
Lucky Hank è una serie AMC tratta dal romanzo “Straight Man” del 1997 scritto da Richard Russo, adattato per l’occasione da Paul Lieberstein (che ricordiamo tutti come Toby Flenderson in The Office, nonché produttore e showrunner della serie per le ultime tre stagioni) e Aaron Zelman (Criminal Minds, Resurrection). Il protagonista, come si diceva, è Bob Odenkirk nel ruolo di William Henry Deveraux Jr, ma chiamato da tutti Hank, un professore d’inglese di mezza età di un college di provincia nel bel mezzo di una crisi esistenziale. Convinto di star sprecando la sua vita, Hank si lascia tuttavia sfuggire qualche parola sconveniente di fronte ai propri studenti e il preside Jacob (Oscar Nunez, The Office) insieme ai colleghi professori, tra cui Paul (Cedric Yarbrough, Speechless) e Gracie (Suzanne Cryer, Silicon Valley), valutano la possibilità di licenziarlo. Se questo accade dal punto di vista professionale anche la vita privata di Hank non vive una situazione rosea: la moglie Lily (Mireille Enos, The Killing), infatti, vive un momento di infelicità nel suo lavoro di psicologa e fantastica di andare a vivere in una grande città come New York.

Per quanto riguarda la componente drammatica, questa è scritta attraverso il racconto della débâcle psichica di Hank, che inizia a porsi domande esistenziali sulla vera felicità e sulla discrepanza tra quello che si sarebbe voluti essere e quello che invece si è diventati. Anche questa parte funziona a fasi alterne, un po’ perché il personaggio dell’uomo borghese tormentato che attraversa la sua personale crisi di mezza età è già stato affrontato migliaia di volte e in tutti i modi possibili, ma anche perché la scrittura non riesce a rendere il protagonista della serie così interessante da permettere allo spettatore di entrare in sintonia con lui. Chiaro che è un’impresa ardua per un primo episodio da una quarantina di minuti, ma il suo compito dovrebbe essere proprio quello di introdurci alla vita di Hank e mostrarci le diverse fasi della sua depressione, cosa che non avviene perché siamo subito catapultati in un momento successivo.

Come si diceva è molto difficile giudicare Lucky Hank a partire solo dal suo pilot proprio perché c’è un sacco di potenziale inespresso ma allo stesso tempo anche un costante senso di già visto e di parlarsi addosso che risulta respingente. La comicità non è brillante e il ritmo è compassato; la crisi del protagonista è più raccontata che mostrata e nonostante la bravura degli interpreti i personaggi non colpiscono e rimangono tutti piuttosto anonimi – il personaggio forse più interessante che emerge dal pilot è quello di Lily, la moglie di Hank. In generale, quindi, il primo approccio con la serie AMC è come un incontro un po’ imbarazzato, di quelli che non sai bene come comportarti e, nel dubbio, fai il vago e cerchi di trovare anche solo qualcosa che ti piaccia e che ti spinga a non andartene con una scusa.
Voto: 6
