
Quando si pensa al basket e ai documentari, la mente va inevitabilmente al recente capolavoro Netflix/ESPN The Last Dance, un progetto arrivato come un toccasana per tutti quelli in astinenza da sport dal vivo durante il primo lockdown del 2020, che ha ricordato – per chi ne avesse bisogno – la grandezza di Michael Jordan e di quei Bulls che hanno dominato praticamente senza rivali negli anni Novanta, cambiando per sempre la lega più famosa al mondo. La rivoluzione nell’NBA, però, è arrivata un po’ prima, grazie proprio a quel “Magic” Johnson attorno a cui ruota They Call Me Magic.
Chi si aspetta però quattro episodi di profonda immersione nella vita e nei retroscena dei Lakers guidati da Magic, Kareem Abdul-Jabbar e Pat Riley, e della storica rivalità con i Boston Celtics, potrebbe restare deluso (per quello c’è già l’ottimo Celtics/Lakers: Best of Enemies realizzato ovviamente da ESPN). Benché non manchino larghi spazi dedicati a quello che succedeva sul rettangolo di gioco e nei dintorni – e sarebbe strano il contrario –, They Call Me Magic si focalizza principalmente sull’Earvin “Magic” Johnson come uomo e su come tutto quello che ha vissuto negli ultimi 40 anni abbia cambiato lui e tutti quelli che lo circondano, ed è questo che separa la serie da tante altre.
L’esempio più lampante di questo lavoro è l’episodio in cui viene analizzata la pagina più triste è difficile della vita/carriera di Magic, quando, poco prima dell’inizio della stagione NBA 1991-1992, ha scoperto di avere l’HIV, in un periodo in cui si sapeva ancora poco sul virus e che per molti fu vista come una sentenza di morte per Earvin. È una parte in cui emerge l’enorme determinazione di Johnson che, come sempre prima di allora, aveva affrontato ogni ostacolo come una sfida, e che qui dimostra la capacità di sapersi reinventare aprendo le porte a un nuovo capitolo nella sua vita in cui, nonostante alcune piccole parentesi come l’All Star Game del 1992 e lo storico Dream Team delle olimpiadi dello stesso anno, il basket non è l’aspetto più importante.

Come detto in precedenza, lo spazio al basket giocato è limitato rispetto a quelle che potrebbero essere le aspettative, ma non mancano fortunatamente delle sequenze dedicate alla palla a spicchi che renderanno felici gli appassionati. Magic è, e lo sarà per sempre, uno dei più grandi campioni dello sport: per il pubblico più giovane, che con The Last Dance aveva avuto la possibilità di vedere MJ all’opera, They Call Me Magic mostra quelli che sono i momenti salienti della carriera di Magic con i Lakers e il basket spettacolare che offrivano sul parquet del Forum di Los Angeles, con tanto di interviste ai compagni di squadra e ai rivali di Johnson, tra cui Michael Jordan, l’erede a tutti gli effetti di Earvin.
Forse l’unica vera critica che si può fare al progetto, e che dimostra quanto coinvolgente e appassionante sia il racconto, è che quattro puntate sono davvero troppo poche per raccontare una carriera e, soprattutto, una vita così piene e intense. Un altro paio di episodi avrebbero sicuramente dato lo spazio necessario ad analizzare e mostrare in maniera più approfondita le gesta di Earvin “Magic” Johnson dentro e fuori dal campo, evitando quella sensazione di narrazione eccessivamente rapida e sbrigativa che si percepisce in alcuni momenti.
They Call Me Magic è quindi un’ottima docuserie che narra in maniera avvincente e spesso toccante la vita del grande campione NBA Magic Johnson, una storia lunga sessant’anni che, nonostante abbia al centro una delle figure sportive più conosciute e più raccontate del mondo della palla a spicchi, ci mostra un Earvin a tratti poco conosciuto e ancora più emotivo e umano di quello che si poteva pensare.
Voto: 7½
