
La scorsa stagione si era chiusa infatti con la festa del giorno del Ringraziamento, ma soprattutto con il confronto tra Jimmy e Louis in stazione: il fatto che il protagonista sia arrivato a salvare l’uomo che ha causato la morte di sua moglie, e che abbia così deciso di fare un enorme passo avanti nel suo percorso personale, ha costretto la serie a muoversi di conseguenza. Con questa prima puntata, che ha una durata doppia rispetto alle solite, il messaggio arriva forte e chiaro: nel bene (ma anche nel male, come vedremo) tutti i personaggi hanno superato un loro personale ostacolo nelle stagioni precedenti e ora si trovano di fronte alle decisioni che dovranno prendere per il futuro.

Non è la prima volta che Fox torna in televisione per interpretare un uomo con la sua stessa malattia – talvolta anche in chiave estremamente cinica, come ricorderanno gli spettatori di The Good Wife –, ma in questo caso il valore aggiunto è di gran lunga diverso. Il confronto tra Paul e Gerry è quello tra due uomini che non si conoscono ma che al contempo sanno benissimo di cosa ciascuno di loro stia parlando: e, di rimando, grazie alla presenza di Fox il pubblico percepisce l’autenticità di quelle parole, delle paure espresse, di quel “Fuck Parkinson’s!”, e persino quanto possa essere vera una sorta di invidia per uno stadio della malattia precedente al proprio, i cui sintomi che sono laceranti per uno diventano per l’altro il ricordo di quando si stava meglio. È così che l’inizio dell’episodio ci introduce senza alcun sospetto uno dei sintomi possibili del Parkinson, le allucinazioni, permettendoci di ricordarlo senza farci troppo caso per poi restituirlo in maniera inaspettata e devastante alla fine della puntata.
Basterebbe questo a descrivere quanto l’andamento della serie sia una continua montagna russa emotiva, che sullo stesso tema fa passare dalle risate (l’idea di Paul di coprire il tremore della mano con una coperta davanti a un paziente con il rischio che possa poi sembrare qualcos’altro) alla commozione (il matrimonio di Paul e Julie, che si sposano per tutelarsi al meglio ma che sono soprattutto uniti dall’amore) fino al terrore per l’aggravamento dei sintomi in quell’ultima scena in cucina, che chiude circolarmente l’episodio con Michael J. Fox, ma con toni del tutto diversi.

Alla solitudine per scelta che questa situazione mette in evidenza se ne somma un’altra, tanto inevitabile quanto indesiderata: la figlia Alice è ormai a un passo dal college e questo allontanamento, naturale e necessario, non può che gravare su Jimmy e sulla ragazza stessa con un peso decisamente diverso rispetto a quello di qualunque altra famiglia. È stata di certo una scelta saggia quella di mostrare come anche Alice (Lukita Maxwell) abbia avuto delle difficoltà a pensarsi lontana da casa: abbiamo osservato negli anni anche il suo lutto, ma forse mai così tanto come in questa puntata, in cui la paura di lasciare le persone che costruiscono la sua famiglia allargata diventa più grande dei sogni per il suo futuro.

Ed è proprio parlando di famiglia che non si può non considerare quella che si sta preparando ad allargarsi con l’arrivo di una figlia. Dopo aver accettato di diventare genitori e di coinvolgere Liz (Christa Miller) come tata per il futuro, anche Brian e Charlie (David Kawaoka) si ritrovano a dover capire quali saranno i loro passi successivi: se nella scorsa stagione l’ostacolo più grande era stato, soprattutto per Brian (Michael Urie), quello di capire se fosse davvero pronto a diventare padre, ora che la decisione è stata presa bisognerà sciogliere nodi altrettanto importanti, tra i quali uno ha più carattere d’urgenza degli altri. Quanto sarà possibile coinvolgere Ava, la madre biologica, nelle loro vite? È un dilemma molto serio, che sembra quasi incoerente con lo stile di uno show come questo, in cui chiunque fa parte della vita di tutti – e non sempre in maniera appropriata; eppure in questo caso sarebbe stato sciocco non considerare tutti gli aspetti di un tema che prevede potenziali tensioni all’orizzonte. Non stupisce che la coppia risulti incapace di escludere Ava dalle loro vite (peraltro con il beneplacito finale di Liz), ma bisognerà vedere come questo sodalizio proseguirà, soprattutto quando la gravidanza sarà giunta al termine.

Se stiamo alle parole che Paul rivolge a Sean (lasciato dalla dottoressa Sykes proprio per ragioni relative a piani futuri), sarà lo stesso universo a mostrare la strada: “La vita è una conversazione con l’Universo. […] Il Campo è una forza energetica intelligente che sa chi dovresti essere e che continuerà a mostrarti quali sono le aree su cui devi lavorare di più. Lo farà ancora e ancora, fino a quando non inizierai a farlo”. Sembra quasi una dichiarazione d’intenti per la serie e in particolare per questa stagione, che ha tutte le carte in regola per essere quella in cui ogni singolo personaggio dovrà lavorare su di sé non più per superare un lutto, una perdita o un trauma, ma per capire davvero chi è e che cosa desidera dalla propria vita.

“My Bad” rappresenta quindi un ottimo inizio per questa terza stagione di Shrinking. L’idea di proporre una premiere doppia (dal secondo episodio si tornerà alla durata standard di trenta minuti) è in linea con l’intento che la serie sembra voler portare avanti: far ripartire tutti i personaggi da un nuovo punto delle loro vite, non improvvisato (in quanto naturale epilogo del percorso precedente) ma al contempo diverso da quello con cui era iniziata la seconda stagione. Si sente aria di novità, e niente come un matrimonio come quello di Julie e Paul poteva esprimerlo meglio: non resta che attendere dove ci porteranno le evoluzioni di tutti i personaggi e quali saranno i segnali che l’Universo mostrerà loro nelle prossime puntate.
Voto: 9

Il livello qualitativo di questa serie è imbarazzante.
Lacrime e risate, in continuazione.
Un gioiellinoi