
E di fatto le premesse sono esattamente queste: per chiunque abbia visto lo speciale Netflix “Glitter Room”, la trama di base di The Duchess non colpisce certo per originalità. La storia di Katherine, la protagonista interpretata da Ryan che non a caso mantiene il suo nome, parte dai medesimi presupposti della vita dell’artista – donna canadese trasferitasi a Londra, con una bambina avuta da una precedente relazione con un uomo con cui cerca disperatamente di attuare il miglior piano di co-genitorialità nonostante il disprezzo reciproco – e per alcuni aspetti anche dagli stessi punti di forza della prima parte del suo speciale Netflix.

Di per sé l’idea di partire da queste basi per sviluppare una storia a parte – che c’è, e non è di poco conto – non è per forza sbagliata; sì, il pilot sa di già visto se si conosce il lavoro precedente di Ryan, ma, adottando un po’ di indulgenza per chi arriva dal mondo dello stand up e affronta per la prima volta una forma di racconto diversa, si può passare oltre e concedere senza grossi problemi questa sorta di trampolino di lancio – non è esattamente l’unica ad aver usato le sue esperienze di comedian e anche del materiale precedente per una serie o un film.
La scelta di cosa raccontare in questa prima stagione è sicuramente una novità rispetto allo speciale Netflix, eppure perfettamente in linea con il focus che Katherine Ryan punta da sempre sulla realtà delle madri single: ecco che quindi, pur nella stranezza del contesto, la scelta di avere un altro figlio per non lasciare Olive da sola si porta con sé tutta una serie di tematiche molto interessanti come quella delle gravidanze ritenute geriatriche dai 35 anni, di una società che ancora oggi guarda alle madri single come a delle donne che sono solo in attesa di trovare un uomo, ma anche della tipologia di rapporto che si sviluppa in certi casi quando madre e figlia si trovano a vivere e condividere tutto insieme, da sole. Sulla carta, e in diversi casi anche nella pratica, la resa di tutto questo funziona: l’inversione di ruoli tra madre e figlia – con Olive che dorme ancora con la madre nonostante i suoi 9 anni ma che al contempo è lì a consolarla quando Katherine viene lasciata dal fidanzato e piange nel mezzo della notte – dà spazio alla descrizione di rapporti che non sono obbligatoriamente quelli che la società si aspetta tra una madre e una figlia, soprattutto perché quello che trapela è sempre e comunque un amore puro, mai morboso, mai erroneamente sbilanciato se non per il puro fine comico.

Non che il personaggio di Katherine non sia sempre fuori luogo: lo è dal momento stesso in cui mette piede fuori di casa, lo è nel modo in cui si veste, lo è nel modo in cui ragiona, e non c’è nulla di intrinsecamente sbagliato in questo. Non è una donna accomodante e non vuole esserlo, il che è perfetto esattamente così – ed è per questo che i suoi show hanno un così grande successo: quando Ryan dice che non le interessa ciò che gli altri pensano di lei, si ha una di quelle rare sensazioni in cui si capisce che una comedian sta dicendo la verità.

Per una serie che cerca su molti argomenti, come quelli citati all’inizio, di essere realistica e anche polemica verso alcuni retrogradi pregiudizi della società, diventare di punto in bianco talmente surreale da risultare in-credibile può essere visto come un modo, di nuovo, per stupire anche lo spettatore, ma potrebbe nondimeno essere un segno di poca coerenza a livello di scrittura. Non è facile capirlo con soli sei episodi (di fatto meno di tre ore di stagione), ma non manca la sensazione che al di là delle risate – che pure ci sono – ci sia un eccesso di indulgenza nei confronti di una protagonista che può fare ciò che desidera e che alla fine ottiene quello che vuole.
Se pensiamo quindi al tema principale di queste puntate – il desiderio di un secondo figlio che si traduce in necessità di averlo con lo stesso padre di Olive per motivazioni tanto surreali quanto incredibilmente sensate –, è quasi assurdo che tutto il folle piano vada a buon fine nonostante il tentativo di inserire la vicenda all’interno di una relazione “normale” come quella tra Katherine e Evan. Quest’ultimo ci viene presentato come il prototipo di uomo talmente innamorato da farsi andare bene di essere da quasi due anni il “ragazzo del sabato”, e anche sufficientemente realistico da reagire – e come dargli torto – molto male alla dichiarazione di Katherine, espressa con una naturalezza sconvolgente, di volere sì un figlio ma non da lui, bensì prima da un donatore anonimo e poi addirittura da Shep.

Accade quando Evan scopre da Shep del primo tentativo – con tanto di gioco di ruolo e tuffo nel passato – di Katherine di rimanere incinta: nel confronto con la donna, dove lui avrebbe tutte le ragioni per sentirsi tradito e messo da parte, il suo sfogo lo porta invece a dare a Katherine della pessima madre per Olive, passando in automatico dalla parte del torto. La stessa dinamica avviene nel finale, quando, durante il matrimonio di Shep e Cheryl, la più che normale reazione di Evan davanti alla notizia che effettivamente Katherine sia incinta di Shep viene completamente vanificata da una reazione senza senso per il suo personaggio, che, dopo aver tirato un pugno al novello sposo, sfoga tutta la sua rabbia contro la piccola Olive, rivelandole quanto in realtà i suoi genitori si detestino e facciano solo finta di volersi bene per lei. È una reazione talmente infantile e sconsiderata che va in conflitto con la costruzione del fidanzato-modello portata avanti fin qui, e che ha l’unico scopo di far uscire – di nuovo – vincitrice dallo scontro una protagonista che in realtà è stata di fatto bugiarda e manipolatrice.

Purtroppo però, se si parla di coesione narrativa e di coerenza della scrittura, ci si rende conto che questa prima prova di Ryan risulta molto acerba ed egoriferita: il che è comprensibile per qualunque comico che arrivi da dei one man/woman show, ma da una serie ci si aspetta qualcosa di più rispetto a una protagonista sempre nel giusto anche quando scorrettissima, o al centro dell’attenzione per il gusto di farle dire quella determinata punchline. Non si sa ancora se Netflix concederà alla serie una seconda stagione, ma nonostante la parziale delusione per questi primi episodi la speranza è che possa esserci un’altra annata per Ryan: un’occasione per riaggiustare il tiro, emanciparsi dal materiale d’origine e migliorare ciò che già di buono c’è in questi episodi – le idee di base, la vis polemica su temi scottanti – e che non può essere ignorato.
Voto: 6-
