
L’impressione nei primi secondi è quella di aver iniziato per errore l’episodio di una qualche altra serie: le luci e gli addobbi natalizi della cittadina di Troy, accompagnati dalla calda voce narrante di Keith Morrison, immergono lo spettatore in quello che sembra l’inizio di una fiaba per bambini piuttosto che di una storia tragica. Ma se questo crea confusione nei primi istanti, diventa presto un punto di forza dell’episodio, creando una dissonanza che tiene vivo l’interesse per la narrazione nonostante si conosca già la realtà dei fatti.
Per chi non conoscesse l’omicidio di Betsy Faria, gli avvenimenti vengono anticipati già nei primi minuti: si parla dell’assassinio di una donna del quale viene accusato il marito, Russ Faria (Glenn Fleshler). Non ci si mette molto, però, a scoprire che la vera colpevole è la protagonista Pam Hupp (Renée Zellweger), ovvero l’amica della vittima Betsy (Katy Mixon).
Il principale merito di The Thing About Pam è proprio questo: al contrario della stragrande maggioranza di serie crime, dove ad accendere la curiosità e la suspense è l’elemento del dubbio, l’episodio pilota “She’s a Good Friend” non nasconde nulla di come sono andate le cose, ma riesce a tenere alta l’attenzione del pubblico proprio perché quest’ultimo si trova in uno stato di onniscienza, che lo invoglia a vedere in che modo la trama si avvierà verso la direzione conosciuta.

Nessuno tra i personaggi secondari risulta degno di nota. Tutti vorticano attorno a Pam per qualche incomprensibile motivo, risultando inermi e amichevoli nonostante il suo atteggiamento ambiguo e la sua stizza malcelata. Qui sembra che la regia abbia esagerato nel voler mostrare come tutti ignorino la vera natura della loro buona amica Pam; forse non è stato fatto pensando che chi guarda sia del tutto privo di intuito, ma la sensazione è decisamente quella.

Insomma, quello che tiene in piedi la trama è il fatto che tratta di un evento realmente accaduto, poiché, se tutto ciò fosse inventato, i rapporti di causa-effetto della narrazione risulterebbero deboli e poco convincenti, generati da scelte di sceneggiatura superficiali e col scolo scopo di far muovere a tutti i costi la vicenda nella direzione stabilita.
A spezzare una narrazione tutto sommato incalzante, ci sono sequenze lente e inutili allo sviluppo della trama. Queste sono scene – soprattutto di dialoghi – che non hanno un ruolo ben definito; forse sono messe lì per alternare il ritmo dell’episodio, o per aumentare la tensione, ma appaiono come semplici stratagemmi riempitivi per fare minutaggio.
In linea generale, “She’s a Good Friend” ha il merito di gettare curiosità per gli episodi a seguire, pur non rientrando nei canoni narrativi apprezzati da chi ama questo genere di serie, e al contempo strizzando l’occhio a chi invece non ne è un appassionato. Si piazza quindi in una via di mezzo, che promette una miniserie leggera e intrigante quanto basta, senza però essere memorabile, e che sfocerebbe nel noioso se le puntate previste fossero più di quattro.
Si potrebbe parlare di The Thing About Pam come di un esperimento, un ibrido narrativo da cui, però, ci si aspetta di vedere il senso nelle prossime puntate.
Voto: 6
