
Partiamo quindi dalla trama: il pilot inizia dalla scoperta del grande inganno, dunque dall’arresto di Anna Delvin/Sorokin (Julia Garner, Ozark, The Americans) che secondo l’accusa aveva imbrogliato una quantità elevata di persone, banche, hotel, fingendosi una ricchissima ereditiera tedesca, altre volte russa. È una storia, al di là dell’etica, estremamente affascinante e per una ragione che il pilot (“Life of a VIP”) sottolinea sin da subito: se una donna di 26 anni è riuscita non tanto a truffare quanto, ancor prima, a entrare nel jet set newyorchese, un mondo così chiuso da sembrare impenetrabile a chiunque non vi appartenga, evidentemente ha delle doti non comuni. Ed è proprio per questa ragione che prende le mosse la controparte della serie, Vivian Kent (Anna Chlumsky, Amy Brookheimer in Veep e indimenticabile Vada nel film “My Girl/Papà ho trovato un amico” con Macaulay Culkin), cioè la versione televisiva di Jessica Pressler: è lei la giornalista che si interessa al caso di Anna e che si muove lungo tutto il pilot nel tentativo di scrivere un pezzo su di lei e prima ancora di capire chi diavolo sia questa donna.

Se il cast non è certo quindi qualcosa su cui si possa obiettare (anche se l’accento bizzarro di Garner ha creato non poco scompiglio, nonostante lei abbia spiegato di aver imparato proprio imitando la vera Anna durante uno dei loro incontri), è chiaro come da un punto di vista strutturale si stia puntando su un lavoro molto rhimesiano, che non ha come protagonista Anna – come ci si aspetterebbe – ma Vivian, o meglio, il rapporto che viene a crearsi tra le due mentre la prima è accusata di aver truffato mezza New York e la seconda cerca di capire qualcosa su di lei e al contempo di salvarsi la carriera per un non meglio precisato scandalo passato. Non è obbligatoriamente sbagliato, anzi, c’è anche un certo senso di equilibrio in questa scelta, a partire dal titolo: Inventing Anna vuole sì dire che si parla dell’invenzione di Anna, ma se ci basiamo su uno dei più vecchi significati del verbo “to invent” (trovare, scoprire, dal latino invenio), ci rendiamo subito conto della duplicità del titolo stesso. Anna Sorokin ha inventato Anna Delvin e grazie ai flashback vedremo lo svolgimento di questo processo, tra verità e bugie che la giovane donna ha raccontato; ma dall’altra parte c’è Vivian e il suo tentativo di trovare Anna, di scoprirla, in un certo modo anche di capirla – non si parla di giustificarla ma di comprenderla nel senso stretto del termine.

Ed è qui che forse la serie mostra il fianco per la prima volta, perché la vera giornalista, Jessica Pressler, non era affatto in quelle condizioni ai tempi del caso Delvey: sì, era incinta come Vivian, ma non era relegata tra i giornalisti da far fuori prima ancora che la sua carriera fosse iniziata, anzi, era già piuttosto famosa grazie ad un altro articolo del 2015, “The Hustlers at Scores”, da cui venne tratto proprio il film “Hustlers” (scritto e diretto da Lorene Scafaria e con un cast incredibile capitanato da Jennifer Lopez). Intendiamoci, il problema non sono certo le modifiche alla storia originale – che, anzi, devono esserci, se parliamo di un prodotto narrativo e non di un documentario –, quanto la necessità: era necessario che la motivazione di Vivian partisse, in modo piuttosto obsoleto, da un’esigenza di riscatto? Non sarebbe stato più originale farla indagare su Anna perché Anna Delvey le interessava e basta? Affondare le mani nella realtà permetteva già di avere un buon punto di partenza, che è stato giustamente sfruttato: Vivian incinta, come lo era Pressler, è un buon modo per rappresentare le difficoltà della gestione maternità/carriera; viene dunque da chiedersi se fosse così obbligatorio inventarsi il fatto che la scrittura di questo articolo diventa una questione di vita o di morte (lavorativa). È un fattore che sì, certamente aggiunge pepe alla storia, ma che al contempo rappresenta uno di quegli schemi così logori che da una mente come quella di Shonda Rhimes proprio non ci aspettiamo.

Insomma, questa è una di quelle occasioni in cui il pilot di una serie incarna non solo la presentazione di personaggi e trama, ma anche (data la natura di storia vera che sta alla base dello show) una dichiarazione d’intenti: Inventing Anna ha un cast enorme, ma in realtà riguarda due persone, due donne, entrambe alle prese con la narrazione – l’autonarrazione non affidabile (fiction) per Anna, il racconto investigativo (non-fiction) per Vivian. Sarà l’incontro di queste due persone, di questi due mondi e in definitiva dei concetti di realtà e finzione a guidare la miniserie: al momento ci sono buone probabilità che lo show riesca nel suo intento, ma solo a patto di tenere ben teso il filo tra questi due estremi. “Life of a VIP” ci riesce e anche piuttosto bene.
Voto: 7+
