
La fascinazione per i vichinghi e tutto ciò che li riguarda ha raggiunto livelli altissimi negli ultimi anni: oltre al già citato Vikings, recentemente è apparso in TV The Last Kingdom (disponibile su Netflix), tratto dalla saga di romanzi The Saxon Stories di Bernard Cornwell, mentre nel mondo videoludico uno dei franchise più redditizi e di maggiore successo, Assassin’s Creed, ha ambientato il suo ultimo capitolo, anch’esso chiamato Valhalla, nella seconda metà del nono secolo tra Norvegia e Inghilterra, seguendo l’ascesa del popolo norreno nel mondo anglosassone; non è dunque strano che Netflix abbia voluto continuare a sfruttare l’interesse da parte del pubblico per questa tematica.
Valhalla parte da una base storica che lancia gli eventi del racconto – in questo caso il massacro del giorno di San Brizio – per poi piegare alle esigenze narrative altri momenti di rilievo accaduti a distanza di qualche decennio, giocando con quella che è la reale linea temporale. Basti pensare che tra l’evento scatenante e l’assalto al ponte di Londra (la battaglia di Stamford Bridge) che avviene a metà stagione, sono in realtà passati circa sessant’anni. Per gli amanti della precisione storica questo può essere un grande problema, ma chi conosce Vikings sa benissimo che questo utilizzo creativo della Storia era già presente nel racconto incentrato su Ragnar e figli dove, per esempio, i vari assedi a Parigi venivano anticipati di alcuni decenni. Anche gli stessi protagonisti di Valhalla, ispirati ovviamente a figure realmente esistite, sono soggetti a questa dinamica.

È probabilmente l’aspetto più interessante della serie quello che viene fatto in termini di racconto dell’espansione del cristianesimo anche tra un popolo legatissimo al paganesimo come quello norreno. Già in Vikings erano state gettate le basi per quello che sarebbe arrivato più tardi: se lì le cose erano molto più nette inizialmente a livello religioso, la figura di Ragnar ha piano piano rappresentato sempre di più il conflitto interiore che c’è nel vivere tra questi due mondi così diversi, in battaglia tra il desiderio di essere accolto nel Valhalla e la tentazione e la fascinazione verso il cristianesimo.
Il mondo di Valhalla è molto diverso da quello di Vikings: i popoli scandinavi si sono insediati in Inghilterra da tanto tempo e per molti di loro Cristo è la guida spirituale. Non è un caso che all’interno degli stessi gruppi norreni, magari uniti da un obiettivo comune come vendicare il massacro del giorno di San Brizio, si arrivi allo scontro proprio per cause religiose. La linea narrativa che riguarda Freydìs e lo Jarl Kåre sfrutta al meglio il potenziale di questa divisione: entrambi sono cresciuti con un trauma legato a violenze perpetrate dall’altra religione, ferite che si portano non sono nell’animo ma anche fisicamente, come la cicatrice a forma di croce di Freydìs o il tatuaggio di Kåre; sono figure speculari che rappresentano ottimamente il cambiamento che sta colpendo il nord dell’Europa.

Questa rapidità miete alcune vittime durante il suo cammino, in particolare la Jarl di Kattegat, Haakon, un personaggio con una backstory molto interessante ma che è presente sullo schermo per troppo poco tempo per poter sfruttare al meglio il suo potenziale. Perfino la sua morte, arrivata durante la difesa della sua città, avviene in maniera decisamente anticlimatica e poco interessante per una figura che, in quanto leader di un luogo con un valore così importante per questa storia, meritava qualche attenzione in più. Con Valhalla si vive dunque un problema opposto a quello di Vikings che, con venti puntate a stagione, si trovava inevitabilmente ad avere alcuni filoni narrativi eccessivamente diluiti. Le otto puntate di questa serie Netflix, invece, sono troppo poche ed è un vero peccato vista la vastità di contenuti e tematiche da affrontare.
Sul fronte dell’azione – un elemento che ha da sempre contraddistinto Vikings e che gli ha permesso di non sfigurare con il ben più costoso Game of Thrones – Valhalla fa forse qualche passo indietro, colpa anche di alcuni set che impediscono una completa immersione negli eventi; ciononostante, sia l’attacco al ponte di Londra che, soprattutto, quello a Kattegat nel finale, fanno un’ottima figura, soprattutto se si pensa che siamo di fronte a una serie che è stata girata nel corso di una pandemia, e quindi limitata da tutti i vari protocolli che entrano in gioco nel momento in cui si è alle prese con sequenze che richiedono molte comparse.

Voto: 7
