
È questo lo sfondo per il nuovo crime di Netflix, Untamed. Nata inizialmente come miniserie – ma già rinnovata per una seconda stagione a seguito del suo successo –, Untamed ci porta all’interno di uno dei parchi nazionali più iconici d’America, sito UNESCO dal 1984, nonché il luogo di grande bellezza che ha dato vita al sistema dei parchi nazionali, vero gioiello del sistema americano. Meta di turisti da tutto il mondo, Yosemite è un luogo di piante millenarie, cascate imponenti e enormi distese boschive. Non stupisce, dunque, che si presti molto bene a diventare lo sfondo – ma è a tutti gli effetti coprotagonista – di una serie crime, in cui la violenza degli uomini si nasconde dietro la facciata di una natura dalla bellezza mozzafiato. È qui dunque che l’avventura inizia, con il corpo senza vita di una ragazza precipitata da El Capitan, la formazione rocciosa simbolo del parco. Evidente pressoché da subito che non si tratti di un incidente, la storia ci porterà a scoprire molti oscuri segreti.
A un primo sguardo, ci sono vari elementi di Untamed che sanno di già visto: abbiamo un investigatore duro e scontroso a seguito di un terribile lutto, una giovane e promettente partner accettata controvoglia ma con cui si creerà un legame affettivo paterno, amici/nemici che nascondono segreti e tanto altro. Vi sono insomma molti elementi che a primo acchito non sembrano particolarmente originali: questo è effettivamente innegabile. C’è però da dire che, presi tutti insieme, essi funzionano molto bene grazie in parte a una storia avvincente (elemento indispensabile di un thriller), in parte ai suoi attori.

(Attenzione: seguono spoiler!)
Kyle, infatti, non solo ha vissuto l’assassinio del figlio, ma anche il tradimento, se così si può dire, della moglie; è un uomo che si è a tal punto immedesimato nel parco che non può lasciarlo senza temere di perdere gli ultimi legami che ha con Caleb. Incapace di superare questo lutto così potente, Kyle si sente rapidamente in dovere di risolvere il caso a lui assegnato, tanto più quando si scopre che la vittima, Lucy, era già sfuggita alle ricerche dell’uomo molti anni prima. Eric Bana è il perfetto attore per un ruolo del genere, potente nella sua recitazione dura e fragile allo stesso tempo, magnetico e perfettamente a suo agio nell’universo narrativo in cui domina. Anche se il suo non è un ruolo originale, riesce comunque a infondere grande vita al suo personaggio, mostrandocene le vulnerabilità e le difficoltà.
Bello è (o meglio: era) il suo rapporto con Paul Souter (Sam Neill), un ottimo esempio di amicizia che trascende e si cementa in seguito a traumi ed esperienze condivise. Peccato, ovviamente, che alla fine sarà proprio Paul a rivelarsi l’assassino (più o meno diretto) di Lucy, l’ennesimo caso di un errore dalle conseguenze a cascata. Paul, uomo di famiglia e mite, è incapace di fermarsi; non ha la stoffa dell’assassino, eppure, vittima della disperazione e dell’incapacità di prendersi la responsabilità per le proprie azioni, finisce per diventare l’orco della situazione. Sam Neill brilla nel suo ruolo ed è un peccato che non avremo modo di vederlo nella prossima stagione. Eppure la morte del suo personaggio è la molla di cui Kyle aveva bisogno per prendere la decisione finale di abbandonare almeno temporaneamente Yosemite e iniziare il suo percorso di guarigione. Caduto l’ultimo vero legame con il parco, non c’è niente per lui ad aspettarlo.

Per quanto riguarda Naya, poi, siamo di fronte ad un altro caso di storia poco originale, salvata soprattutto dall’aura generata dall’interpretazione di Santiago. Quello della donna cresciuta in città ma trasferitasi in un luogo remoto per scampare a un compagno violento che la perseguita non rappresenta certo un filone narrativo particolarmente interessante: Santiago però infonde al suo personaggio un’incertezza mista a una naturale tenerezza che riesce a trasformare Naya in qualcosa di più di quanto si potesse immaginare. Funziona poi la chimica con il burbero Kyle, in una trasformazione che guida gli spettatori all’interno del parco nazionale.

Come già detto, Untamed nasce come una miniserie e, considerando il finale, ci si sarebbe potuti fermare qui. La decisione di continuare, però, è comprensibile, anche se il rischio è di dar vita a un altro procedurale privo di un arco narrativo più ampio. Non è chiaro dove si andrà: Kyle ha lasciato Yosemite forse per andare in un altro parco nazionale, e quindi richiedere un’ambientazione diversa; oppure si preferirà ritornare a casa. Certo è che questa prima stagione di Untamed, pur non brillando di originalità, racconta una storia con efficacia ed è arricchita da un’ambientazione a cui è davvero difficile resistere.
Voto: 7
