
È questo il caso di The Last Days of Ptolemy Grey, miniserie drammatica in sei episodi di AppleTV+ tratta dal romanzo omonimo di Walter Mosley, qui anche creatore e sceneggiatore dello show. Lo scrittore settantenne è già una penna esperta negli ambienti della televisione: recentemente ha infatti scritto diversi episodi di Snowfall, di cui è anche produttore, oltre ad aver curato alcuni film per la tv e visto portare alla luce diversi film tratti da altre sue opere – tra cui uno dei più famosi Devil in a Blue Dress con Denzel Washington. Come si diceva, nel caso della serie Apple, Mosley sceglie un attore esperto e iconografico come Samuel L. Jackson per interpretare il suo protagonista e offrire un’ottima copertina allo show; se in tantissime produzioni recenti, tuttavia, Jackson era solito mettere in scena personaggi più giovani, a parte qualche eccezione, qui lo vediamo addirittura nel ruolo di un uomo quasi vent’anni più vecchio.
La storia è quella, appunto, del novantatreenne Ptolemy Grey, un uomo che vive da solo in un disordinato appartamento di Atlanta e che deve lottare con la demenza senile; la malattia lo porta ad avere allucinazioni, paranoie e, in generale, a non essere autosufficiente in molte cose. A prendersi cura di lui c’è il nipote Reggie che, a cadenza settimanale, va a trovarlo e lo aiuta a sbrigare le commissioni e lo supporta in tutte quelle faccende di cui lo zio non può occuparsi da solo; questa cura porta l’anziano Ptolemy a creare un legame profondo con il nipote che, nel frattempo deve affrontare dei non meglio specificati problemi personali. Il mondo di “Papa Grey” – così lo chiamano in famiglia – viene sconvolto quando viene a sapere dell’assassinio improvviso di Reggie; questo evento innesca una serie di vicende che porteranno l’anziano Ptolemy a voler fare luce sull’omicidio, approfittando dell’aiuto di una nuova caretaker – la giovane Robyn – e di una cura sperimentale che gli permette di recuperare i ricordi e tornare lucido per brevi periodi di tempo.

Il tono della serie è ovviamente sempre molto drammatico, anche se non mancano gli episodi involontariamente – o meglio dire tristemente – comici legati alle conseguenze della demenza di Ptolemy e alla sconvenienza di molti dei suoi gesti o delle sue parole confuse. In generale si respira la volontà di raccontare la difficoltà dell’invecchiamento e, soprattutto, del doverlo fare praticamente da soli. Non sono molti i prodotti televisivi che hanno posto questioni di questo genere al centro della loro narrazione: recentemente lo ha fatto The Kominsky Method, anche se in quel caso la cosiddetta “terza età” veniva affrontata con una sferzante ironia e con una buona dose di ottimismo; la vecchiaia era un terreno fertile sul quale poter far crescere una nuova possibilità di vita. In The Last Days of Ptolemy Grey la vecchiaia del protagonista è costellata di ricordi e di sguardi malinconici al passato, una visione pessimistica anche legata al deterioramento della memoria e, quindi, alla perdita di tutti i momenti felici vissuti.

I primi due episodi di The Last Days of Ptolemy Grey sono, come si è detto, molto introduttivi, ma dicono in realtà già moltissimo sullo show; tutto considerato, in effetti, siamo già a un terzo della durata complessiva della serie. L’impressione è quella di trovarci di fronte ad una miniserie drammatica molto solida che si fonda in primis sulla grande performance del suo protagonista, ma anche su una narrazione che è chiaramente ispirata a quella di un romanzo, che cioè non si adatta ai tempi classici delle serie tv ma si distende lungo tutta la durata degli episodi, dimenticandosi di voler continuamente sorprendere lo spettatore con colpi di scena o cambi di ritmo improvvisi e, anzi, accompagnandolo lentamente a scoprire i personaggi e i loro rapporti. Se il resto della miniserie si dovesse mantenere su questi ottimi livelli avremo tra le mani una piccola gemma incastonata nel catalogo di AppleTV+.
Voto 1×01: 8
Voto 1×02: 8 ½
