
Creata da Dahvi Waller (co-produttore e sceneggiatore, tra le altre cose, della celebre Mad Men), Mrs. America decide di raccontare questa battaglia mettendo in scena le argomentazioni e, soprattutto, le vite quotidiane delle personalità che compongono le due fazioni che si fronteggiano: da un lato abbiamo una schiera di donne decise ad abbattere le ingiustizie del gender gap, come Gloria Steinem (Rose Byrne), celebre fra le icone femministe che hanno caratterizzato le battaglie di quegli anni; dall’altro lato abbiamo la parte conservatrice che si è battuta con altrettanta forza per impedire l’approvazione dell’emendamento.
Una delle scelte più interessanti di questo show è stata proprio quella di impostare il racconto mettendo in luce anche il punto di vista conservatore, attraverso la vita e le azioni politiche di Phyllis Schlafly (Cate Blanchett), protagonista indiscussa di questo pilot e, storicamente, una delle figure più controverse di quegli anni, in quanto si è strenuamente battuta contro l’emendamento fondando il movimento Stop ERA.
Don’t forget to smile.

È ciò che accade con la rappresentazione della Schlafly, che soltanto in un secondo momento si dedica ai primi passi della sua ascesa politica in campo anti femminista: la narrazione, infatti, introduce il personaggio mostrandocelo nella sua vita quotidiana, nell’intimità (o nell’assenza di questa) della sua casa, nel rapporto e nella subordinazione al marito Fred (John Slattery) e, soprattutto, nella sua spasmodica ricerca di potere e di autonomia che, proprio in quanto donna, le è costantemente negata. Il pilot di Mrs. America brilla proprio per come è riuscito ad usare la narrazione dedicata a Phyllis per rappresentare, attraverso di lei, la posizione generale delle donne dell’epoca, le costanti regole e pressioni sessiste a cui sono sottoposte, quel “ruolo” a loro dedicato e imposto, di cui è impossibile o quasi liberarsi. Un ruolo che sarebbe impossibile da sradicare anche per quelle donne che, come lei, hanno una vita più agiata e si trovano in una posizione di privilegio maggiore rispetto a tante altre.
Intelligentemente il pilot, infatti, decide di inserire le questioni femministe solo in un secondo momento nella vita di Phyllis, introducendoci quest’ultima come una donna che, a prescindere dalle sue opinioni personali, è interessata e, soprattutto, informata riguardo le questioni politiche del proprio paese. Tuttavia, le sarebbe impossibile partecipare a questa stessa vita politica senza l’appoggio economico del marito Fred che, per questa ragione, avrà sempre potere decisionale sulle sorti della moglie: l’ultima parola per ogni cosa che concerne la vita di Phyllis, insomma, spetta sempre a lui (è da ricordare che, fino al 1974, negli Stati Uniti alle donne non era concesso ottenere credito a proprio nome). Inoltre, con alcune scene e dettagli sottili ma significativi, lo show riesce a dimostrare bene anche quanto l’espressione di qualunque opinione da parte delle donne al di fuori della sfera casalinga venga presa in minor considerazione rispetto a quelle maschili e, soprattutto, viene messa in scena brillantemente la costante pressione sottoposta alle donne dal punto di vista estetico: in ogni sua interazione con gli uomini, Phyllis viene sempre valutata in misura di quanto è più o meno piacente allo sguardo maschile e, solo in un secondo momento (se le va bene), verrà preso in considerazione il suo pensiero. La puntata è infatti costellata da battute, giudizi ed approvazioni maschili non richieste sull’aspetto fisico della protagonista e di altre donne, anche e soprattutto quando queste cercano di esprimere argomentazioni che non hanno nulla a che vedere con il proprio corpo.
I’ve never been discriminated against.

Phyllis non è ingenua: si accorge quasi sempre delle discriminazioni a cui è soggetta, eppure è palese la tenacia con cui le nega. Perché, dunque, decide di combattere contro le istanze femministe? Si tratta di un dilemma complesso e che apre strade dalle infinite potenzialità per lo show, che di certo non possono essere sviscerate in una sola puntata. Eppure, questo pilot, nonostante la sua natura introduttiva, mette subito in chiaro la motivazione principale per cui la protagonista decide di intraprendere una guerra così feroce contro le femministe capeggiate da Gloria Steinem. A Phyllis, infatti, non interessa davvero la questione dell’uguaglianza in sé: ciò che più le sta a cuore è il potere. Nella puntata è lapalissiano come la donna inizi ad opinare su questi temi nel momento in cui comprende che fronteggiare il femminismo è l’occasione d’oro per conquistare quella visibilità che prima non è riuscita mai ad ottenere. Il fatto che questa stessa visibilità le sia stata negata in passato proprio perché è una donna costella la puntata di una costante e sottile ironia che risulta tremendamente efficace nel donare spessore alla miniserie e nel renderla così promettente.
Se aggiungiamo a queste premesse incoraggianti una scrittura che si è già dimostrata solida nella sua prima puntata, una regia curata e attenta a sottolineare le sfumature più significative dello show e un cast dalle interpretazioni a dir poco magnetiche, non si può che essere entusiasti di fronte a una miniserie che ha tutta l’aria di imporsi come fra le più promettenti di quest’anno televisivo.
In definitiva, dunque, Mrs. America apre il suo percorso positivamente, con un episodio solido e sfaccettato, capace di colpire subito nel segno e, soprattutto, capace di rendere la sua narrazione testimonianza di un periodo storico di grande importanza e, al tempo stesso, di utilizzare la lente del dramma storico per mettere in scena personaggi stratificati e di grande spessore. Non si può che sperare che continui così.
Voto: 8
