So if you are the big tree, We are the small axe Ready to cut you down, (well sharp) To cut you down
(Small Axe, Bob Marley & The Wailers)
Il titolo della nuova serie scritta e diretta da Steve McQueen per BBC One è preso in prestito da un popolare proverbio, reso poi famoso dalla canzone del 1973 di Bob Marley & The Wailers Small Axe, contenuta nell’album “Burnin’“, lo stesso di Get Up, Stand Up per intenderci. Tutti e cinque gli episodi che compongono questa miniserie antologica sono incentrati sul tema razziale, sui difficili rapporti tra la popolazione nera inglese nella Londra di fine anni ’70, quando il razzismo era ancora fortemente sentito, praticato e molte volte istituzionalizzato, mettendo in scena ogni volta storie differenti tra loro, con personaggi diversi che vivono situazioni individuali ma allo stesso tempo accomunate dalle medesime tematiche di fondo. I temi della segregazione, della schiavitù, della protesta, del desiderio di libertà e riscatto sono a loro volta tipici del il cinema di McQueen, che ha declinato in vari modi i temi già citati, passando dalla morte in nome della libertà con “Hunger“, la dipendenza dal sesso con “Shame“, fino al suo film finora più famoso “12 Years a Slave” – inutile citare invece un film semi-riuscito come “Widows“, molto più anonimo rispetto agli altri.
“Mangrove” è l’episodio che segna l’inizio di questo primo esperimento televisivo del regista inglese, le cui atmosfere ricordano soprattutto i suoi esordi e nello specifico “Hunger”, con un’impostazione della fotografia rarefatta, non cupa ma severa, lontana dalle scene bianchissime e candide dei suoi ultimi film. La storia racconta fatti realmente accaduti tra gennaio 1969 e luglio 1970 nel quartiere di Notting Hill, dove Frank Crichlow apre il suo ristorante, il Mangrove appunto, che in pochissimo tempo diventa contemporaneamente punto di riferimento per la popolazione nera del luogo e obiettivo primario della polizia, la quale nel giro di poche settimane devasta ripetutamente il ristorante. Stanchi dei soprusi di questi poliziotti bianchi, i clienti del Mangrove, spalleggiati dal sindacato locale, i Black Panther, organizzano una chiassosa marcia di protesta che finirà proprio davanti alla caserma della polizia. Gli inevitabili scontri tra forze dell’ordine e manifestanti porterà all’arresto di nove di loro, ricordati storicamente come i Mangrove Nine, protagonisti di un lungo processo che ha segnato una svolta fondamentale nella lotta per i diritti dei neri.
Non sarà sicuramente un caso se McQueen decide di aprire la serie partendo forse dal “caso” più difficile da mettere in scena, non tanto per il tema sociale che tratta, ma soprattutto per il tentativo di trovare un giusto equilibrio tra fatti realmente accaduti e finzione che ne riproduca la forza, l’intensità. Il regista punta su una regia molto serrata, fatta di primi piani e campi piccoli per descrivere cosa accade nel locale e all’interno della caserma, che contrappone poi alle scene molto più ampie della manifestazione e del processo, che a sua volta si polarizza tra i momenti all’interno dell’aula e i momenti di raccolta dei vari accusati. L’episodio ha una durata di gran lunga superiore alla media di un normale episodio televisivo, eppure scorre via facilmente, soprattutto grazie a questa ideale divisione tra i fatti nel ristorante e i giorni in tribunale, riuscendo appunto a trovare una formula vincente per restituire l’importanza del momento “storico”, ma anche l’importanza “personale” che un’esperienza del genere normalmente comporta mentre la si vive da protagonisti. E altro grandissimo punto di forza di “Mangrove” è il suo cast, composto da attori bravissimi, capaci di dare voce alla tensione e al nervosismo che sperimentano sulla loro pelle, anzi, a causa del colore della loro pelle.
Idealmente, i tempi della puntata potrebbero in un certo senso essere scanditi internamente dai bellissimi monologhi che si susseguono lungo queste due ore. Protagonista della storia è il già citato Frank Crichlow, interpretato da Shaun Parkes, completamente ignaro agli inizi della funzione di cui è investito il suo locale, dal riconoscimento che gli viene dato dall’esterno, ma che nel bene o nel male si ritrova a diventare un vero e proprio simbolo della causa razziale. Dall’inizio dell’episodio e fino all’ultima scena in tribunale vediamo la sua evoluzione: le sue reazioni alle violente ingerenze della polizia sono all’inizio dettate dal senso di rivalsa rispetto ad accuse infondate, un senso di protezione verso il suo lavoro e la sua vita, che ha solo marginalmente a che fare con un senso sociale e civile. Sarà l’ingresso di Altheia Jones-LeCointe (Letitia Wright) e l’appoggio da parte del collettivo Black Panther a cambiare le carte in tavola e a far diventare sul serio il Mangrove il luogo storico a cui è idealmente legato oggi. Altheia è il personaggio più forte e chiassoso del gruppo, con l’animo irreprensibile di attivista e combattente, sempre spinta a fronteggiare le situazioni con la giusta dose di razionalità, fermezza, ma anche passione ed emozione. Lo scambio tra i due verso la fine del processo è probabilmente uno dei momenti più belli dell’intero episodio, dove è racchiusa tutta la forza e il significato di quello che stanno affrontando; e questo scambio/monologo è secondo solo ai due momenti che vedono protagonista della scena Darcus Howe, un altro dei nove dei Mangrove che ha invece le sembianze di Malachy Kirby. Entrambi sono in tribunale, prima in luogo della sua autodifesa e poi durante l’arringa finale, e qui davvero l’episodio trascende i suoi confini temporali e, invece di parlare semplicemente della questione razziale dei neri inglesi alla fine degli anni ’70, prende quel colore universale che possiede la canzone che dà il titolo alla serie. Al termine di quelle lunghissime ore, i nove sono davvero le piccole asce che colpo dopo colpo buttano giù quel grande albero nutrito dal disprezzo, dall’ignoranza e dalla noia di uomini in divisa, incapaci persino di costruire le più banali prove a proprio sostegno.
In questo mondo veloce, caotico, individualista, decidere di spendere due ore per vedere qualcosa del genere, qualcosa che potrebbe sapere “di vecchio”, non è facile e, in un certo senso, potrebbe essere interpretato a sua volta come un atto politico, giusto per rimanere nel vivo di questa serie. Ricordare e guardare indietro è un atto meditativo, conservatore, non sincronizzato con l’oggi, eppure, al di là di scoprire la storia dei Mangrove Nine, rimane un bellissimo esercizio di postura mentale che stiamo forse lasciando andare troppo facilmente.
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