
Quasi imprigionata nel ruolo scomodo di moglie del segretario generale John Mitchell (interpretato qui da un irriconoscibile Sean Penn), Martha è la voce fuori dal coro in un contesto profondamente maschilista, nel quale emerge in maniera dirompente, sgradita, inopportuna. Proprio per questo, nonostante la sua importanza nell’esplosione dello scandalo del Watergate, fu presto messa a tacere, tenuta in ostaggio, silenziata e infine consegnata all’oblio. Starz decide di renderle ora giustizia e le costruisce intorno un racconto corale, formato da tantissimi personaggi che ebbero un ruolo più o meno centrale all’interno della vicenda.
Diciamo subito che in questo pilot, per molti versi riuscito e intrigante, la più grande contraddizione sta proprio nella sua coralità. Preoccupato di introdurre tutto l'”esercito” di personaggi (e il cast all-star di attori), l’episodio finisce per marginalizzare proprio la figura della Mitchell. Nonostante il lavoro eccellente di Julia Roberts, il personaggio rimane quasi schiacciato dal bisogno della serie di mettere subito tutte le sue carte in tavola e mostrare – quasi con arrogante narcisismo – un cast nutrito e popolato da vincitori di premi Emmy e attori conosciutissimi al pubblico televisivo anche in ruoli decisamente più marginali: la domanda che sorge durante la visione è se ce ne fosse davvero bisogno.

Anche se l’intenzione fosse stata quella di raccontare alcune vicende umane all’interno di un grande evento storico (la cospirazione e il tentativo di affossamento dello scandalo), il pilot rimane troppo incentrato sull’introduzione dei personaggi e l’interpretazione dei singoli. A mancare completamente è l’approfondimento sociale, aspetto che invece costituiva l’elemento essenziale di altri prodotti come appunto Mrs. America o il sottovalutato film Bobby, in cui un cast, anche in quel caso, di stelle del cinema serviva lo scopo di raccontare bozzetti di vita (che però erano frammenti di un unico grande quadro sociale) che ruotavano intorno all’assassinio di Robert Kennedy. Il pilot di Gaslit, come già detto, manca di tutto questo, cercando di muoversi su diversi registri senza mai prendere una direzione precisa.
Si guardi anche il modo in cui si decide di narrare l’intera vicenda: il racconto oscilla in continuazione dalla commedia nera al thriller, dalla rappresentazione caricaturale al realismo drammatico, senza che questi generi siano ben integrati l’uno con l’altro. Quando l’episodio decide di virare sul comico non risulta tagliente fino in fondo, quando punta al realismo manca di intensità. Sembra quasi che il registro del racconto sia affidato al modo in cui l’attore di turno decida di dare corpo e voce al proprio personaggio (si guardi all’interpretazione fin troppo cartoonesca di Liddy da parte di Shea Whigham).

Proprio per questo la serie poteva concentrarsi solo su di lei invece di provare a dire troppo e con troppi personaggi. Sfortunatamente sulla storia pesa l’intenzione di creare un prodotto dalla sicura nomination agli Emmy (sia Julia Roberts che Sean Penn mancarono la candidatura alla loro prima apparizione televisiva rispettivamente in Homecoming e The First). Non a caso, la serie risulta più efficace quando si preoccupa meno di essere “prodotto” e più di essere “storia”, tanto che alla fine a rubare la scena non sono tanto Roberts e Penn, quanto la coppia formata dai “meno noti” Dan Stevens e Betty Gilpin (GLOW, Roar). La sensazione finale è che questo pilot sia una buona introduzione, ma che fallisce a dare una direzione alla storia e questo, per una serie a cadenza settimanale e non pensata per il binge-watching, è una scelta rischiosa e potenzialmente dannosa per il prosieguo.
Voto: 6
