatto emotivo è perfettamente riuscito.
La serie ha anche il merito di non aver paura di rallentare il ritmo per dare spazio ai personaggi e preparare con la giusta calma gli eventi che mettono in moto il racconto. L’esempio più lampante è la scelta di partire con un arco di ben tre episodi prima ancora che la missione parta realmente. Una scelta quasi atipica in un panorama televisivo – e non solo – in cui si è quasi sempre costretti a giocarsi le carte migliori all’inizio per paura di perdere una fetta di pubblico importante. Sarà che c’è sempre la sicurezza di poter contare sui milioni di fedelissimi Trekkie, ma Picard non dà mai la sensazione di voler accelerare e, anche quando le cose entrano nel vivo, la serie trova sempre il tempo per ricordarci che al centro della storia ci sono le persone.

Naturalmente tutto il lavoro fatto in fase scrittura sarebbe vano se a interpretarlo non ci fosse un ottimo cast, e oltre al già citato Patrick Stewart – sul quale c’è poco da aggiungere – tutti gli altri si calano perfettamente nella parte e rendono giustizia al lavoro degli autori. Dagli ex membri della Flotta Stellare Rios e Raffi fino al Romulano Elnor – che con un nome più simile alle popolazioni elfiche di Tolkien non nasconde le molte similitudini con Legolas – e alla dottoressa Alison Pill, anche con il casting la produzione ha fatto centro.
La parte della stagione forse meno riuscita è il finale. Non tanto per la risoluzione del grande mistero al centro di questa prima stagione che comunque è stato gestito ottimamente, quanto per il modo in cui si conclude il percorso di Picard. La scena della sua morte è molto toccante, soprattutto quando vediamo la reazione di tutte le persone che lo hanno accompagnato lungo questo viaggio, e per un attimo sembra davvero che la prima stagione di Star Trek: Picard sia la missione finale di un uomo con un male incurabile che cerca un’ultima possibilità per trovare pace con il passato, ma la decisione di riportarlo in vita come androide lascia qualche dubbio.

La prima stagione è comunque promossa a pieni voti, forte di un ottimo cast con un Patrick Stewart in grande forma, una scrittura attenta, e una messa in scena di alto livello con effetti visivi – soprattutto nel finale – che mostrano i passi da gigante fatti sul fronte tecnologico per portare anche sul piccolo schermo epiche battaglie nello spazio. La seconda stagione è già stata confermata ma della storia non si sa nulla, anche se è facile immaginare che molti dei filoni narrativi lasciati in sospeso – in primis Oh e il Romulani – torneranno ad avere un ruolo fondamentale. Anche grazie al lavoro fatto con Discovery, la sensazione è che il franchise sia in buone mani e, Picard androide a parte, Star Trek promette “To boldly go where no one has gone before”.
Voto stagione: 7 ½
