
Zero è sicuramente una serie di cui avevamo bisogno. In un mondo in cui la serialità europea e americana fa del suo meglio per inserire all’interno delle narrazioni che dovrebbero rappresentare – in piccola scala – la società, tutte le minoranze di quella società, in Italia si fa fatica anche solo a inserirne una, di qualsiasi tipo. Quindi sì, di questa serie avevamo bisogno.
Di questa serie fatta in questo modo certamente è un discorso un po’ più complesso.
La narrazione in prima persona mostra fin da subito il punto di vista di Omar (Giuseppe Dave Seke), vero nome di Zero, un giovane ragazzo nero che vive nel Barrio e di sé dice ‘sono quello delle pizze, quello invisibile’. È timido, introverso, riservato e ha un solo grande sogno: andare via e diventare un grande fumettista. Omar è il ritratto di una generazione: italiano di seconda generazione nato a Milano ma senza un posto nel mondo, incompreso dal padre più conservatore e ignorato dal resto della città per il colore della sua pelle e le sue origini. Ogni aspetto nella narrazione è estremamente tematica a partire dall’invisibilità del protagonista che è la sua grande debolezza destinata a diventare il suo dono, la sua possibilità di riscatto e di salvare il quartiere in cui è cresciuto e le persone che ama. Quando inizia a prendere consapevolezza di sé, infatti, Zero smette di essere solo e trova un supporto importante: i suoi nuovi amici. Sharif, Inno, Momo e Sara sono una banda per eccellenza: lei la mamma del gruppo, il primo un “combina guai”, Inno il diffidente e l’ultimo quello che riesce sempre a portare il buonumore. Sono una famiglia di cui Zero lentamente inizia a far parte e grazie a loro capisce il senso di appartenenza, verso il suo quartiere ma soprattutto verso la sua comunità. Parallelamente nasce la storia d’amore con Anna, fatta di insicurezze, piccoli gesti e grandi scelte; Anna sembra non avere niente in comune con lui, se non un’evidente sensibilità e un cuore grande, ma basta questo per far funzionare una relazione fra due mondi apparentemente inconciliabili? Fatto di continui alti e bassi, il loro rapporto racconta due ragazzi innamorati inseriti in un mondo molto più grande e potente di loro.

La serie è il frutto di un’operazione lineare, che esplicita quasi subito sia argomento che tema: è una storia che parla di crescita, di consapevolezza e di lealtà, che esorta a lottare in un mondo che non ti vede ma che ha bisogno di vederti, a partire da come si forma il titolo nelle prime inquadrature.
Ci sono numerosi pregi all’interno di queste otto puntate, in primis il formato di 25/30 minuti, che permette una visione scorrevole e un ritmo sostenuto, e la colonna sonora, uno degli aspetti sicuramente curati e realizzati meglio. Nell’annuncio ufficiale di Netflix citato all’inizio, il creatore della serie afferma che il rap e la trap sono la lingua dei giovani e ha pienamente ragione: finalmente troviamo in un prodotto originale italiano per giovani la musica che i giovani ascoltano davvero. Un tentativo di questo tipo era stato fatto in precedenza sia da Baby (prodotta dalla stessa Fabula) , con un risultato che assomigliava più che altro a un’accozzaglia della musica più trash in circolazione, che da Skam Italia, riuscito decisamente meglio ma con una ricercatezza molto elevata che andava oltre le produzioni Italiane. Zero in questo senso è probabilmente la formula vincente, con artisti come Marracash e Mahmood che fanno da apripista a tutti gli altiri e che contribuiscono attivamente alla scrittura e alla scelta dei brani. Un’altra piacevole sorpresa è stata l’attore protagonista, che pur non avendo mai recitato in produzioni di questo livello si è dimostrato più capace e credibile di molti suoi colleghi attori che fanno questo lavoro da più tempo.

L’ultimo altro elemento che funziona poco sono i dialoghi, che sommandosi all’interpretazione di attori inesperti portano a numerose scenette trash al limite dell’inverosimile, che fanno saltare all’occhio il fatto che nessuno, ma davvero nessuno, parlerebbe così in un dialogo reale.
Per concludere, Zero ha nel suo bagaglio sia pregi che difetti ed entrambi sono innegabili. La differenza la fanno gli intenti: se si voleva puntare a un target giovane-adulto bisogna ammettere che ci sono delle semplificazioni sia dei personaggi che della trama molto evidenti e non adatti a un attento pubblico adulto. Se però l’attenzione viene spostata ai preadolescenti e agli adolescenti, questa serie diventa un ottimo prodotto che può aggiungere un tassello e aiutare le generazioni future, già abituate a rappresentazioni di questo tipo ma che – prima di adesso – non avevano mai avuto la possibilità di vedere quelle narrazioni all’interno del loro contesto nazionale.
Voto: 6½
