
Pachinko, considerato dal New York Times come uno dei 10 migliori romanzi del 2017, viene quindi portato nel mondo della serialità dall’autrice e produttrice Soo Hugh (The Killing, The Whispers) per AppleTV+: ne emerge una stagione da otto episodi, tutti della durata di circa un’ora, che ha debuttato il 25 marzo con tre puntate uscite tutte insieme.
Ma di cosa parla Pachinko? In poche parole può essere definita come una saga familiare che segue quattro generazioni di una famiglia di immigrati coreani a partire dagli anni ’10 del XX secolo, ossia gli anni dell’occupazione della Corea da parte del Giappone. Andando più nel dettaglio (spoiler-free), almeno di quello che queste tre puntate ci raccontano, è evidente come la serie abbia ben chiaro l’obiettivo di raccontare gli effetti a cascata, di generazione in generazione, dell’invasione di un paese da parte di un altro; della cancellazione di una cultura (o del tentativo di farlo), della violenza perpetrata dagli oppressori e della resistenza – ma anche del dolore, della vulnerabilità, delle cicatrici – di un popolo che per quasi mezzo secolo è stato non solo colonizzato da un altro, ma anche inglobato e rigettato al tempo stesso. Le persone divenute “giapponesi di stirpe coreana” subivano un destino ben diverso dagli altri giapponesi e questo tipo di trauma – che soprattutto di questi tempi si studia con sempre maggiore attenzione e che prende il nome di “trauma generazionale” – appare essere uno degli snodi più importanti del racconto di Pachinko.

Non è un caso che la serie tenga il nome del romanzo e dunque di questo gioco, che tanto assomiglia a un flipper verticale in cui la sorte delle palline dipende da dei piccoli pioli che costituiscono ostacoli in grado di deviare un’intera fortuna: perché è questa la percezione che si ha quando si guarda la vita di una famiglia da un occhio esterno, in grado di osservare complessivamente quasi un secolo di storie e vedere con assoluta chiarezza come anche il più piccolo degli eventi, la più fortuita delle coincidenze possa cambiare non solo il corso della vita di una persona, ma anche di tutta la sua discendenza.
Ed è forse anche per questo che la sigla delle serie (è presto per definirla la migliore dell’anno? Probabilmente no) sulle note di Let’s Live For Today dei The Grass Roots vede tutti i personaggi insieme, indipendentemente dalle linee temporali, mente danzano e si divertono all’interno di una sala di pachinko: è davvero un inno alla vita, ma anche alla casualità che determina il destino di ciascuno di noi, nel bene e nel male.

È così che partiamo in “Chapter One” con l’inizio di tutto, ossia la gravidanza di Yang-jin che porta in grembo proprio Sunja: seguiamo la crescita di questa bambina miracolosa, arrivata dopo tanti lutti, figlia adorata dalla madre e soprattutto dal padre Hoonie, con cui la piccola Sunja stringe un forte legame. È una famiglia di persone emarginate, che cerca in tutti i modi di creare una piccola comunità di coreani nella propria casa ma senza che questo li metta in pericolo di vita: e Sunja cresce così, imparando sin da piccola che se si vuole sopravvivere ci sono delle regole che non si possono infrangere, anche quando spezzano il cuore. Un evento traumatico nella vita della bambina porta il racconto del passato a spostarsi di nove anni, mostrandoci una giovane donna che incontra per la prima volta un uomo che le cambierà la vita: il piolo del pachinko è quello sguardo che chiude il primo episodio e che collega Sunja a Koh Hansu, un ricco mercante che avrà un ruolo cruciale nella storia della famiglia (e non solo: a quanto pare Soo Hugh ha deciso di dedicare a Hansu una parte inedita della serie, che indagherà sul suo personaggio più di quanto sia stato fatto nel romanzo).

Ci sono poi i traumi più recenti nella vita di questa grande famiglia, che si mescolano al racconto del passato senza soluzione di continuità, mostrando di volta in volta quei piccoli momenti all’apparenza insignificanti che invece sapranno innescare col tempo una catena di eventi che diventerà a sua volta l’ossatura della storia della famiglia: dati, fatti, persone che diamo per scontate nel nostro presente nascono nella maggior parte dei casi da puri incidenti di percorso, persone incontrate in un dato momento – come un avventore alla propria locanda – mentre si vive una certa difficoltà – proprio come nel caso della ventenne Sunja – che si rivelano essere la chiave risolutiva e l’apertura di una strada verso un nuovo futuro.

Se è stato possibile un production value così alto, dopo anni di ricerca di una casa di produzione che investisse nel progetto, è con ogni probabilità per quel discorso che si faceva all’inizio, cioè l’ondata di progetti sudcoreani che ha conquistato il mondo e che ha reso possibile che una piattaforma come AppleTV+ non solo si interessasse a questo adattamento, ma rendesse possibile farlo esattamente in questo modo.
Pachinko si apre con tre puntate praticamente perfette, non solo nell’intreccio dei racconti, nelle ambientazioni e nei set curati con una dovizia di particolari straordinaria, ma soprattutto nella capacità di raccontare una famiglia attraverso così tanti anni facendo comprendere anche a chi sia a digiuno di Storia orientale quali siano state le conseguenze di una colonizzazione così atroce come quella giapponese in Corea. Rendere internazionale un progetto come questo, che è così legato alla tradizione sudcoreana, era forse la sfida più grande e, almeno a giudicare da queste prime puntate, l’obiettivo è stato ampiamente raggiunto.
Pachinko si presenta insomma come una delle punte di diamante della serialità di questo 2022: un prodotto da non perdere, che si sia lettori del romanzo o meno.
1×01: 9
1×02: 8
1×03: 8½

Complimenti per la bellissima recensione. Mi ha dato tanto su cui riflettere, e concordo nel dire che già a partire da questi primi tre episodi si comprende il lavoro monumentale fatto sui personaggi, sulla storia, sulle interpretazioni (l’attrice che interpreta la protagonista nel primo episodio è spettacolare nella sua mimica facciale, il rapporto con il padre così complesso e sfaccettato viene reso alla perfezione… e la menzione nel terzo episodio lo rende ancor più speciale!). Quello che mi ha particolarmente colpito di questi primi episodi è il focus sul linguaggio e su come questo caratterizzi un popolo, una stirpe, una famiglia; proprio con il riferimento all’anziana signora di cui Solomon vede solo la prospettiva degli affari – è anche emblematico come, nel presentarsi, lui gli porti un dono caratteristico della cultura giapponese, e poi si “tradisca” nel dire come il passato venga rinvangato dagli anziani per farne portare il peso ai giovani (dialogo anch’esso mastodontico). In riferimento a quella storyline, infatti, penso si dispieghi tutto il significato dei tre registi linguistici utilizzata nella serie, e l’importanza che questi rivestono nella narrazione in toto: quando la signora anziana si rivolge a Solomon e dice che i suoi figli non conoscono la lingua in cui la loro stessa madre sogna, è proprio un elemento – ed una frase – che spiega tutto il percorso già magistralmente affrontato nei primi episodi. Il richiamo al linguaggio – alle origini, alla tradizione comune -, il modo in cui è stato trattato, mi ha reso la serie ancora più convincente e potente. Veramente un inizio incredibile, ed era da tanto che un prodotto non mi colpiva così tanto! Ancora complimenti per l’analisi.