
Prima di essere una serie, però, Portobello è stato un fenomeno televisivo. La trasmissione, andata in onda sulla Rai tra il 1977 e il 1983, prendeva il nome dal celebre quartiere londinese e metteva in scena un mercato delle occasioni, delle invenzioni, delle richieste improbabili. In studio si alternavano cittadini comuni, curiosità, appelli, annunci: un’Italia minuta e variegata che trovava spazio e voce in prima serata. A guidare tutto c’era Enzo Tortora, volto elegante e rassicurante della televisione pubblica, capace di coniugare ironia e rigore, leggerezza e autorevolezza. Tortora non era soltanto un presentatore: era un mediatore culturale, un interprete del Paese, un professionista che aveva fatto della credibilità il proprio capitale simbolico. Ed è proprio questa credibilità, così solidamente costruita, a rendere ancora più potente la storia che la serie si prepara a raccontare.
La nuova serie diretta da Marco Bellocchio (la seconda dopo l’esordio con Esterno Notte dedicata al rapimento Moro) sceglie di partire proprio da questa tensione: non dall’agiografia, non dalla nostalgia, ma dal cortocircuito. E la prima puntata è, prima di tutto, un gesto di messa in scena: un atto di regia che dichiara fin da subito le proprie intenzioni.
Bellocchio non è nuovo a operazioni di rilettura della storia italiana. Lo ha fatto con il rapimento Moro (con la serie già citata e prima ancora con il film Buongiorno, Notte), lo ha fatto con il fascismo, lo ha fatto con le zone d’ombra della Repubblica. Qui torna a interrogare il rapporto tra individuo e sistema, tra volto e istituzione, tra carisma e controllo.
La figura al centro della scena è appunto quella di Tortora, incarnato da un Fabrizio Gifuni in stato di grazia. Non è una sorpresa, ma è comunque un piccolo miracolo ogni volta. Gifuni non imita, non scimmiotta, non cade nella trappola della riproduzione mimetica: il suo Tortora è riconoscibile senza mai diventare maschera.

La regia di Bellocchio insiste sui volti, sui silenzi, sugli spazi intermedi. C’è un lavoro evidente sulla composizione dell’inquadratura: il protagonista è spesso collocato al centro, ma mai completamente al sicuro. Intorno a lui si muove un mondo che osserva, giudica, attende. La macchina da presa non lo celebra: lo scruta.
Il ritmo della puntata è controllato, quasi trattenuto. Non c’è fretta di arrivare al punto, non c’è bisogno di forzare la mano con colpi di scena o svolte eclatanti. La scrittura sceglie la progressione, la costruzione paziente di un clima. È un buon inizio proprio perché non cerca l’effetto immediato, ma prepara il terreno.
In questo senso, la prima ora di Portobello funziona come un prologo emotivo. Ci introduce a un uomo che è già personaggio pubblico, già simbolo, già icona; ma dietro l’icona si intravede la fragilità. Non in modo melodrammatico, non con enfasi, ma attraverso piccoli dettagli: uno sguardo che si abbassa, una pausa leggermente più lunga del previsto, una parola trattenuta.
Gifuni lavora su queste microfratture. La sua interpretazione è tutta costruita su un equilibrio instabile tra sicurezza e vulnerabilità. È un uomo abituato al controllo del mezzo televisivo, alla gestione del pubblico, alla padronanza del tempo scenico. Ma è anche un uomo che avverte, forse prima degli altri, che il terreno sotto i piedi può incrinarsi.
La televisione dentro la televisione diventa un gioco di specchi: ciò che vediamo è sempre filtrato, mediato, messo in cornice. Il confine tra palco e retroscena è sottile, poroso.
Se c’è un appunto da muovere a questa prima puntata, riguarda forse la rappresentazione dei mafiosi. Alcuni tratti appaiono, almeno per ora, leggermente caricaturali. Le dinamiche, i dialoghi e certe posture sembrano aderire a un immaginario già visto, quasi stereotipato. È un rischio frequente quando si mette in scena la criminalità organizzata: quello di cadere in una tipizzazione un po’ troppo netta.

Dal punto di vista produttivo, Portobello mostra una cura evidente. La ricostruzione d’epoca è precisa senza essere ostentata. Costumi, scenografie, oggetti di scena non gridano mai “guardate quanto siamo fedeli”, ma si integrano organicamente nel racconto.
La fotografia privilegia toni caldi ma non nostalgici. Non c’è la patina dorata del “come eravamo”, ma una luce più ambigua, talvolta persino fredda. È come se la serie volesse dirci che il passato non è un rifugio, ma un territorio da interrogare; e che dietro la superficie rassicurante della memoria si nascondono crepe profonde.
Un altro elemento interessante è il modo in cui la puntata costruisce il rapporto tra individuo e sistema mediatico. La televisione non è solo uno strumento, ma un dispositivo di potere. È capace di elevare e di distruggere, di consacrare e di esporre. Il personaggio di Tortora si muove con naturalezza in questo spazio, ma ne è anche prigioniero.
In questo senso, Portobello sembra dialogare con una riflessione più ampia sulla responsabilità pubblica, sull’immagine, sulla fiducia. Temi che oggi risuonano con forza rinnovata, in un’epoca dominata dai social, dall’iper-esposizione, dalla velocità del giudizio. La serie parla di ieri ma guarda chiaramente a oggi. Ed è qui che si percepisce il “tocco” di Bellocchio: non tanto in scelte registiche eclatanti o in virtuosismi formali, quanto nella capacità di trasformare una vicenda nota in una meditazione universale.

Questo primo episodio quindi rappresenta un inizio solido, non perfetto, forse, ma consapevole. E in un panorama televisivo spesso dominato dall’urgenza di stupire, questa scelta di misura è quasi rivoluzionaria.
Se le prossime puntate sapranno mantenere questa densità, approfondendo le zone d’ombra e smussando eventuali rigidità, Portobello potrebbe diventare non solo una serie riuscita, ma un tassello importante nel racconto audiovisivo della nostra memoria collettiva.
Voto: 7+
