Homeland – La storia di Carrie Mathison e la sua perfetta conclusione 11


Homeland - La storia di Carrie Mathison e la sua perfetta conclusioneDopo otto stagioni e nove anni di storia, si conclude una dei drama più longevi della più recente Golden Age televisiva; una serie che ha sin dalla sua prima stagione ottenuto un successo planetario indiscusso (ricordiamo tutti quando l’allora Presidente degli Stati Uniti Barack Obama dichiarò che era il suo show preferito), che è proseguita con una seconda stagione di qualità ancora più alta, fino ad arrivare, con la sua terza annata, a quel colpo di scena che per molti aveva decretato la fine della serie stessa.

Un’affermazione, questa, in parte vera e in parte falsa: perché se è giusto dire che Homeland nella sua lunga corsa ha avuto un discreto calo soprattutto nelle stagioni della sua seconda metà, è altrettanto corretto sottolineare come niente di tutto questo abbia avuto a che vedere con Nicholas Brody.
In fondo fu questo l’errore in cui molti incapparono quando, alla morte del personaggio interpretato da Damian Lewis, giurarono e spergiurarono che non avrebbero mai più rivisto anche solo una puntata dello show: Homeland non è mai stata la serie incentrata su una coppia la cui storia d’amore si intreccia con quella per la propria patria e con ciò che si è disposti a fare per i propri princìpi. Lo show, a partire dalla sua sigla, ha sempre avuto una sola protagonista, Carrie Mathison. Possiamo metterci qui a discutere di quale e quanta fosse l’importanza di Brody nella vicenda, soprattutto nelle prime due stagioni, e questo non sposterebbe di una virgola l’assunto di cui sopra. Homeland è una serie che sicuramente nasce dall’idea di un tradimento della patria a seguito di un rapimento (lo show israeliano originale, Hatufim, ci raccontava infatti ciò che era accaduto a tre soldati che, di ritorno da una prigionia ventennale, si ritrovavano a dare testimonianze non proprio chiare su quanto accaduto loro); ma soprattutto è stata la serie che, arrivata dieci anni dopo l’11 settembre, ha cercato di raccogliere ciò che restava dalle macerie di quel periodo confuso e devastante che va dall’invasione dell’Afghanistan a quella dell’Iraq e che ha cambiato per sempre la geopolitica internazionale per come la conoscevamo.

Homeland - La storia di Carrie Mathison e la sua perfetta conclusioneNon va dimenticato che tutto ciò che Homeland ha cercato di raccontare, al netto delle esagerazioni, dei plot twist a volte discutibili, di persone rapite a ogni stagione e dei problemi di salute mentale della protagonista, è avvenuto praticamente in contemporanea con ciò che succedeva nella realtà. Ne abbiamo avuto testimonianza diretta in più occasioni, ma basterebbe anche solo menzionare la coincidenza incredibile accaduta durante questa ultima stagione, che ha visto nella stessa settimana la messa in onda dell’episodio del tentativo di pace andato in porto tra americani e talebani, con annesso piano di rientro delle truppe, e la medesima notizia annunciata nel mondo reale da ogni giornale e televisione.

Si tratta della guerra più lunga che gli Stati Uniti abbiano mai conosciuto; una guerra nata da un attacco senza dubbio feroce al cuore dell’America, che ha visto però nel suo sviluppo una gestione scorretta delle informazioni da parte dei servizi segreti occidentali (CIA, ovviamente, ma anche MI6 e non solo) e anche tra la stessa CIA e la Casa Bianca – ricordiamo tutti come la presenza di armi di distruzione di massa e il legame tra Iraq e Al-Qaida siano stati tra i motivi principali dell’invasione in Iraq e come nessuna di queste accuse abbia trovato in seguito alcun fondamento. Quello che invece è accaduto durante la guerra (al cui riguardo si consiglia la visione della miniserie Generation Kill di David Simon e di Ed Burns) e a seguito della caduta e uccisione di Saddam Hussein non ha bisogno di prove se non quelle storiche: il conflitto ha prodotto una altissima instabilità politica della regione, causata da una gestione del potere altamente squilibrata, che ha portato le diverse fazioni ad una guerra civile i cui costi si sono protratti per moltissimi anni e che per molteplici aspetti arrivano fino ai nostri giorni.

Homeland - La storia di Carrie Mathison e la sua perfetta conclusioneNon è questa la sede per un’analisi politica di quanto accaduto negli ultimi vent’anni, ma, proprio perché anche nella realtà sembra che ci si stia finalmente avvicinando a una risoluzione del conflitto, è impossibile non vedere in Homeland una serie che ha – in contemporanea – restituito agli spettatori in salsa spy-story/thriller un quadro verosimile di quello che stava accadendo nella vita reale. Uno sguardo di questo genere ci aiuta a capire come quindi la figura di Brody sia stata importantissima ma parziale rispetto al racconto generale: un punto di inizio (e di fine, ma ci torneremo), che ha saputo lanciare la serie ma soprattutto la protagonista, Carrie Mathison, e il suo mentore, Saul Berenson.

ATTENZIONE: Seguono spoiler su tutta l’ottava stagione!

Quest’ultima stagione ha avuto tra i diversi meriti quello di trattare la sua protagonista in modo molto diverso rispetto a quanto visto fino alla settima annata: un grande difetto che la serie si è trascinata per anni, infatti, è stato quello di usare il disturbo bipolare di Carrie in tutte le sue sfumature fino ad abusarne, partendo da un’analisi molto particolare e anche moralmente interessante da indagare (la difficile convivenza con un problema di salute che nelle sue fasi maniacali le permetteva delle abilità strabilianti di comprensione) fino al logorante sfruttamento di tale disturbo, che veniva ripescato dal cilindro ogniqualvolta la trama avesse bisogno di mettere in crisi la sua protagonista o di farla finire in qualche guaio funzionale alla storyline del momento.
Era insomma un escamotage narrativo ormai diventato logoro e stantio, che ha bloccato per molte stagioni Carrie Mathison imprigionandola in un ruolo sempre più prevedibile e al contempo poco credibile; non è la prima serie a cadere in questa trappola, e, se rimaniamo nell’ambito thriller-cospirazionista a stelle e strisce, non possiamo non ripensare a 24, con un Jack Bauer costantemente votato al sacrificio personale per la patria e altrettanto costantemente messo in dubbio da qualunque Presidente degli Stati Uniti lo abbia mai incontrato.

Homeland - La storia di Carrie Mathison e la sua perfetta conclusioneLa citazione di 24 non è casuale, perché questa stagione di Homeland ha abbandonato con un taglio netto tutto quel bagaglio di connotazioni personali legate a Carrie, menzionate solo un paio di volte, e ha virato verso una direzione molto più action di corsa contro il tempo, di scelte dalla morale dubbia, di questioni legate alla lealtà verso i propri affetti e verso il proprio paese. Questo è stato possibile grazie alla conclusione della scorsa stagione, che ha visto Carrie diventare prigioniera in Russia, e che ha quindi permesso a questa annata di focalizzarsi “solo” su questo trauma, tralasciando qualunque altro eccessivo, e soprattutto già visto, approfondimento sul suo precario stato mentale. Si tratta della stagione in cui Carrie Mathison è stata più propriamente se stessa, in cui ha dovuto certamente combattere con i propri demoni, ma con una lucidità che ha reso ciascuna delle sue scelte più affascinante e più credibile, proprio perché, messo da parte il disturbo bipolare, alla protagonista è stata restituita la sua agency, la sua libertà di azione in quanto ex agente della CIA, in quanto donna, in quanto persona che regge sulle proprie spalle il peso delle sorti del mondo.

Homeland - La storia di Carrie Mathison e la sua perfetta conclusioneConcentrandosi su questo fattore, è stato possibile scrivere una stagione finale che si ricollegasse circolarmente alla prima non solo attraverso il tentativo di portare a conclusione il conflitto sulle cui basi era iniziata la serie stessa, ma anche attraverso l’inversione di ruoli tra Carrie e il defunto Brody: è in questa ultima corsa finale che la protagonista si trova a dover mettere in discussione tutto quello che pensa di sapere, anche e soprattutto di se stessa – e gli spettatori con lei. A inizio stagione né lei né noi abbiamo ben chiaro cosa sia accaduto in Russia, se Carrie sia ormai davvero un’agente russa infiltrata nel suo stesso paese, se abbia rivelato segreti di Stato durante la prigionia, se sia completamente al soldo di Yevgeny Gromov (Costa Ronin, The Americans) senza nemmeno rendersene conto. E questo non sapere va avanti per molte puntate, fino al punto in cui diventa chiaro a quasi tutti (a lei, a noi, a Saul) che lei non ha mai tradito il paese; ma è esattamente in quel momento che Carrie si ritrova a dover farlo volontariamente, a dover pugnalare alle spalle persino Saul pur di prevenire lo scoppio di una terza guerra mondiale.

È qui che la similitudine con Brody diventa ancora più lampante, e non è un caso che il series finale “Prisoners of War”(che è peraltro il nome inglese con cui è stata diffusa la serie originale israeliana) inizi proprio con la rievocazione del discorso che Brody registrò prima del fallito attentato: quel “People will say that I was turned into a terrorist taught to hate my country. I love my country” che Nicholas dichiarava descrive perfettamente la situazione in cui Carrie si trova per tutta la stagione ma in particolare nel finale, quando viene posta davanti a una scelta impossibile come quella di dover uccidere Saul per recuperare la scatola nera dell’elicottero in grado di fermare un conflitto di dimensioni inimmaginabili.
Homeland - La storia di Carrie Mathison e la sua perfetta conclusioneGli autori hanno discusso a lungo se Carrie dovesse effettivamente arrivare ad uccidere il suo amico e mentore, e l’opzione non è stata esclusa se non dopo lunghe riflessioni. La scelta di portarla al bluff risulta sicuramente azzeccata, ma le tracce di quella possibilità poi cancellata rimangono nelle espressioni di un’eccezionale Claire Danes, che non tradiscono alcuna emozione per quello che sta per fare, e nell’ultima frase che un ottimo Mandy Patinkin rivolge alla sua collega: “Go fuck yourself” sono le ultime tre parole che rimangono fra i due, parole che ricollocano senza possibilità di appello le reciproche posizioni in termini di fedeltà e che sembrano porre un punto fermo ad una relazione decennale che ha visto i due legati da un rapporto quasi filiale, di stima reciproca e di vera, rara fiducia incondizionata.

Certo, narrativamente parlando la decisione di arrivare a un punto così alto dell’opposizione Carrie/Saul non ha proprio un corrispettivo di necessità, se si pensa che la soluzione di andare dalla sorella di Saul, adducendo la finta morte del fratello per ottenere le informazioni a lei destinate, poteva essere presa senza incorrere in una farsa come quella del tentato omicidio; ma è a tutti gli effetti necessaria per l’evoluzione finale di Carrie, che chiarisce a se stessa e al resto del mondo quanto sia pronta a sacrificare, anche in termini emotivi, pur di salvare il suo paese.
Homeland - La storia di Carrie Mathison e la sua perfetta conclusioneÈ già successo, basti pensare a Max e al fatto che, come ammesso da lei stessa, abbia dato per scontata la sua amicizia; o alla figlia Franny, a cui dedicherà il suo libro con la speranza che un giorno potrà capire le sue scelte e la sua verità (la stessa richiesta che Brody fece alla sua, di famiglia, in quel messaggio già citato). Ma qui si arriva a un livello forse più alto, e non perché Saul sia più importante di sua figlia, ma perché il rapporto con il suo amico-mentore rappresenta la storia stessa di Homeland, la ragione per cui Carrie è diventata un’agente della CIA, il motivo per cui entrambi sono così legati: perché di fatto sono uguali, hanno solo limiti di azione diversi.
Come dovremmo inquadrare, infatti, la scelta di Saul di prelevare Carrie dall’ospedale per scaraventarla nel mezzo di una risoluzione di pace difficilissima, se non come un dare e fare il tutto per tutto per il proprio paese, anche a costo di danneggiare la salute già precaria di una collega e amica? Non basta dire che poi Saul si sia pentito, perché per intere stagioni non ha fatto altro se non mettere in pericolo Carrie indipendentemente dal suo stato mentale e fisico. La stessa scelta di non svelare il nome di Anna, anche a costo di far partire una guerra le cui conseguenze sarebbero state incalcolabili, ci dice qualcosa dell’emotività di Saul che non è poi tanto diverso da quella di Carrie.

Homeland - La storia di Carrie Mathison e la sua perfetta conclusioneEd è così che si chiude la storia, con i russi che rispettano il patto e diffondono il contenuto della scatola nera a reti unificate, con una guerra evitata e Carrie in fuga con Yevgeny, consapevole di non poter più tornare indietro. La scelta di aggiungere un ultimo quarto d’ora ambientato due anni dopo era quindi una strada praticamente obbligata, perché non si percepiva alcun senso di chiusura in quanto accaduto. Se le prime scene di Carrie insieme a Yevgeny potevano far storcere il naso per la scelta scontata di far cadere l’ennesima donna tra le braccia dell’ennesimo nemico, l’idea che Carrie potesse effettivamente essersi rivoltata contro il proprio paese non era così lontana dalla realtà: la linea che divide alcune scelte moralmente dubbie dalla consapevole presa di posizione contro un paese che ha commesso troppi errori, a livello globale e anche contro di lei, era davvero sottile e ci si poteva aspettare anche una conclusione simile.
Il fatto che invece Carrie abbia deciso di sostituire Anna e diventare così la spia di Saul in Russia, utilizzando lo stesso identico metodo di comunicazione, ci restituisce una protagonista che ha sicuramente sacrificato molto, ma che è finalmente nel posto in cui vuole essere, a fare quello che ha sempre fatto ma con un’accezione nuova: difendere il suo paese con ogni mezzo, non più mettendo in pericolo gli altri (la cui responsabilità l’ha nel tempo logorata nel profondo) ma solo se stessa, con la consapevolezza che, se anche dovesse morire, morirebbe facendo quello che più ama nella sua vita. Il sorriso di Saul è quello di un uomo che non può perdonare del tutto la sua protetta, ma che almeno ha ritrovato in lei quello che era sempre convinto di aver visto; il sorriso di Carrie ci racconta di una scelta sofferta, soprattutto per la figlia, ma che la rimette finalmente in pace, con se stessa e con il suo paese – anche se a saperlo sarà solo una persona, l’unica che poi conti veramente.

Homeland - La storia di Carrie Mathison e la sua perfetta conclusioneHomeland non è mai stata una serie stabile e, come dicevamo all’inizio, ha avuto molti alti e moltissimi bassi nel corso degli anni; ma sono poche le serie che hanno avuto un finale così calzante, così sfacciatamente giusto nonostante un andamento globale altalenante. Questa ottava e ultima stagione ci regala forse la miglior Carrie Mathison dopo quella della prime stagioni, e soprattutto ci restituisce una donna che narrativamente recupera tutta la sua tridimensionalità, si libera dei cliché e degli stereotipi sui personaggi femminili con disturbi mentali uscendone come donna indipendente, responsabile delle sue azioni anche quando terribili, prese anche quando sembravano impossibili. Non potevamo sperare in un finale migliore di questo, che onorasse non tanto e non solo Homeland, ma soprattutto Carrie Mathison.

Condividi l'articolo
 

Informazioni su Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

11 commenti su “Homeland – La storia di Carrie Mathison e la sua perfetta conclusione

  • Boba Fett

    Nicole Kidman ammetteva una certa invidia buona per il personaggio tagliato e cucito ad arte per la Danes. Personalmente penso che purtroppo col passare delle stagioni i suoi occhi sgranati, i suoi tic nervosi, insomma la sua indubbia capacità recitativa, abbiano preso il sopravvento sulla storia via via sempre più ripetitiva un po’ come, ne parlavamo giusto qualche settimana fa, succede con la Moss del Racconto dell’Ancella. Come Bauer, Carrie finisce perennemente sconfitta dopo aver dato tutta se stessa, dopo aver avuto a che fare con presidenti degli Stati Uniti a dir poco imbarazzanti (ma il Logan di 24 no lo ha battuto ancora nessuno!) e dopo aver perso, ovviamente per colpa sua, affetti sentimentali complicati (oltre a Brody non dimentichiamo Quinn). Come il jazz che accompagna i titoli di testa, Carrie nelle prime stagioni era imprevedibile e al tempo stessa virtuosa e Homeland offriva un punto di vista obiettivo e ragionato sul post 11 Settembre; ma tutto ciò si è affievolito col tempo tanto da pensare che forse si poteva chiudere un po’ prima.
    Non entro nel merito del finale che non ho ancora visto e ammetto di non aver letto un terzo del tuo pezzo per evitare spoiler sulle ultime capriole, altra bella caratteristica di questo show.

     
    • Federica Barbera L'autore dell'articolo

      Ciao Boba Fett, sono assolutamente d’accordo col tuo discorso ma per me in questa stagione c’è stata una netta differenza, e anche la stessa Claire Danes mi è parsa molto meno concentrata sulle sue espressioni solite (vogliamo parlare del suo celebre mento tremulo? Credo di averlo visto tre volte in una stagione, praticamente un record al ribasso) e molto più libera nell’interpretazione, cosa su cui credo abbia influito proprio la trama di questa ultima stagione.
      Ecco, per me con questa ultima annata si è fatto tutto quello che si doveva fare già da prima, non sarà una bella consolazione ma almeno possiamo dire che la serie si è conclusa meglio di quanto ci si poteva aspettare!

       
  • Stefano

    Il segretario USA che entra nel palazzo delle nazioni unite con la pistola con la quale si suicida Anna non é concepibile… Così come Carrie che sotto inchiesta dalla FBI prende un aereo per Israele… Tutto nell’ultima puntata…

     
    • Federica Barbera L'autore dell'articolo

      Scott Ryan non è il segretario, è il capo delle operazioni speciali della CIA, non conosco ovviamente le regole del palazzo delle nazioni unite ma è più probabile che possa entrare lui con una pistola che il segretario di stato, presumo.
      Carrie è sotto inchiesta, non sotto arresto, tant’è che è libera di andarsene in giro per la città. È strano che non venga considerata un high flight risk ma non essendo agli arresti non è così improbabile

       
      • ElenaS

        C’è pure la scena in cui mette nella borsa soldi e passaporti falsi, che le servono quindi per il possibile viaggio in Cisgiordania.

         
  • Lorella Lusetti

    Sono molto dispiaciuta per la fine della serie,forse unz delle più coinvolgente di quelle che ho visto (24) dopo un po’ era ripetitivo,speravo in un sequel più lungo ,mz il finale mi è molto piaciuto! Spero ci ripensino gli autori riprendendo da dove hanno lasciato.Grazie Carrie

     
  • ElenaS

    Ottima recensione, grazie. Questa serie mi mancherà, anche se spesso mi ha fatto sorridere o arrabbiare per la descrizione un po’ stereotipata di certi paesi islamici (ho trascorso un po’ di tempo in Medio Oriente a lungo e perciò mi sono trovata spaesata in certe ambientazioni della serie). Per un attimo ho sperato che, come altre volte, in realtà quello di Carrie fosse un bluff organizzato con Saul: sarebbe stato divertente, però avrebbe tolto la possibilità di chiudere con la frattura tra Carrie e Saul, che invece è perfetta nella logica generale. Mi è sembrato un finale davvero tragico, nel senso letterale: due opzioni – salvare una singola persona o salvarne tantissime – entrambe giuste ed entrambe sbagliate, tanto che finisci di vedere e ancora ti chiedi: tu che cosa avresti scelto? E non trovi la risposta. La politica americana poi esce devastata: è vero che è tutto inventato, ma si percepisce il motivo per cui da almeno vent’anni gli USA non sono più la guida morale dell’Occidente. Non per il pragmatismo machiavellicho delle scelte (di cui Saul e Carrie sono l’emblema: fanno cose spesso schifose ma con un punto di vista etico alto), ma per la stupidità, l’arroganza, la violenza e l’incapacità di confrontarsi con la complessità di altri punti di vista (vedi l’imbarazzante presidente e il suo consigliere).

     
    • Federica Barbera L'autore dell'articolo

      Grazie ElenaS! Sono assolutamente d’accordo con te, la politica americana ne esce malissimo, mentre Carrie e Saul, come ho cercato di spiegare nell’articolo, alla fine non sono così diverso uno dall’altra. Alti standard etici che usano a difesa di cose terrificanti.
      Rispondo qui all’altro tuo commento, hai perfettamente ragione! Mi ero dimenticata la scena dei soldi e dei passaporti falsi presi in casa sua, chiaramente usa quelli per andare in Israele, grazie!