
L’idea di affrontare la vicenda del Mostro di Firenze attraverso un racconto unitario e non documentaristico è affascinante, e sulla carta prometteva di restituire uno sguardo più intimo, meno cronachistico, più immerso nella paura collettiva che attraversò l’Italia per quasi vent’anni. Il risultato, però, è una miniserie che funziona più come esercizio di stile che come racconto davvero incisivo, trattenuta a metà strada tra il thriller e il dramma familiare, tra il bisogno di chiarezza e la tentazione di restare ambigua.
La scelta di concentrarsi quasi esclusivamente sulla cosiddetta “pista sarda” è probabilmente il tratto più divisivo della serie. È una decisione precisa, coerente nella sua intenzione: ridurre il campo, rinunciare alla coralità del caso per seguire una direzione, per quanto controversa. Ma questo sguardo ristretto finisce per soffocare la complessità della vicenda, sacrificando l’ampiezza della sua dimensione storica e investigativa. Il Mostro di Firenze è un buco nero di sospetti, depistaggi, teorie, e limitarsi a un unico filone investigativo significa inevitabilmente lasciare in ombra gran parte della sua portata. Ne risulta un racconto parziale, spesso confuso nei suoi salti temporali, che si muove tra flashback e presente senza la chiarezza necessaria a far emergere la tensione morale e psicologica che la storia porta con sé.

Sul fronte interpretativo, però, qualcosa si incrina. Il cast è solido, ma non sempre convincente: ci sono momenti in cui la recitazione scivola nella teatralità, nel bisogno di sottolineare l’emozione invece di lasciarla emergere. I personaggi rimangono più figure funzionali che persone vive: non c’è abbastanza spazio per farli respirare, per permettere allo spettatore di entrare davvero nel loro mondo interiore. La durata ridotta, quattro episodi per una materia così densa, non aiuta: la serie sembra costantemente in affanno, compressa nel tentativo di condensare troppe informazioni, troppi momenti chiave, senza concedersi mai un vero tempo di scavo.
Eppure, al di là dei limiti strutturali, ci sono elementi che lasciano il segno. Il Mostro riesce a parlare d’Italia più di quanto sembri: parla di un Paese impaurito, incapace di fidarsi, in cui la verità è sempre qualcosa che si nasconde dietro un volto rispettabile o un’accusa costruita ad arte. La serie mostra bene la dinamica del sospetto, il modo in cui la paura si trasforma in odio, e la giustizia in spettacolo. In questo senso, la dimensione sociale del racconto funziona più di quella investigativa. Ci sono poi momenti in cui Sollima riesce davvero a restituire il senso di un’Italia malata e ambigua, fatta di bar, di mormorii, di famiglie che si proteggono a vicenda mentre la violenza cresce silenziosa. Il male qui non è solo il killer senza volto, ma il contesto che lo ha generato e protetto: la misoginia, la repressione, l’omertà.

Alla fine della visione resta una sensazione duplice: da un lato l’ammirazione per la cura tecnica, per la regia sobria e la capacità di evocare senza mostrare; dall’altro, la frustrazione per un racconto che sembra sempre sul punto di esplodere, ma non lo fa mai davvero. Il Mostro è una serie di qualità, ma anche di compromessi: non c’è mai un momento in cui si avverte davvero la vertigine del male, quella sensazione di abisso che un racconto del genere dovrebbe trasmettere. Rimane la superficie, costruita bene, ma forse ci si concentra troppo su quella per lasciare spazio all’emozione.
Voto: 6½

Sollima racconta una storia che conoscevo completamente diversa e questa poteva essere una trovata davvero interessante. Lo fa con uno stile insolito rispetto ai suoi lavori precedenti e anche questo poteva essere un ottimo ingrediente. Peccato per il risultato! Concordo totalmente con Ste sui problemoni della serie (scrittura confusa e recitazione pessima) che sommati ad un’ambientazione buia, cupa, squallida rendono Il Mostro una miniserie deprimente e davvero molto noiosa.
P.S. Qualcuno sa dirmi perché nella maggior parte della serialità made-in-Italy, gli attori quando parlano sussurrano?