
Creata da Harlan Coben e Daniel Brocklehurst, lo show racconta la storia di Joel Lazarus, uno psichiatra forense che fa ritorno nella città natale dopo il misterioso suicidio del padre, il dottor Jonathan Lazarus (Bill Nighy), anch’esso psichiatra. Ma ciò che sembra un ritorno temporaneo per elaborare il lutto si trasforma presto in un viaggio oscuro tra visioni inquietanti, omicidi irrisolti e segreti sepolti da decenni. Infatti il protagonista ben presto si trova a fare i conti con una serie di fantasmi che si manifestano all’interno dello studio del defunto padre, tra cui quest’ultimo e la sorella, anch’essa assassinata in adolescenza. Si scopre ben presto che tutti gli spiriti con cui dialoga sono vittime di crimini, e proprio grazie alle loro rivelazioni il protagonista riesce a risolvere i loro casi, insieme all’amico poliziotto Seth.
La scrittura di Lazarus of Harlan Coben è uno dei suoi punti di forza: Coben e Brocklehurst riescono a costruire un impianto narrativo solido, dove ogni dettaglio ha un peso e ogni dialogo contribuisce a delineare una storia che non cade nel banale. Il ritmo è ben calibrato, non è frenetico ma nemmeno lento; infatti la tensione cresce alimentata da colpi di scena, elementi lasciati in sospeso e tasselli che si uniscono creando un quadro sempre più completo, il tutto in un’atmosfera che oscilla tra il reale e il soprannaturale. Le ambientazioni – soprattutto quelle rurali e isolate – amplificano il senso di solitudine e di minaccia. La casa e l’ufficio del padre a loro volta contribuiscono a questo aspetto, anche grazie al loro ruolo carico di memoria e dolore.
Oltre al filone thriller, lo show affronta infatti anche tematiche profonde e universali: il lutto, la ricerca della verità legata agli omicidi, il senso di colpa e anche la salute mentale. Quest’ultimo è un tema trattato con rispetto: Laz è uno psichiatra, ma è anche un paziente. La sua fragilità è trattata con delicatezza, senza cadere nel pietismo. Tutti questi elementi si uniscono alla dinamica familiare drammatica: le relazioni sono una parte fondamentale di Lazarus of Harlan Coben, e in particolare è centrale quella padre–figlio, in cui Joel ricopre tutti e due i ruoli, ponendosi così da entrambi i punti di vista.

Sam Claflin è convincente nel ruolo e offre una performance intensa e misurata, dando vita a un personaggio complesso, sfaccettato, tormentato e profondamente umano. L’attore fa un ottimo lavoro anche dal punto di vista non verbale, riuscendo a trasmettere il peso che il protagonista porta con sé attraverso sguardi, espressioni e gesti.
Joel è un uomo che vive in bilico tra lucidità e follia, tra razionalità scientifica e suggestioni. La sua professione di psichiatra forense lo rende un osservatore acuto, ma anche vulnerabile e instabile: ciò che vede e sente non sempre può essere spiegato, e questo lo porta a mettere in discussione tutto ciò in cui crede. Il suo personaggio è costruito con cura: non è un eroe, ma un uomo in crisi. Le sue reazioni, le sue paure e i suoi momenti di rabbia sono autentici e il suo percorso emotivo è credibile; infatti la sua evoluzione nel corso degli episodi è uno degli elementi più riusciti dello show.
Accanto a Claflin, il cast è composto da altri interpreti di talento: Bill Nighy è magnetico nel ruolo del padre defunto, la cui presenza aleggia come un fantasma reale e simbolico, mentre Alexandra Roach – che interpreta Jenna, la sorella di Joel – è delicata quanto enigmatica e aggiunge profondità al dramma familiare. Completano il quadro personaggi secondari ben delineati, che contribuiscono a rendere credibile e stratificato l’universo narrativo. Ogni personaggio ha una funzione precisa, nessuno è superfluo perché anche i ruoli minori sono scritti con attenzione e nascondono segreti che si rivelano cruciali.

La serie si distingue per la sua capacità di costruire il mistero in modo graduale, dosando le rivelazioni nel corso degli episodi e mantenendo così alta l’attenzione. Inoltre vi è un frequente intreccio tra presente e passato, costruito attraverso un buon utilizzo dei flashback. Il risultato è una narrazione che cattura atto dopo atto: i flashback non sono semplici inserti ma parti integranti della narrazione, che permettono di scoprire progressivamente il passato dei personaggi e le motivazioni che li muovono.
Lazarus merita di essere vista per l’ottima scrittura, un protagonista magnetico e ben costruito, una regia curata e atmosfere suggestive. Affronta tematiche profonde con sensibilità, ogni puntata aggiunge un tassello al puzzle e il ritmo è tale da mantenere alta la tensione senza cadere nel prevedibile. I flashback sono utilizzati con intelligenza e permettono di scoprire gradualmente i retroscena, con una narrazione del presente che si intreccia con quella del passato in modo fluido, creando un continuum che rende la visione coinvolgente.
La produzione risulta solida ma non perfetta, infatti alcuni snodi narrativi potevano essere più audaci e alcuni passaggi più sviluppati. Da questo punto di vista i sei episodi possono essere considerati un limite, perché non consentono di approfondire alcuni elementi che avrebbero meritato più attenzione, in particolare la risoluzione degli omicidi, che si è rivelata sbrigativa e approssimativa in alcuni casi. Nel complesso si tratta comunque di un prodotto che sa coinvolgere ed emozionare, perfetto per chi ama i thriller psicologici, le storie di intrighi familiari e le narrazioni che scavano nel profondo.
La serie invita a riflettere su ciò che ricordiamo e ciò che scegliamo di dimenticare e lo fa senza moralismi, con una scrittura empatica e incisiva. Il cliffhanger finale lascia aperti molti interrogativi e suggerisce la possibilità di una seconda stagione; anche se lo show è stato pensato come miniserie non è da escludere che l’interesse del pubblico possa spingere la piattaforma a proseguire.
Voto: 8

Serie seguita tutta d’un fiato. Mi ha appassionata molto, molto intrigata e con diversi colpi di scena. La consiglio!