
Sviluppato da Graeme Manson (Orphan Black) con la collaborazione del regista sud coreano (qui in veste di produttore esecutivo), lo show si pone come un reboot del lungometraggio del 2013, sfruttandone quindi il concept per narrare una storia alternativa, ma che al momento sembra avere molti tratti in comune con quella da cui trae origine. La premessa è la stessa del materiale di partenza: in seguito al fallimentare tentativo di arginare i devastanti effetti del cambiamento climatico, la Terra diventa un deserto di ghiaccio inabitabile. Gli unici sopravvissuti alla catastrofe sono i passeggeri dello Snowpiercer, un enorme treno che viaggia senza sosta intorno al mondo e in cui la divisione in classi dei vagoni riproduce – in maniera poco velata – le disparità sociali che caratterizzano la nostra società.
Anche in “First, the Weather Changed” i Tailies, gli abitanti della coda del treno, costretti a vivere in condizioni disumane, stanno progettando una ribellione contro l’ordine costituito: a capo dei ribelli troviamo Andre Layton (Daveed Diggs), un ex detective della squadra omicidi che viene ingaggiato da Melanie Cavill (Jennifer Connelly), a capo dell’accoglienza dello Snowpiercer, per indagare su un assassinio.
Ed è proprio questo il primo – e al momento l’unico – vero elemento di novità del racconto, il quale però rappresenta al tempo stesso l’aspetto più problematico del pilot: l’inserimento nella cornice distopica di una sottotrama investigativa sembra infatti una scelta pigra, una facile soluzione alle esigenze di serializzazione del concept di partenza più che un’efficace prova del fatto che la serie abbia davvero qualcosa di originale da dire rispetto a quanto è già stato narrato.
Il passaggio al medium televisivo porta con sé un enorme potenziale di espansione dell’universo narrativo in cui la serie si inserisce, permettendo un approfondimento dei temi su cui si fonda (la disparità di classe, la giustizia sociale, la redistribuzione delle risorse…) – a maggior ragione in un periodo storico in cui le conseguenze del cambiamento climatico e dell’attuale sistema socio-economico si fanno sempre più tangibili; a giudicare dal pilot, però, la serie sembra ben lontana dal porsi come una rilettura urgente e incisiva del materiale, presentandone anzi una versione annacquata.

A ben vedere, ciò di cui si sente più la mancanza è il peculiare registro narrativo portato sullo schermo da Bong Joon Ho, che non a caso ricorre in quasi tutte le sue pellicole: quel mix di satira sociale, ironia e brutalità che in Snowpiercer si trovava fuso alla perfezione con l’ambientazione distopica e che qui è totalmente assente.
In definitiva quindi, pur non potendo escludere che con l’avanzare degli episodi la serie riesca a trovare la sua voce, sviluppando i suoi personaggi e sfruttando al meglio le possibilità di esplorarne il mondo offerte dal mezzo seriale, al momento il giudizio sullo show di Manson non può essere positivo. L’assenza di idee e di un registro distintivo rendono questo Snowpiercer un guscio vuoto, a dimostrazione del fatto che un ottimo concept non equivale necessariamente a un buon prodotto fantascientifico.
Voto: 6-

Due sono le cose: o gli autori sono mediocri oppure non amano ciò di cui scrivono. Abbandonata dopo 25 minuti. Un buon prologo, poi scatta l’operazione appiattimento e giù dialoghi da copia/incolla e allora…era un’idea che m’intrigava moltissimo, film visto e rivisto, poteva essere grande fantascienza…niente da fare, altra delusione dopo Altered Carbon e Westworld. Distopie e fantascienza sembrano non reggere o non reggere per molto in un ambito seriale, almeno a certi livelli, mah.