
La moderna versione di Lost in Space trae le sue radici dal celebre prodotto che dal 1965 al 1968 ha rappresentato un vero cult, e ne mantiene soprattutto nomi e ruoli dei personaggi, dai membri della famiglia Robinson a Don West (Ignacio Serricchio), la Dottoressa Smith – che nella versione originale era un uomo -, interpretata da Parker Posey, e persino Robot (voce di Brian Steele). La serie si riferisce alla storia originale anche con i nomi del pianeta Alpha Centauri e della famosa Jupiter II, e poco altro. La trama infatti è quasi totalmente diversa e si può dire che Lost in Space sia più un tributo allo storico show. La rivisitazione del resto era necessaria, e il reboot targato Netflix può dirsi in ogni caso ben più riuscito rispetto all’adattamento cinematografico realizzato nel 1998, che era stato accolto in modo tutt’altro che positivo dalla critica.
La terza stagione si apre esattamente dove era stata interrotta la seconda, con l’arrivo del giovane equipaggio capitanato da Judy Robinson in un luogo ignoto dove vengono ritrovati i resti della Fortuna. Nei primi minuti vediamo proprio la primogenita alle prese con l’esplorazione della navicella guidata dal padre biologico, dispersa circa 20 anni prima in circostanze misteriose. Dopo questa scena di collegamento, la storia riprende il suo flusso dall’anno successivo: mentre la parte adulta dell’equipaggio è dispersa nello spazio, i fratelli Robinson e gli altri bambini e ragazzi vivono su un pianeta ignoto, in un equilibrio solo apparente. Nelle prime puntate Judy, Penny e Will (Taylor Russell, Mina Sundwall, Maxwell Jenkins) conducono vite pressochè separate: nonostante siano assorbiti dalle loro responsabilità si trovano costantemente a fare i conti con le proprie fragilità, indeboliti dalla mancanza dei genitori ma anche da quella coesione che li aveva caratterizzati fino a quel momento.

Tra scene e problematiche sempre diverse ma raccontate attraverso il medesimo schema narrativo, e a personaggi che non spiccano in modo particolare, fanno da contraltare tre ruoli che degni di menzione: Robot, Will e la dottoressa Smith, che risultano i più interessanti di questa terza stagione, e dell’intera serie. Questo è dovuto principalmente al fatto che proprio loro attraversano l’evoluzione più importante, mostrando uno sviluppo più concreto, evidente, e meglio costruito.
Smith compie un cambiamento graduale ma altalenante, e questo è il tratto che fa scattare la curiosità verso di lei. La “dottoressa” è l’elemento più imprevedibile di Lost in Space, che riesce a cambiare le carte in tavola in maniera inaspettata, sempre pronta a seguire i propri interessi egoistici e a fare di tutto pur di salvarsi la pelle. Smith però non è una villain al 100%: in più occasioni dimostra di essere un’anima persa alla ricerca del proprio destino, e alla fine, si redime. Questa è la naturale conclusione del percorso di crescita del suo personaggio, che solo nell’epilogo finalizza i tasselli del suo vissuto.
Quanto a Will, è il più caratterizzato tra i fratelli Robinson, oltre ad essere il più centrale a livello di trama. Will esibisce una crescita caratteriale più evidente e lineare – seguendo una strada già avviata nel corso della seconda stagione – e rende visibile la sua trasformazione da bambino insicuro a ragazzo determinato a fare qualunque cosa in suo potere per salvare la propria famiglia. Si percepisce bene il fardello che porta con sè, certo di essere la chiave per salvare tutti i suoi cari dalla venuta dei robot alieni.

La terza stagione infatti si concentra maggiormente sui robot, che sono i veri villain dello show. Nel corso degli episodi scopriamo da dove provengono e chi li ha creati, ma anche chi determina il loro comportamento, e persino come abbiano trovato prima la Terra e poi Alpha Centauri. La tecnologia aliena per quanto sorprendente è di rado giustificata dal punto di vista tecnico-scientifico, e questa è una delle debolezze della serie; tuttavia se vista da un altro punto di vista questa “mancanza” si può accettare, considerando in particolare il target a cui è destinato questo prodotto, dove la focalizzazione primaria è sulla volontà di realizzare una narrazione in grado di rendere lo spettacolo godibile. I due fronti del mondo robotico – Robot e SAR – consentono di approfondire il loro linguaggio e soprattutto la programmazione che li governa, ma anche la loro possibilità di “abbatterla”. I due rappresentano le facce opposte di una stessa medaglia: mentre Robot segue il suo cuore e agisce secondo una sua coscienza, proprio come farebbe un essere pensante, SAR è mosso dall’intento di liberare tutti i suoi simili dalla programmazione.

A livello generale, Lost in Space 3 risulta un prodotto godibile: la trama è spesso prevedibile, ma riserva alcuni colpi di scena ben studiati che la salvano parzialmente. I dialoghi risultano a tratti un po’ banali, e si riscontrano dei picchi di teen drama inseriti qua e là a casaccio, che spezzano il flusso di alcune puntate; anche se questo aspetto non incide in modo problematico nella globalità della serie, poteva essere prestata un po’ più di attenzione alla fluidità. L’elemento che però rappresenta il vero problema – o la forza? – dello show, è che viene trattata un’unica ampia e totalizzante tematica: la famiglia, che è e rimane il cardine e il fil rouge che conduce tutti gli avvenimenti della stagione. Dal ritrovamento di Grant Kelly, alla decisione del giovane equipaggio di salvare i genitori, la famiglia è persino il motivo che muove i Robot verso la causa umana. Anche se il tema è fin troppo ridondante è questo il reale motore di Lost in Space, ed è anche l’elemento che la caratterizza e la distingue dagli altri prodotti sci-fi. Mai come in questo caso la componente della famiglia è così forte e predominante. Non è solo la dimensione familiare nel suo insieme ad essere trattata: la novità di quest’ultima stagione è la capacità di affrontarne le dinamiche interne e approfondirle. In primis la genitorialità di John (Toby Stephens) e Maureen (Molly Parker), e la relativa crisi che travolge entrambi, legata all’assenza dei figli, che li mette in difficoltà ma li spinge anche ad andare avanti.

Il finale è raccontato da Penny e non lascia questioni “aperte”, ma anzi riesce a chiudere tutti i filoni narrativi. Tutti hanno un nuovo posto nel mondo e una nuova vita su Alpha Centauri: dopo una carrellata di eventi andati storti e le mille peripezie affrontate, tutti sono dove dovrebbero essere. Una conclusione con note amare solo per Smith, che viene imprigionata, ma per cui in fin dei conti si prova un po’ di dispiacere, visti i gesti nobili compiuti nelle ultime puntate.
La terza stagione è l’ultima di questa serie: in generale, è un prodotto che si lascia guardare, ma è molto altalenante. Se a tratti risulta più coinvolgente, in altrettante occasioni è penalizzata dalla costante riproposizione degli stessi concetti sotto il cappello dell’unico grande tema, e anche dall’eccessiva durata delle puntate (un’ora o poco meno). Gli attori non spiccano ma non sono neanche mediocri, fanno il loro lavoro senza particolari eccezionalità; forse anche per questo non ci sono personaggi davvero indimenticabili e paradossalmente il ruolo più riuscito, se si tirano le somme, è proprio Robot. Nel complesso la terza stagione merita una sufficienza piena: questo perché nonostante tutto la visione rimane piacevole, pur con la consapevolezza di doverla guardare senza eccessive pretese.
Voto Stagione: 6+
Voto Serie: 6 ½
