
Tuttavia, a differenza del romanzo che procede in ordine cronologico con la vita di George Washington Black dagli undici anni in poi, la serie si muove sotto un altro profilo, presentandoci da subito l’ormai adulto protagonista (Ernest Kingsley Jr.), che si fa chiamare Jack Crawford, e illustrandoci il suo passato un pezzo alla volta, attraverso accurati flashback.
“The Flying Man and The Musician”, il pilot della serie, parte quindi dalla storia di un giovane uomo che nel 1837 si trova ad Halifax – ultima tappa della celebre Underground Railroad, cioè la galleria sotterranea attraverso la quale tanti schiavi afroamericani trovarono la salvezza – a lavorare come tuttofare al porto.
La sua vicenda viene introdotta dalla voce narrante di Medwin Harris (Sterling K. Brown), padrone della pensione in cui George/Jack si trova a vivere: è da lui che apprendiamo quanto la vita di questo giovane uomo sia speciale, non solo per il suo passato ma anche per il suo futuro, che, scopriamo da subito, pare essere destinato alla scienza. Lo troviamo infatti ad attendere una risposta dalla Royal Science League per aver proposto un’invenzione con la quale vuole vincere il World Expo. Ma come è arrivato fino a lì? Come ha sviluppato questa passione e soprattutto questa capacità di lavorare in maniera ingegneristica?

Questa è la prima grande innovazione nel racconto dello schiavismo di quegli anni, grazie soprattutto alla tecnica del flashback: lo spettatore infatti parte dalla certezza che George si salverà, diventerà un lavoratore al sicuro ad Halifax e che soprattutto sarà un appassionato di scienza al punto da investire tutti i suoi soldi in progetti più o meno impegnativi. Si potrebbe pensare che questo tipo di approccio renda la visione più spensierata, perché alleggerisce qualunque ipotesi di pericolo si veda nei flashback, e in parte è vero, ma c’è di più: mostrare la storia con un presente simile e la tragedia della schiavitù nel passato ci permette di porre l’attenzione su un aspetto che spesso viene sottovalutato in questo genere di racconti. Se è vero infatti che la cosa più importante a cui dobbiamo pensare in termini di schiavitù è a quante vite sono state perse, quante sfruttate, quante torturate, davanti all’enormità di questi temi spesso ci dimentichiamo di rammentare quelli più sottili, solo all’apparenza meno importanti: quanti talenti abbiamo perso durante gli anni dello schiavismo? Quante menti geniali, quanti inventori, quante scienziate avremmo potuto avere se i colonialisti bianchi non avessero deciso che la loro vita valeva di più di quella di chi aveva la pelle più scura?

L’altro diverso punto di vista da cui si decide di guardare alla schiavitù è attraverso il razzismo e il concetto stesso di razza, incarnato dal personaggio di Tanna (Iola Evans): la serie infatti, poco dopo averci mostrato Wash, introduce questa giovane ragazza, figlia di un ricco scienziato, Mr. Goff, che ha avuto una figlia con una donna nera, Janessa, delle Solomon Islands. Tanna è una donna ricca, con la caratteristica di essere “white-passing”, cioè di passare per una donna bianca a causa del colore chiaro della sua pelle. Ma in lei il dissidio è lacerante, soprattutto perché è cresciuta con la madre nelle isole Solomon (anche in questo caso osserviamo la sua vita attraverso dei flashback) e non ha alcuna intenzione, come vorrebbe il padre, di rinunciare a metà della sua identità per abbracciare solo e unicamente la sua “parte europea” – dunque bianca, colonialista, e, vista la sua posizione economica, anche classista. È un modo sicuramente originale per trattare questo tema nel XIX secolo, soprattutto se unito a quello illustrato poco sopra per parlare dello schiavismo. È infatti inevitabile che i due temi si incrocino: Tanna e Wash manifestano da subito un interesse reciproco, che, al di là di una potenziale love-story nelle prossime puntate, ci interessa maggiormente per la fusione di questi due punti di vista sulle questioni della razzializzazione. Se è vero infatti che della schiavitù se ne è parlato in diversi prodotti letterari e audiovisivi, è sempre possibile utilizzare lenti di lettura a noi più vicine per rianalizzare quanto accaduto e trovare ancora qualcosa da imparare.

“The Flying Man and The Musician” è quindi un pilot molto ben fatto, capace di introdurre una storia che salta avanti e indietro nel tempo senza per questo generare confusione. Questa differenza narrativa rispetto al romanzo certifica come il passaggio di medium sia stato colto nel miglior modo possibile, sfruttando le potenzialità del mezzo audiovisivo per far risaltare ancora di più l’approccio originale a un tema non certo nuovo, di cui però non si può smettere di parlare. È difficile prevedere come le prossime puntate gestiranno il ricongiungimento di queste due linee temporali, ma fino ad ora si può dire che l’introduzione abbia fatto un ottimo lavoro.
Voto: 8½
