Sirens – Miniserie


Sirens - MiniseriePer prima cosa giungerai alle Sirene, che tutti / gli uomini incantano, chiunque arrivi presso di loro. / A colui che si avvicini, ignaro, e ascolti la voce / delle Sirene, a lui la moglie e i figli piccoli / non sono vicini e non sono felici per lui che ritorna a casa, / ma le Sirene lo ammaliano con un limpido canto, / mentre stanno sedute sul prato; e attorno un gran mucchio d’ossa / di uomini disfatti, e intorno le pelli sono raggrinzite.

(Odissea, Canto XII, vv 39-46, traduzione dell’autrice)

Con queste parole, Circe metteva in guardia Odisseo dalle pericolosissime Sirene, creature che dai tempi dei poemi omerici sono arrivate fino ad oggi a rappresentare un particolare tipo di indole: complice poi la scarsa volontà di rinnovamento da parte di una produzione artistica per millenni in mani maschili, questo tipo di comportamento viene incarnato, anche nella contemporaneità, da personaggi femminili. Seduzione e tentazione al limite dell’ipnosi; femminilità irresistibile che induce alla follia perché dominata dalle forze della natura; duplicità e inganno che conducono alla distruzione: le Sirene rovinano la vita di chi, ascoltando il loro canto, scelga di seguirle.

Sirens - MiniserieDecidere di chiamare Sirens una miniserie ambientata in un mondo così ricco da sfociare nell’inquietudine dell’opulenza (che è seducente per sua stessa natura) è stato certamente un colpo di genio. Lo show di Netflix è stato creato da Molly Smith Metzler, la quale ha attinto a piene mani da una sua pièce teatrale del 2011, Elemeno Pea: qui abbiamo cinque episodi che raccontano una vicenda in realtà piuttosto intricata, non tanto a livello temporale – si ambienta durante il weekend dal Labor Day – quanto per le storie dei personaggi e i rapporti che intercorrono tra questi.
È una serie dominata dalle donne: gli stessi poster dello show puntano tutto sul trio al centro della narrazione, composto da Michaela Kell (Julianne Moore), detta “Kiki”, ex avvocata ora moglie miliardaria e filantropa col pallino dei rapaci da salvare; Simone DeWitt (Milly Alcock, House of the Dragon), assistente tuttofare di Kiki, con cui intrattiene un rapporto co-dipendente; e Devon DeWitt (Meghann Fahy, The White Lotus), sorella maggiore di Simone con cui condivide un passato difficile.

Il collegamento viene spontaneo quindi a partire dalla (astuta) mossa di marketing: se si escludono le persone che si aspettavano una svolta fantasy con una vera apparizione di sirene – e non sono state poche –, il pubblico è stato volutamente instradato verso una visione in cui il ruolo simbolico delle sirene appartenesse, come da tradizione, al mondo femminile. Di più: lo show ha sottolineato il concetto in diversi modi, a partire dal messaggio di SOS accordato tra le sorelle, fino alla caratterizzazione di queste tre donne, accomunate, anche se in modi diversi, da una capacità che si potrebbe definire genericamente “ammaliante”.
Sirens - MiniserieDevon, ad esempio, ci viene mostrata come una donna dalla vita complicata, alla ricerca di un aiuto che non riceve dalla sorella, da cui decide di recarsi dopo la sua impersonale risposta alla notizia della demenza senile del padre Bruce. All’inizio di Sirens, Devon è appena uscita di prigione, ha un problema di dipendenza dall’alcol e soprattutto anche dal sesso: la serie ci mostra come nessun uomo sia in grado di dirle di no (a esclusione di Jose), e se all’inizio questo pare il classico cliché per cui a una bella donna nessun uomo sa resistere, verso le ultime puntate questo magnetismo assume tratti inquietanti, nonostante la patina comedy da cui sono ricoperti. Esemplare in questo senso è la scena notturna della quarta puntata, “Persephone”, in cui tre uomini corrono dietro a Devon come se non potessero fare altro, mentre lei continua a dire che vuole stare da sola.

C’è poi Simone, il cui magnetismo è esercitato in primis nei confronti della capa Kiki, che sviluppa con lei un rapporto troppo intimo persino per un’assistente personale: dal sexting col marito scritto insieme, alle notti passate a dormire nello stesso letto, sembra non essere chiaro dove finisca l’una e inizi l’altra. Ma la signora Kell non è l’unica a subire il fascino di Simone: c’è anche Ethan, amico di famiglia e in particolare di Peter Kell (Kevin Bacon), noto collezionista di venticinquenni che tuttavia, verso la fine di questo weekend, finirà col chiedere alla ragazza di sposarlo, per poi andare in crisi davanti al suo no fino a ubriacarsi e quasi ad ammazzarsi cadendo da una scogliera. Lo stesso Peter non riuscirà a controllarsi davanti a Simone, mentre sarà solo il gruppo dei dipendenti che lavorano nella proprietà a detestare la giovane assistente (vedremo poi perché), che pure si limita a eseguire gli ordini della invece apparentemente adorata Mrs. Kell.

Sirens - MiniserieE arriviamo quindi a quest’ultima: seconda moglie di Peter Kell, Kiki ci viene presentata sin da subito come una donna che ha qualcosa da nascondere e che ciononostante riesce ad ammaliare chiunque sia al suo cospetto. Persino Devon, che teme che la sorella sia finita in una setta, proverà sulla sua pelle quanto questa donna sia dotata di una capacità di persuasione raffinatissima, che va oltre i soldi e il potere. Nel terzo episodio, “Monster”, Devon si “sveglia” in una limousine, circondata dalle inquietanti tirapiedi di Kiki, subito dopo aver conversato proprio con Michaela, che aveva trovato, seguendo un canto per tutta la casa, immersa nell’acqua della vasca da bagno. Il riferimento, complice la capacità persuasiva di Michaela che tramuta l’attacco di Devon in un momento di confessione, è più che evidente: le sirene, comunque si presentino, sanno manipolare, conquistare, ridisegnare la realtà e farla accettare così come proposta, anche quando contraddice ciò che si è pensato fino a poco prima.
Fino a qui, insomma, la serie sembra seguire il cliché che da sempre caratterizza il mondo delle sirene, calandolo in un mondo di estrema ricchezza che tanto va di moda negli show televisivi degli ultimi anni (The White Lotus e Succession, per fare solo due nomi).

Tuttavia, il lavoro su questi tre personaggi viaggia in parallelo su un altro binario, che inizialmente sembra secondario, o tutt’al più una triste coincidenza: le tre donne hanno infatti perso la madre da piccolissime e si ritrovano, chi più chi meno, a confrontarsi con un trauma genitoriale. Se delle sorelle DeWitt scopriamo la storia passo dopo passo ma ne intuiamo sin da subito le difficoltà – Simone non vuole avere a che fare con il padre, Devon ha rinunciato alla sua vita per permettere alla sorella di studiare –, il discorso su Michaela è più complesso perché duplice. Kiki infatti è anche una donna che non è riuscita ad avere dei figli col marito Peter: la questione all’inizio scorre sotto traccia, perché la narrazione si concentra subito sulla mania di controllo esasperata ed esasperante nei confronti del marito, che appare come il classico uomo ricco ma costretto in una ragnatela di eventi e progetti gestiti dalla (forse) amata consorte.
Sirens - MiniserieLa serie riesce benissimo nel suo intento, perché anche quando comincia a fornirci degli indizi che contraddicono almeno in parte questa versione, noi continuiamo a vedere Michaela come perfida megera e Peter come un pover’uomo che non può neanche andare a pescare in santa pace. Nel frattempo scopriamo quanto della sua vita Kiki abbia messo da parte per diventare “la signora Kell”, quanto la presenza di figli sia un nodo cruciale del loro accordo pre-matrimoniale, quanto insomma sia fragile l’impero su cui sembra governare solo lei. Basterebbe pochissimo per far finire Michaela con un pugno di mosche in mano, e ciononostante, fino all’ultimo secondo del suo regno, chiunque intorno a lei la tratterà con reverenza e massimo rispetto – anche chi, di lì a poco, la tradirà.

Sirens diventa allora una serie dalla duplice lettura, in cui al ribaltamento del simbolismo si somma un cinico ma realistico discorso sul potere e sull’ipocrisia che lo circonda. La realtà viene alterata da chi può licenziarti in un attimo dal tuo posto di lavoro senza ascoltare ragioni, è vero, ma viene manipolata molto di più da chi può sostituirti nel tuo ruolo di vita con un solo schiocco di dita: Peter agisce in maniera silenziosa, tanto che non ci accorgiamo di nulla finché non lo vediamo accadere, scoprendo lo schema evidentemente già attuato in passato con la prima moglie (le parole di Jose, “Are you sure you wanna do this again?”, parlano chiaro). Il divorzio, comunicato durante la festa di gala come fosse un licenziamento, assume tratti inquietanti per la sua durezza, soprattutto perché seguito dall’arrivo di una Simone che, ammaliata dal potere e da Peter, si sostituisce senza alcun problema alla sua ex capa, col beneplacito della comunità intera che non batte ciglio davanti al cambio di potere e di futura moglie, avvenuto nel bel mezzo di una festa.

La sirena allora è Peter, l’unico ad avere un potere che non può svanire perché ereditato; l’unico non solo a sentirsi legittimato a fare quello che vuole con le persone che lo circondano, ma a farlo sul serio e senza scrupoli, ben conscio del fatto che i suoi sottoposti (da Jose in giù) non faranno altro che eseguire i suoi ordini senza emettere un fiato davanti a chi il potere ce l’ha. Lo prova il fatto che tutto lo staff abbia addirittura una chat privata per prendere in giro Simone come assistente e che festeggi appena scopre del suo licenziamento, salvo poi essere pronto a sottomettersi all’istante alla nuova “ape regina”, come sottolinea quel “mi amor” che Jose rivolge subito a Simone, dopo averlo usato per anni con Michaela.
Sirens - MiniserieA un’analisi più profonda, possiamo dire che la vera sirena sia il potere stesso se è in mani maschili: Peter è l’unico a sapere come usarlo e a ottenere quindi ogni risultato desiderato, ma intorno a lui si configurano uomini di maggiore o minor potere che cercano in tutti i modi di conquistare donne vulnerabili, in difficoltà, convinti prima o poi che saranno loro a salvarle, a proteggerle e quindi a possederle.
È così che Ethan si “innamora” di Simone, cioè quando scopre le sue vere origini: si offre di proteggerla ma a modo suo, dimostrando di non averla mai ascoltata, andando a chiedere la sua mano a un padre con cui lei non ha rapporti da un decennio e portandolo addirittura sull’isola. Non è un caso che perda la testa quando viene rifiutato: non è l’amore a parlare, ma il desiderio di possesso e l’essere stato rifiutato proprio quando lui ha deciso di mettere su famiglia. Persino l’incontro in ospedale sottolinea il classico simbolismo della donna che, se rifiuta l’uomo, uccide e distrugge in una forma non umana: Ethan, pur obnubilato dagli antidolorifici, accusa Simone di averlo spinto giù dalla scogliera, di essersi levata sopra di lui “con delle ali” e di aver riso di lui. Di nuovo, torna la mitologia millenaria, che divide le donne in angeliche o puttane, in innamorate e devote o in donne-vampire e addirittura mostri (come Ethan definisce Simone dopo il rifiuto).

Questo non vuol dire che le donne della serie non abbiano tratti falsi o egoisti: li hanno come esseri umani, e ne hanno sempre di più in base anche alla loro posizione sociale, perché ciò che Sirens ci mostra è quanto la manipolazione sia un discorso anche di classe, sia nell’analisi di chi la produce, sia nell’ipocrisia dimostrata da chi la riceve. Ciò che prende in contropiede è proprio il cambio di rotta a cui assistiamo durante la serie: si parte da una aspettativa di donne-sirene e uomini vittime di questi “incantesimi” per arrivare a vedere come le protagoniste mettano in atto strategie manipolatorie ma generate da un contesto traumatico, che le costringe a crearsi un mondo (e un modo) per sopravvivere. Si pensi per esempio alle tragedie subite dalle sorelle DeWitt: è inutile cercare di capire chi abbia ragione e chi torto, perché sono state entrambe colpite dalle malattie e dai maltrattamenti del loro genitori. È in questo contesto che si può comprendere l’allontanamento di Simone dalla sorella, vittima del senso di colpa nei confronti di un padre ormai malato che non riesce ad abbandonare; ma si capisce anche come Devon veda in modo egoistico la scelta di Simone di delegare solo a lei il problema, dopo quanto ha sacrificato della sua vita per garantirne una alla sorella.

Sirens - MiniserieIn quest’ottica, arriviamo persino a capire la scelta finale di Simone, che con ogni probabilità sa benissimo che farà la stessa fine di Kiki, ma che al momento ha come unica alternativa quella di ritornare a Buffalo a vivere con un padre che le ricorderà per sempre la parte peggiore della sua vita.
Ecco quindi il cambio di rotta. L’abitudine letteraria che porta sempre a contestualizzare i dolori dei giovani (e meno giovani) uomini, che fanno quello che fanno sempre “per amore”, e che se esagerano è perché “sono stati ammaliati” dalle donne, viene ora completamente ribaltata: sono le donne qui ad avere un contesto che dà risposte ben precise dei loro comportamenti, mentre sono gli uomini a fare ciò che fanno per egoismo (Peter), convenienza (Jose), o semplice complesso del principe azzurro.

In maniera minore, ma non per questo meno problematica, si comporta infatti così anche Morgan, il capitano dello yacht di Ethan: all’apparenza sembra la persona ideale per Devon, ma in realtà proprio come gli altri segue un suo piano, che lo vede legarsi alla donna sempre di più a mano a mano che ne riconosce la vulnerabilità. Lo scenario è sempre lo stesso, anche se riproposto in chiavi differenti: che si tratti di Raymond, amico storico di Devon, o di Morgan, appena conosciuto, entrambi sono spinti verso di lei dalla sola idea di doverla proteggere o portare altrove, come se lei non potesse cavarsela da sola. Raymond continua a vederla come la complicata ragazza del liceo, e fallisce nel proteggerla l’unica volta in cui avrebbe dovuto; Morgan (che pure è il meno problematico del gruppo) si ritrova a dare consigli di vita a una donna che conosce da meno di 48 ore sentendosi nella posizione di poterlo fare, solo per togliersi lo sfizio di portarla con lui nel suo viaggio di un mese con lo yacht. È questo che rappresenta la già citata scena notturna in spiaggia: nessuno di loro ascolta davvero quello che Devon dice e vuole, specialmente quando chiede di rimanere da sola. Arriveranno entrambi ad accettare il suo allontanamento, ma solo giunti all’estremo: Raymond, quando finisce in carcere e scopre di avere il matrimonio in pericolo; Morgan, quando è ormai a poche ore dalla partenza e non può che prendere atto della ferma decisione di Devon.

Sirens - MiniserieSe la caratterizzazione e la rete dei legami tra i personaggi funziona proprio perché guidata da un preciso piano, meno riuscite sono invece le parti di connessione, quelle che devono condurci dal solito punto A al punto B: complici forse le poche puntate, insufficienti davanti alla densità di quanto appena analizzato, capita troppo spesso che i personaggi agiscano in maniera sconsiderata persino per la loro caratterizzazione. Cambi di atteggiamento e di posizione, riconsiderazioni e pentimenti: tutto accade in poco più di due giorni, rendendo così difficile mantenere una certa coerenza interna dei personaggi (basti pensare a Devon che, convinta di dover liberare la sorella da una setta, agisce nel modo meno prudente possibile, parlandone con chiunque).

Sirens è una miniserie che ha molto da dire e che in gran parte riesce nel suo obiettivo, tenendo il pubblico in bilico fino alla fine: tuttavia, dato il materiale, l’obiettivo narrativo di un certo spessore e un cast incredibile, si rimane un po’ con l’amaro in bocca davanti a certi passaggi troppo rapidi o out of character che non rendono giustizia al progetto di base. Rimane un prodotto non solo godibile per le interpretazioni e le ambientazioni, ma che ha gettato il cuore oltre l’ostacolo provando a lavorare con un mito letterario millenario e tentando di scomporlo dall’interno: Sirens, pur con qualche difetto nella resa, ci riesce e anche bene.

Voto: 7½


Informazioni su Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.

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