Hollywood – 1×01/02 Hooray For Hollywood & Hooray For Hollywood: Part 2 12


Hollywood – 1×01/02 Hooray For Hollywood & Hooray For Hollywood: Part 2Nel mondo dello spettacolo, così come in molte altre aree della società, progresso ed equità da sempre si sono mossi lentamente e non sono mai andati di pari passo; questa industria è storicamente dominata da uomini bianchi, eterosessuali e cisgender, che raccontano storie filtrate dai loro occhi, componendo implicitamente dei canoni eteronormativi che normalizzano il loro punto di vista sul mondo, tagliando fuori qualsiasi altra versione della realtà. Nel 2020 l’industria cinematografica fa ancora fatica ad offrire una rappresentazione egualitaria della realtà, nonostante la domanda da parte del pubblico sia forte e chiara. Ma come sarebbe oggi questo mondo se i canoni che lo compongono fossero stati messi in discussione settant’anni fa? Cosa sarebbe successo se una marcia per una rappresentazione egualitaria del mondo avesse investito Hollywood nel passato?

Ryan Murphy e Ian Brennan cercano di dare una risposta a queste domande con la miniserie Hollywood, show in sette episodi disponibile dal primo maggio su Netflix; “movies don’t just show us how the world is, they show us how it can be” (i film non ci mostrano solo com’è il mondo, ma anche come potrebbe essere) dice uno dei protagonisti nel secondo episodio dello show, introducendo in questo modo un concetto che diventa una dichiarazione d’intenti da parte dei creatori di Hollywood. La serie, ambientata nella golden age di Hollywood, mette in scena un gruppo di underdog che faranno di tutto per conquistare il mondo del  cinema, che fino a quel momento li aveva esclusi su base razziale e sessuale: incontriamo Jack Castello (David Corenswet, The Politician), veterano, benzinaio e aspirante attore, il punto di partenza dello show, che ci mostra i compromessi e le scorciatoie che un uomo bianco ed etero decide di adottare per avere la sua grande opportunità; Raymond Ainsley (Darren Criss, The Assassination of Gianni Versace) aspirante regista per metà filippino, con l’obiettivo di dare nuova luce alla rappresentazione della comunità asiatica nel cinema; Archie Coleman (Jeremy Pope) aspirante sceneggiatore omosessuale e nero, che sintetizza tutto quello con cui la Hollywood della prima metà del ‘900 non voleva aver a che fare; Camille Washington (Laura Harrier, BlacKkKlansman) giovane attrice afrodiscendente imprigionata in ruoli secondari fortemente basati sul colore della sua pelle; Roy Fitzgerald (Jake Picking, Horse Girl), versione romanzata dell’omonimo attore americano nato nel 1925, che subirà un makeover per iniziare la sua carriera da attore del grande schermo.

Hollywood – 1×01/02 Hooray For Hollywood & Hooray For Hollywood: Part 2La presentazione dei protagonisti è utile per sollevare una prima questione importante sul nuovo lavoro di Ryan Murphy e Ian Brennan, che ci mostra chiaramente quanto sia facile sbagliare pur volendo veicolare un messaggio inclusivo: perché, con un cast così eterogeneo, i due autori decidono comunque di affidare il ruolo di lead all’unico maschio bianco ed etero? Stiamo parlando di Jack, che conquista da solo il primo episodio, mettendosi al centro del racconto sin dai primi minuti. Quanto può essere efficace una critica all’industria cinematografica che fatica a mettere il merito davanti alle differenze sociali, se la critica stessa fa il medesimo errore? Il tono accondiscendente con cui vengono raccontati gli eventi di “Hooray For Hollywood” supportano il comportamento di Jake, che si vede la strada spianata grazie al suo bel viso e ai muscoli. Questo tipo di rappresentazione ha valore solo per creare un background di regole su cui Hollywood si basava – e che tristemente continua a fare – e per giustificare lo scossone al grande ecosistema di pregiudizi del mondo del cinema che lo show ha promesso di creare.

Per farlo i due autori hanno scelto di fare un mashup di Glee e Feud: Bette and Joan, entrambi creati da Ryan Murphy, che prende dal primo l’ispirazione per mettere in scena un gruppo di giovani wannabes che cercano di scalare il mondo dello spettacolo, e dal secondo le atmosfere e il tono del racconto. È chiaro che in questo modo Ryan Murphy e Ian Brennan vogliono creare uno show che è un vero e proprio statement, rendendo estremamente pop e alla moda una storia di speranze e trionfi, in un’era in cui la narrativa LGBTQ+, specialmente negli ultimi anni, ha come filo conduttore la sofferenza. Una rappresentazione positiva di questo mondo, però, non ha affatto bisogno di essere leggera e frivola per conquistare una nuova narrativa; al contrario la miglior cosa che si potrebbe fare per rappresentare in modo nuovo i membri di qualsiasi gruppo marginalizzato è lavorare sulla complessità dei personaggi. Da questo punto di vista Hollywood fa un passo falso, affidandosi a caratterizzazioni piatte e a una storia che nei primi due episodi risulta così prevedibile da non creare nessuna tensione narrativa; neanche l’incontro tra Roy Fitzgerald e il suo agente, interpretato da Jim Parsons (The Big Bang Theory), in “Hooray For Hollywood: Part 2” riesce ad diventare un picco narrativo efficace per traghettarci oltre quello che sembra un lungo pilot che si dipana su due episodi.

Hollywood – 1×01/02 Hooray For Hollywood & Hooray For Hollywood: Part 2L’analisi dei personaggi secondari, che nello show sono coloro che stanno in una posizione di potere, porta alla luce un altro punto debole della critica di Ryan Murphy e Ian Brennan: mancano i cattivi da affrontare. Se l’industria cinematografica è guidata da persone che sono restie all’inclusività, è inutile rappresentare produttori cinematografici e direttori di casting che, in fondo, non sono poi così male. Questo tipo di rappresentazione non è funzionale al racconto del conflitto che ci deve essere stato in quegli anni nel mondo delle produzioni hollywoodiane, ma ci mostra, invece, come sarebbe potuto essere il passato se fosse stato nelle mani dei due showrunner.

Il punto forte di questo show non risiede di certo nei livelli più profondi di lettura, ma senza dubbio Hollywood porta avanti l’estetica classica di Murphy e i dialoghi divertenti e veloci tipici di Glee in modo efficace; la narrazione avanza senza particolari oscillazioni di intensità, ma lo fa in modo veloce e brillante, adempiendo almeno alla sua funzione d’intrattenimento. “Hooray For Hollywood” e “Hooray For Hollywood: Part 2” sono due episodi con molti difetti, ma che lasciano la porta aperta ad una stagione che può migliorarsi sotto tutti i punti di vista. Per questo motivo siamo delusi, ma solo in parte, perché se la caratterizzazione dei personaggi dovesse migliorare, ci troveremmo davanti ad un progetto interessante e complesso; se invece non dovessero farlo, saremmo comunque davanti ad uno show molto godibile e perfetto per il binge watching.

Voto 1×01: 6+
Voto 1×02: 6

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Informazioni su Davide Canti

Noioso provinciale milanese, mi interesso di storytelling sia per la TV che per la pubblicità (in fondo che differenza c'è?!). Criticante per vocazione e criticato per aspirazione, mi avvicino alla serialità a fine anni '90 con i vampiri e qualche anno dopo con delle signore disperate. Cosa voglio fare da grande? L'obiettivo è quello di raccontare storie nuove in modo nuovo. "I critici e i recensori contano davvero un casino sul fatto che alla fine l'inferno non esista." (Chuck Palahniuk)


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12 commenti su “Hollywood – 1×01/02 Hooray For Hollywood & Hooray For Hollywood: Part 2

  • Boba Fett

    Comincio a pensare che il buon Murphy ci racconti sempre la stessa storia. Cambiano i personaggi, le epoche, gli stili, ma ci ripete continuamente il suo condivisibile pensiero come un mantra. Qui sceglie un tono decisamente più naïf, quasi da soap, ma ci sta e il risultato è comunque gradevole (ma non certo indimenticabile) anche se i giovani attori protagonisti non fanno una gran bella figura rispetto alle figure più agée in secondo piano.

     
    • Davide Canti L'autore dell'articolo

      Ciao Boba Fett,
      sono d’accordo con te quando dici che Murphy racconti ormai le stesse storie da anni, ed è per questo che i suoi lavori stanno diventando sempre meno rilevanti all’interno del panorama televisivo di oggi. L’accordo con Netflix è un chiaro segnale dell’abbassamento della qualità della sua produzione. È mio parere che mai come oggi Netflix voglia puntare più sulla quantità che sulla qualità, il numero degli iscritti vince sul grado di soddisfazione e Murphy è servito proprio per portare nuovi iscritti grazie al suo essere estremamente pop e mainstream. Credo che siano almeno sette anni che l’autore non sforni niente che sia degno di nota (i compitini li ha fatti anche dopo, ma sono tutti prodotti che ci siamo già dimenticati).

       
      • Federica Barbera

        Su Hollywood non posso esprimermi perché ho visto solo le prime due e ci sono cose buone e cose meno interessanti, ma dai, Davide, dire che son sette anni che Murphy non sforna niente DEGNO DI NOTA mi pare un po’ eccessivo anche per te che non ami Murphy 😂 American Crime Story? Feud? Possono piacere o meno rispetto a quelli che sono i gusti personali, ma non direi che siano da considerare “prodotti già dimenticati”! Daiiiii, capisco AHS che ogni anno è una scommessa quasi sempre persa, SOPRATTUTTO quando inizia bene, ma sul resto per me sei ingeneroso con Murphy. Ricrediti! Esci da questo corpo!

         
        • Davide Canti L'autore dell'articolo

          Io sono un estimatore del Murphy che non si prende sul serio, perché è in quei casi che ha dato il meglio di sé. Il bello di questo autore è che prende la leggerezza e la rende(va) divertente come pochi hanno fatto. Però da qui a dargli più peso di quello che abbia solo perché tocca temi delicati per il grande pubblico, ci passa un abisso. A me i temi LGBTQ+ stanno molto a cuore e lo ringrazio per aver portato al grande pubblico tanti modelli di questo mondo (“tanti” comunque non vuol dire positivi per la comunità), però credo che non bisogna aver paura di criticare un personaggio gay solo per la paura di offendere la categoria. Non so se mi spiego. In Hollywood, in modo particolare, i personaggi gay sono di una superficialità abissale, a me non interessa che in Hollywood ci siano dieci personaggi omosessuali se poi vengono raccontati in questo modo (lo sceneggiatore e l’attore diventano confidenti dopo un’ora dal primo incontro… la realtà non è così, soprattutto per dei personaggi che evidentemente sono stati scottati in precedenza dalla società in cui vivono e difficilmente apriranno il loro cuore ad un estraneo conosciuto per avere una prestazione sessuale). Stessa cosa per Pose, in cui le protagoniste diventano improvvisamente delle psicologhe che fanno terapia a chiunque incontrino (mi riferisco al pilota con la scena che coinvolge Evan Peters e poi con il personaggio che crea la sua House e prende sotto la sua ala il ballerino). La vita non è così, la realtà non è questa. Murphy lo fa perché crede che questa rappresentazione sia vantaggiosa ai suoi racconti, ma chi prende per buono ogni suo personaggio evidentemente non ha capito che anche i gay sono persone normali, non sono né più sensibili, né più buone degli altri, ed anzi, la sofferenza che hanno provato (sempre che sfortunatamente l’abbiano provata) non viene tramutata in unicorni e arcobaleno per magia. Chi afferma che i commenti negativi siano colpa del patriarcato (*facepalm*) fa solo un favore a se stesso, creando una narrazione dell’universo che fa comodo in primis a chi viene chiamato in giro per parlare di quello. Se devo essere sincero io mi sentirei offeso se qualcuno credesse che Murphy parli di persone vere. E a dire il vero sono anche stanco di sentire gente che dice “uh guarda quel gay com’è carino e coccoloso, gli voglio già bene” perché sembra che si stia parlando di cuccioli di cane. Ripeto, la vita non è come la dipinge Murphy. Chiedo perdono se sembro infervorato, ma se mi si viene a dire A ME che non mi è piaciuto Hollywood per via del patriarcato (non l’ho letto in questa sede, ci tengo a sottolinearlo, ma approfitto di questo sfogo per rispondere a cose che ho letto altrove), allora mi partono mani sulla tastiera.

          Passando agli altri prodotti dell’autore, sono sincero, ne ho visti diversi qualcosa ho apprezzato, ma sempre a livello di intrattenimento. Oggi le uniche cose per cui è ricordato Murphy – ovviamente non da noi che lo seguiamo da anni e ci abbiamo scritto su pagine e pagine – è Glee e American Horror Story, due serie che all’inizio funzionavano perché lui in primis non si prendeva sul serio. Quando ha iniziato a credersi il nuovo genio della TV ha sfornato stagioni di AHS che erano da mani nei capelli (se solo li avessi ancora).

           
        • Federica Barbera

          Momento, momento, momento.
          Capisco lo sfogo per quello che può esserti stato detto in altra sede, ma non è quello che è stato detto qua, quindi cercherò di inquadrare la situazione rispondendoti nel merito di quello che qui è stato scritto e detto.

          Vorrei in particolare riferirmi a Pose, perché che possa non esserti piaciuto qualcosa è lecito, che tu dica che non rappresenta la la vita perché “non è questa” onestamente non è corretto, e non perché è Ryan Murphy, ma perché la serie non è ideata, scritta e sceneggiata da lui e basta. Di mezzo c’è Steven Canals, che è un autore queer afroamericano; c’è Janet Mock, prima autrice e regista trans donna; c’è JENNIE LIVINGSTONE, santo cielo!, autrice del documentario Paris Is Burning (da cui Pose è tratto) e che ha indagato la realtà delle ballroom QUANDO c’erano le ballroom. A naso direi una che ne sa più di me, te e Murphy insieme.
          Ti pare che delle persone che sono pienamente dentro questo discorso possano essere approssimative verso la loro stessa comunità o gli stessi lavori che hanno effettuato sul campo esattamente su quell’argomento? Non è forse più probabile che pieghino il discorso rispetto a una storia che ha un fine, che non è un documentario ma una fiction e che non intende rappresentare in toto la comunità LGBTQ+ ma solo una fetta?

          Posso capire l’arrabbiatura per certi commenti di dubbio gusto, e capisco perfettamente quella relativa a chi difende Murphy a spada tratta perché “è Murphy” ma non è quello che stiamo facendo qui. Murphy ha fatto delle ca**te pazzesche soprattutto con Glee e AHS, e non credo che ci sia alcun timore reverenziale qui che impedisca di dirlo (infatti è stato detto, e più volte). Non sono invece per niente d’accordo sul fatto che siano le uniche cose per cui viene ricordato. Moltissima critica parla ancora di ACStory, sia per la stagione Simpson che per quella Versace. Si parla meno di Feud ma anche perché è andata in onda una sola stagione e il progetto di continuarla e al momento in alto mare. Ma anche di Pose si parla molto, e secondo me a buon diritto.

          Io credo che sia sbagliato però pensare che in tv debba essere raccontato quello che il singolo vuole vedere della comunità LGBTQ+, tacciando tutto il resto di incompletezza. Ma non perché questo discorso si circoscriva alla suddetta comunità, potremmo usarlo per qualunque, QUALUNQUE gruppo di persone. Se un autore decide di rappresentare i ricchi bianchi sempre in un modo, secondo te dobbiamo dedurne che la sua visione di quel mondo sia l’unica disponibile? Non credo, no? Ecco, io non sto dicendo che debba piacerti (ad esempio, basandomi sui primi due episodi di Hollywood sono abbastanza d’accordo con te, anche se meno tranchant e negativa), sto dicendo però che non puoi decidere che quella sia l’unica visione che passa alla gente. Quello è quello che vuole raccontare Murphy, che è una parte della realtà. Hai ragione quando dici che i gay sono persone normali e che è giusto non rappresentarli per forza come degli stereotipi con due gambe, ma io non sono nemmeno così convinta che Murphy li rappresenti sempre così. Ci sono personaggi che lo sono e personaggi che non lo sono (guarda che in Pose ci sono stronzi e stronze vere eh – solo che il messaggio che vuole far passare Murphy e tutta la sua eterogenea crew di autori non è focalizzato su quello. È già abbastanza una merda il mondo che stanno rappresentando, è chiaro che l’intento finale sia quello di portare a una risoluzione almeno affettiva dei conflitti. Io non ci vedo nulla di male e di sicuro non penso con questo che allora tutte le donne trans delle ballroom fossero delle stronze dal cuore di panna. C’è un altro intento dietro, e credo che non fidarsi del fatto che il pubblico lo capisca non sia un problema del pubblico)

           
        • Davide Canti L'autore dell'articolo

          Forse, nella foga di prima, per dire qualche concetto sono passato in modo troppo sbrigativo su qualche altro e non mi sono spiegato, però sulla questione LGBTQ la penso come te. Anche secondo me Murphy vuole rappresentare solo una fetta della comunità, ed è lecito, ci mancherebbe, soprattutto perché lui racconta delle storie e non fa il professore universitario. Ci sta utilizzare dei modelli e degli attori feticcio che, con differenze più o meno marcate, interpretano sempre la stessa categoria di personaggi. Il problema è che:
          1) Murphy propone una sola versione dell’uomo gay da 10 anni
          2) Il pubblico, di conseguenza, pensa che esista solo quella.
          Un po’ come quando la TV italiana ha utilizzato il modello del gay effemminato e isterico per rappresentare (diciamo rappresentare, anche se sarebbe più esatto il termine usare) il mondo LGBTQ. Credo che quel modello debba comunque trovare una rappresentazione in TV perché esiste ed è necessario che acquisti finalmente una dignità (rimanendo così, eccessivo e colorato, senza subire alcun cambiamento), però non esiste solo quello. Se è sbagliato che lo spettatore medio di Canale 5 di 10 anni fa vedeva al Grande Fratello uno con i capelli rosa e lo riempiva d’odio pensando che tutti i gay fossero come lui, è altrettanto errato che un abbonato Netflix di oggi veda il gay dolce e buono di Hollywood e lo innalzi a modello unico. Quello che è sbagliato è che questa categoria umana non trovi comunque una stratificazione, ma venga dopo anni rinchiusa in uno stereotipo che è rappresentativo fino ad un certo punto. Mi sembra che dopo anni di censura, la narrazione del mondo LGBT venga osannata solo perché ora esiste – e lo vedo fare spesso e volentieri da chi non fa parte della comunità. Un po’ come se esistesse un peccato originale da espiare e questo fosse placato dal vedere una qualsiasi rappresentazione LGBT. A me invece non basta che esista UNA narrativa della comunità, io voglio che sia di un certo livello, non mi basta che esista. Credo che questa sia comunque una forma di discriminazione. Non voglio che il personaggio gay sia positivo e amato, voglio che sia vero! Detto questo, ovviamente Murphy è molto di più rispetto alla rappresentazione dei gay ed è libero di fare quello che crede più giusto, però è bene che il pubblico si renda conto che lui parla per se stesso e non di tutti e questo ci tengo a sottolinearlo.

           
        • Federica Barbera

          Condivido larga parte del discorso, ma innanzitutto ribadisco che per me Murphy non ha rappresentato una sola tipologia di gay. È la mia percezione, soggettiva quanto vuoi, ma non possiamo dire che Pray Tell sia uguale a Darren Criss in Acstory o sempre a Criss in Hollywood. Io non li vedo uguali, possono non essere esaustivi (ma non è questo ciò che chiedo né a Murphy né a nessuno, non credo sia fattibile) ma a me uguali uguali non sembrano proprio.

          In secundis, il tuo collegamento per cui “il pubblico, di conseguenza, pensa che esista solo quella” non lo trovo affatto obbligatorio né scontato. Per un mucchio di ragioni, tra cui che non possiamo immaginare che “il pubblico” sia un’entità per forza cretina, e poi perché quello stesso pubblico non è che vede solo Ryan Murphy. Quindi, anche qualora Murphy rappresentasse sempre la solita tipologia di personaggio, grazie al cielo esistono anche altri show e si possono ricevere punti di vista di altri autori. È qui che secondo me salta il ragionamento, perché non è così assoluto come lo vedi tu, a mio avviso.
          Che la narrazione LGBTQ+ venga osannata perché esiste, anche da chi non ne fa parte, perché dovrebbe essere una cosa negativa? Non sarebbe peggio il contrario? Io credo che il pubblico sia più intelligente di quello che pensiamo, e che sia ben consapevole che esattamente come non tutti i ricchi bianchi sono come i Roy di Succession (e per fortuna), così non tutti i gay o appartenenti alla comunità LGBTQ+ sono come li vede Murphy E BASTA. Sono e possono essere ANCHE così, ed è giustissimo volere una rappresentazione più estesa e allargata! ma allo stesso tempo credo che la gente sappia capire che sta guardando una finzione rispetto alla quale la realtà è molto più ampia. Tipo, guardare VIDA di Tanya Saracho è già tutto un altro discorso. O Better Things di Pamela Adlon. Giusto per citarne due. Insomma, mica siamo qui a mangiarci Ryan Murphy a colazione, pranzo e cena, ecco 😉

           
        • Federica Barbera

          Un altro esempio che mi è venuto in mente ora un personaggio di 911, sempre di Murphy. Non lo nomino per non spoilerare, ma (benché la sottotrama con cui si arriva al suo coming out sia già vista) è un personaggio assolutamente normale, per usare un tuo termine, e anche il modo con cui viene gestita la sua situazione familiare è molto ben scritta ed elaborata.

           
      • Boba Fett

        Ma, il Caso O.J. Simpson, ma anche le tre stagioni di American Crime mi sono piaciuti moltissimo e Pose secondo me è un gioiello… poi sul Netflix touch con me sfondi una porta aperta anche se la fase di riempimento dell’offerta mi sembra conclusa ed anche lì si affacciano prodotti di qualità.

         
        • Federica Barbera

          POSE! Non so come ho fatto a non menzionarlo, sarà stata la fretta! Comunque ecco, a maggior ragione se consideriamo pure Pose è assolutissimamente ingeneroso il giudizio su Murphy, DAVIDE CANTI, PENTITI SUBITO! 😂
          Per quanto riguarda American Crime Story sono solo due stagioni ad ora (American Crime e basta non è di Murphy), e anche se quella su Versace ha avuto qualche difetto non trascurabile (soprattutto nella parte sui Versace), la parte su di lui è stata fatta benissimo per me.
          Su OJ Simpson non mi esprimo nemmeno perché per me è praticamente perfetta!
          Il discorso Netflix è molto ampio, ma io credo che la realtà stia nel mezzo: ci sono sicuramente prodotti che servono a riempire l’offerta, ma altri di livello decisamente più alto. Non si può fare un discorso unico, non più almeno.

           
      • Boba Fett

        Davide quello che mi sembra evidente è che Murphy racconta con toni leggeri realtà amare e dolorose e lo fa non solo per una comunità in particolare, piuttosto per una platea, la più vasta possibile, che spesso ignora o che finge di ignorare; non me la sento di biasimarlo per un abuso eccessivo di zucchero come in questo Hollywood, perché comprendo le sue intenzioni squisitamente, necessariamente educative. Poi magari sarà anche diventato una vecchia volpe che si fa ricoprire di oro da Netflix solo per fare esattamente quel che ci si aspetta da lui.

         
  • Boba Fett

    American Crime (senza History) mi sembrava proprio un suo prodotto, la seconda stagione che trattava di bullismo e discriminazione sessuale mi ha ingannato! Riguardo a Netflix, se ne parlava proprio qui con Ricky Fornera, la pensavo esattamente come Davide, ma finalmente hanno riempito anche la casella QUALITÀ…