
(Odissea, Canto XII, vv 39-46, traduzione dell’autrice)
Con queste parole, Circe metteva in guardia Odisseo dalle pericolosissime Sirene, creature che dai tempi dei poemi omerici sono arrivate fino ad oggi a rappresentare un particolare tipo di indole: complice poi la scarsa volontà di rinnovamento da parte di una produzione artistica per millenni in mani maschili, questo tipo di comportamento viene incarnato, anche nella contemporaneità, da personaggi femminili. Seduzione e tentazione al limite dell’ipnosi; femminilità irresistibile che induce alla follia perché dominata dalle forze della natura; duplicità e inganno che conducono alla distruzione: le Sirene rovinano la vita di chi, ascoltando il loro canto, scelga di seguirle.

È una serie dominata dalle donne: gli stessi poster dello show puntano tutto sul trio al centro della narrazione, composto da Michaela Kell (Julianne Moore), detta “Kiki”, ex avvocata ora moglie miliardaria e filantropa col pallino dei rapaci da salvare; Simone DeWitt (Milly Alcock, House of the Dragon), assistente tuttofare di Kiki, con cui intrattiene un rapporto co-dipendente; e Devon DeWitt (Meghann Fahy, The White Lotus), sorella maggiore di Simone con cui condivide un passato difficile.
Il collegamento viene spontaneo quindi a partire dalla (astuta) mossa di marketing: se si escludono le persone che si aspettavano una svolta fantasy con una vera apparizione di sirene – e non sono state poche –, il pubblico è stato volutamente instradato verso una visione in cui il ruolo simbolico delle sirene appartenesse, come da tradizione, al mondo femminile. Di più: lo show ha sottolineato il concetto in diversi modi, a partire dal messaggio di SOS accordato tra le sorelle, fino alla caratterizzazione di queste tre donne, accomunate, anche se in modi diversi, da una capacità che si potrebbe definire genericamente “ammaliante”.

C’è poi Simone, il cui magnetismo è esercitato in primis nei confronti della capa Kiki, che sviluppa con lei un rapporto troppo intimo persino per un’assistente personale: dal sexting col marito scritto insieme, alle notti passate a dormire nello stesso letto, sembra non essere chiaro dove finisca l’una e inizi l’altra. Ma la signora Kell non è l’unica a subire il fascino di Simone: c’è anche Ethan, amico di famiglia e in particolare di Peter Kell (Kevin Bacon), noto collezionista di venticinquenni che tuttavia, verso la fine di questo weekend, finirà col chiedere alla ragazza di sposarlo, per poi andare in crisi davanti al suo no fino a ubriacarsi e quasi ad ammazzarsi cadendo da una scogliera. Lo stesso Peter non riuscirà a controllarsi davanti a Simone, mentre sarà solo il gruppo dei dipendenti che lavorano nella proprietà a detestare la giovane assistente (vedremo poi perché), che pure si limita a eseguire gli ordini della invece apparentemente adorata Mrs. Kell.

Fino a qui, insomma, la serie sembra seguire il cliché che da sempre caratterizza il mondo delle sirene, calandolo in un mondo di estrema ricchezza che tanto va di moda negli show televisivi degli ultimi anni (The White Lotus e Succession, per fare solo due nomi).
Tuttavia, il lavoro su questi tre personaggi viaggia in parallelo su un altro binario, che inizialmente sembra secondario, o tutt’al più una triste coincidenza: le tre donne hanno infatti perso la madre da piccolissime e si ritrovano, chi più chi meno, a confrontarsi con un trauma genitoriale. Se delle sorelle DeWitt scopriamo la storia passo dopo passo ma ne intuiamo sin da subito le difficoltà – Simone non vuole avere a che fare con il padre, Devon ha rinunciato alla sua vita per permettere alla sorella di studiare –, il discorso su Michaela è più complesso perché duplice. Kiki infatti è anche una donna che non è riuscita ad avere dei figli col marito Peter: la questione all’inizio scorre sotto traccia, perché la narrazione si concentra subito sulla mania di controllo esasperata ed esasperante nei confronti del marito, che appare come il classico uomo ricco ma costretto in una ragnatela di eventi e progetti gestiti dalla (forse) amata consorte.

Sirens diventa allora una serie dalla duplice lettura, in cui al ribaltamento del simbolismo si somma un cinico ma realistico discorso sul potere e sull’ipocrisia che lo circonda. La realtà viene alterata da chi può licenziarti in un attimo dal tuo posto di lavoro senza ascoltare ragioni, è vero, ma viene manipolata molto di più da chi può sostituirti nel tuo ruolo di vita con un solo schiocco di dita: Peter agisce in maniera silenziosa, tanto che non ci accorgiamo di nulla finché non lo vediamo accadere, scoprendo lo schema evidentemente già attuato in passato con la prima moglie (le parole di Jose, “Are you sure you wanna do this again?”, parlano chiaro). Il divorzio, comunicato durante la festa di gala come fosse un licenziamento, assume tratti inquietanti per la sua durezza, soprattutto perché seguito dall’arrivo di una Simone che, ammaliata dal potere e da Peter, si sostituisce senza alcun problema alla sua ex capa, col beneplacito della comunità intera che non batte ciglio davanti al cambio di potere e di futura moglie, avvenuto nel bel mezzo di una festa.
La sirena allora è Peter, l’unico ad avere un potere che non può svanire perché ereditato; l’unico non solo a sentirsi legittimato a fare quello che vuole con le persone che lo circondano, ma a farlo sul serio e senza scrupoli, ben conscio del fatto che i suoi sottoposti (da Jose in giù) non faranno altro che eseguire i suoi ordini senza emettere un fiato davanti a chi il potere ce l’ha. Lo prova il fatto che tutto lo staff abbia addirittura una chat privata per prendere in giro Simone come assistente e che festeggi appena scopre del suo licenziamento, salvo poi essere pronto a sottomettersi all’istante alla nuova “ape regina”, come sottolinea quel “mi amor” che Jose rivolge subito a Simone, dopo averlo usato per anni con Michaela.

È così che Ethan si “innamora” di Simone, cioè quando scopre le sue vere origini: si offre di proteggerla ma a modo suo, dimostrando di non averla mai ascoltata, andando a chiedere la sua mano a un padre con cui lei non ha rapporti da un decennio e portandolo addirittura sull’isola. Non è un caso che perda la testa quando viene rifiutato: non è l’amore a parlare, ma il desiderio di possesso e l’essere stato rifiutato proprio quando lui ha deciso di mettere su famiglia. Persino l’incontro in ospedale sottolinea il classico simbolismo della donna che, se rifiuta l’uomo, uccide e distrugge in una forma non umana: Ethan, pur obnubilato dagli antidolorifici, accusa Simone di averlo spinto giù dalla scogliera, di essersi levata sopra di lui “con delle ali” e di aver riso di lui. Di nuovo, torna la mitologia millenaria, che divide le donne in angeliche o puttane, in innamorate e devote o in donne-vampire e addirittura mostri (come Ethan definisce Simone dopo il rifiuto).
Questo non vuol dire che le donne della serie non abbiano tratti falsi o egoisti: li hanno come esseri umani, e ne hanno sempre di più in base anche alla loro posizione sociale, perché ciò che Sirens ci mostra è quanto la manipolazione sia un discorso anche di classe, sia nell’analisi di chi la produce, sia nell’ipocrisia dimostrata da chi la riceve. Ciò che prende in contropiede è proprio il cambio di rotta a cui assistiamo durante la serie: si parte da una aspettativa di donne-sirene e uomini vittime di questi “incantesimi” per arrivare a vedere come le protagoniste mettano in atto strategie manipolatorie ma generate da un contesto traumatico, che le costringe a crearsi un mondo (e un modo) per sopravvivere. Si pensi per esempio alle tragedie subite dalle sorelle DeWitt: è inutile cercare di capire chi abbia ragione e chi torto, perché sono state entrambe colpite dalle malattie e dai maltrattamenti del loro genitori. È in questo contesto che si può comprendere l’allontanamento di Simone dalla sorella, vittima del senso di colpa nei confronti di un padre ormai malato che non riesce ad abbandonare; ma si capisce anche come Devon veda in modo egoistico la scelta di Simone di delegare solo a lei il problema, dopo quanto ha sacrificato della sua vita per garantirne una alla sorella.

Ecco quindi il cambio di rotta. L’abitudine letteraria che porta sempre a contestualizzare i dolori dei giovani (e meno giovani) uomini, che fanno quello che fanno sempre “per amore”, e che se esagerano è perché “sono stati ammaliati” dalle donne, viene ora completamente ribaltata: sono le donne qui ad avere un contesto che dà risposte ben precise dei loro comportamenti, mentre sono gli uomini a fare ciò che fanno per egoismo (Peter), convenienza (Jose), o semplice complesso del principe azzurro.
In maniera minore, ma non per questo meno problematica, si comporta infatti così anche Morgan, il capitano dello yacht di Ethan: all’apparenza sembra la persona ideale per Devon, ma in realtà proprio come gli altri segue un suo piano, che lo vede legarsi alla donna sempre di più a mano a mano che ne riconosce la vulnerabilità. Lo scenario è sempre lo stesso, anche se riproposto in chiavi differenti: che si tratti di Raymond, amico storico di Devon, o di Morgan, appena conosciuto, entrambi sono spinti verso di lei dalla sola idea di doverla proteggere o portare altrove, come se lei non potesse cavarsela da sola. Raymond continua a vederla come la complicata ragazza del liceo, e fallisce nel proteggerla l’unica volta in cui avrebbe dovuto; Morgan (che pure è il meno problematico del gruppo) si ritrova a dare consigli di vita a una donna che conosce da meno di 48 ore sentendosi nella posizione di poterlo fare, solo per togliersi lo sfizio di portarla con lui nel suo viaggio di un mese con lo yacht. È questo che rappresenta la già citata scena notturna in spiaggia: nessuno di loro ascolta davvero quello che Devon dice e vuole, specialmente quando chiede di rimanere da sola. Arriveranno entrambi ad accettare il suo allontanamento, ma solo giunti all’estremo: Raymond, quando finisce in carcere e scopre di avere il matrimonio in pericolo; Morgan, quando è ormai a poche ore dalla partenza e non può che prendere atto della ferma decisione di Devon.

Sirens è una miniserie che ha molto da dire e che in gran parte riesce nel suo obiettivo, tenendo il pubblico in bilico fino alla fine: tuttavia, dato il materiale, l’obiettivo narrativo di un certo spessore e un cast incredibile, si rimane un po’ con l’amaro in bocca davanti a certi passaggi troppo rapidi o out of character che non rendono giustizia al progetto di base. Rimane un prodotto non solo godibile per le interpretazioni e le ambientazioni, ma che ha gettato il cuore oltre l’ostacolo provando a lavorare con un mito letterario millenario e tentando di scomporlo dall’interno: Sirens, pur con qualche difetto nella resa, ci riesce e anche bene.
Voto: 7½
