
Buona parte della cinematografia di Guadagnino è sempre stata caratterizzata dall’internazionalità, di produzione in primis, con collaborazioni di sceneggiatori stranieri e soprattutto attori americani (Tilda Swinton, su tutti) e poi anche per la scelta di spostare costantemente l’azione in Italia, che diventa quindi luogo “altro” rispetto alla naturale terra d’origine dei protagonisti. In “Call Me By Your Name”, ma anche in “A Bigger Splash” e solo in minima parte in “Io Sono l’Amore“, i protagonisti sono ritratti in luoghi temporanei, a cui non sono appartenuti da sempre, e questo produce nello spettatore due sensazioni: la prima è la percezione di uno spazio ed un tempo teatrali, come se gli attori e quello che stanno per agire delle loro vite accada in uno spazio visibilmente delimitato e definito che ha un inizio ed una fine, e dove spesso la fine temporale della messa in scena coincide anche con la fine spaziale di quel luogo, in cui le persone hanno trascorso solo un pezzo delle loro vite. La seconda sensazione, che sembra quasi opposta alla prima, è che lo spettatore in un certo senso sa di essere nello stesso luogo dei protagonisti e contemporaneamente anche al loro stesso livello: così come i personaggi agiscono in un luogo che non è riconosciuto come “casa”, anche il pubblico, che già per definizione entra in uno spazio che non è propriamente il suo, è come se fosse coinvolto nella duplice estraneità della situazione. In sostanza, cifra stilistica costante di Guadagnino è l’alterità rispetto alla normalità, per cui non si entra in medias res in qualcosa che esisteva prima del tempo filmico/televisivo e che presumibilmente prosegue anche dopo l’ultima scena, ma l’azione attende lo spettatore per iniziare e per quel determinato lasso di tempo abbiamo visto e vissuto tutto il possibile, in presa diretta.


Non a caso tutti gli episodi della miniserie hanno lo stesso titolo, “Right Here, Right Now” con tanto di numero di serie progressivo accanto, come a ribadire ancora una volta il concetto della temporaneità e, contestualmente, della contemporaneità dell’azione. Il lavoro fatto da Guadagnino, insieme a Paolo Giordano tra gli altri, è di simulare una sorta di presa diretta della vita, catturare il “qui ed ora” mentre accade, mentre si evolve, e non per niente, proprio in quegli anni di vita in cui i cambiamenti sono inequivocabili e tangibili. Per il momento questi due primi episodi hanno messo moltissimo in campo, provando a contestualizzare quello che dovrà essere il risultato finale e completo; nonostante la narrazione di Guadagnino sia sempre molto raffinata e apparentemente semplice, qui gli argomenti e le sue sfaccettature sono però fin troppi e creano qualche confusione, o quantomeno un’aria di bozza, di indefinito, ed è difficile capire per il momento quanto sia voluto. Per tutto il tempo dei due episodi il dilemma che sorge nello spettatore si trova nel non comprendere se questa volontà di andare dietro ai personaggi senza governarli, questa storia che sembra costruirsi contemporaneamente alla visione, sia una sorta di sottotrama metanarrativa che a sua volta simboleggia la volubilità dell’adolescenza, la non appartenenza al luogo vissuto, o se invece sia un problema più profondo di sceneggiatura, che non sa bene che direzione prendere e che vuole raccontare troppe cose su troppi livelli.
Insomma, sono quindi episodi di un buon livello ma non riusciti del tutto, che potrebbero tuttavia aggiustarsi una volta terminata la visione dell’intera miniserie, a cui comunque non possiamo far mancare la nostra fiducia – fosse anche solo per premesse forse un po’ sghembe nella resa, ma sicuramente interessanti.
Voto 1×01: 7½
Voto 1×02: 7½
