
Negli Stati Uniti, ci sono stati due grandi eventi storici che evidenziano molto bene le contraddizioni e i punti di forza di questa nazione: da un lato la guerra d’indipendenza e dall’altro quella civile. Se la prima è elogiata in quanto momento di grande orgoglio nazionale, in cui si sono fatti prevalere gli ideali di democrazia e libertà (dimenticando spesso che si è trattata anch’essa di una guerra intestina), l’altra è ancor oggi fonte di grandi tensioni tra il Nord e il Sud degli USA. Questo conflitto e le sue radici sono ancora al centro del dibattito politico e culturale, in parte anche perché è sempre più accostato agli ideali liberali o conservatori di alcune parti politiche che ne hanno fatto proprie alcune posizioni. A causa di quell’incapacità di distinguere le sfumature che accomuna molte discussioni contemporanee, trattare della guerra civile significa anche necessariamente prepararsi a toccare argomenti difficili e spesso dolorosissimi, data la centralità della questione della schiavitù.
È in questo panorama che arriva The Gray House, prodotta da Kevin Costner e Morgan Freeman. Basata liberamente su una storia vera, la serie si incentra su una rete sotterranea di donne che lavorano a Richmond come spie, occupandosi della liberazione degli schiavi e lavorando per l’Unione (ovvero i nordisti di Lincoln) contro i Confederati, che proprio nella capitale della Virginia creano le basi per il nuovo stato separatista; the Gray House è in effetti la sede del Presidente della Confederazione.

Il fatto che gli otto episodi siano già disponibili è probabilmente positivo, perché basandosi solo sul pilot ci si forma un’idea non proprio positiva di quello che si vede. I temi, a onor del vero, sono molto interessanti: non solo perché si tratta di una vera rete di spie attive durante la guerra, ma anche perché mostrano ancora una volta la situazione disperata e difficile in cui vivevano gli afroamericani e persino i bianchi che li supportavano al Sud. Il problema principale è che questo primo episodio, decisamente troppo lungo per quello che vuole dire, ha troppi problemi per risultare efficace e stimolare grande interesse per quello che seguirà.

L’altro grosso problema, infatti, è che è tutto troppo: i personaggi sono spesso caricature di come ci si immagina la gente di quell’epoca negli Stati del Sud. Il grande pasticcio è proprio quanto siano ridicoli i dialoghi, quanto certi personaggi, tra accenti esagerati e vezzi civettuoli, appaiano caricaturali e, di conseguenza, come non ci si riesca davvero a interessare alle loro vicende. Oltre a essere numerosissimi, i personaggi della serie sembrano rappresentare archetipi, piuttosto che avere una profondità tale da farceli percepire come reali. È vero che si tratta solo di un pilot, per quanto molto denso, ma si sarebbe potuto fare un lavoro decisamente più discreto a riguardo. Non c’è naturalezza in questi personaggi, è tutto affettazione ed eccesso; il che va bene se si vuole sviluppare un racconto melodrammatico, ma non uno puramente storico.
Se dovessimo basarci esclusivamente su questo pilot, The Gray House sarebbe da giudicare come una serie dimenticabile e già dimenticata, che interesserà solo chi ha già una curiosità nei confronti del racconto storico e di quello americano in particolare. Anche se The Gray House si occupa di un racconto meno noto al grande pubblico, non ha abbastanza forza per mantenere vivo l’interesse, piagato da una lunghezza inspiegabile e da momenti involontariamente ridicoli.
Voto: 4
