
Si tratta di un’idea tanto affascinante quanto complessa, la cui riuscita dipende non solo dalla messa in campo di una macchina produttiva impeccabile ma, soprattutto, dalle reazioni dell’ignaro protagonista al dipanarsi della storia.
Se la prima stagione aveva trovato il suo equilibrio in un contesto chiuso e fortemente strutturato come quello di un processo, la seconda, sottotitolata Company Retreat, cambia completamente scenario e prova a rilanciare, spostando l’azione in un ambiente lavorativo.
La premessa resta la stessa: nella prima stagione era Ronald a trovarsi intrappolato in un tribunale fittizio, mentre qui è il “temp” Anthony a diventare il fulcro dell’esperimento, coinvolto in un ritiro aziendale che progressivamente si trasforma in qualcosa di sempre più assurdo. La serie impiega i meccanismi del mockumentary, portandoli all’estremo: non si tratta infatti solo di imitare il linguaggio documentaristico, bensì di sfruttarlo per giustificare al protagonista la presenza di telecamere.

Se da un lato l’ambientazione lavorativa permette agli autori di ampliare il proprio raggio d’azione, dall’altro riduce parzialmente la tensione narrativa: la minaccia della vendita dell’azienda non ha infatti l’urgenza e il peso che aveva avuto il processo nella prima stagione, andando in parte a depotenziare il percorso del protagonista.
Al centro dello show resta infatti il test morale a cui viene sottoposto il suo inconsapevole protagonista: Anthony, come già Ronald prima di lui, è chiamato infatti a reagire a stimoli costanti e sempre più estremi. E anche in questo caso la risposta è sorprendentemente positiva. Anthony mostra infatti a più riprese empatia, disponibilità e capacità di mettersi in gioco: non c’è mai cinismo nelle sue reazioni, né un tentativo di sottrarsi. Anzi, più la situazione si complica, più lui sembra disposto a esporsi, anche a costo di mettersi in difficoltà. In questo modo, nonostante il già accennato depotenziamento dovuto al cambio di scenario e all’assenza dell’effetto novità, il suo percorso risulta comunque incisivo e coinvolgente.
Dal punto di vista produttivo il salto di qualità è evidente. La costruzione dell’illusione è ancora più sofisticata: vediamo infatti più telecamere nascoste, una location più ampia, una gestione degli spazi più articolata. In questo senso, si percepisce chiaramente la volontà di autori e produttori di alzare l’asticella, in parte per una sorta di evoluzione naturale, in parte forse per evitare l’effetto replica. Tuttavia, è proprio qui che inevitabilmente emerge il limite principale di uno show come questo: la premessa non è più una novità. Lo spettatore sa già come funziona il gioco, ne riconosce i meccanismi e può anticipare alcune dinamiche.
Per compensare questo fisiologico calo è necessario puntare sui personaggi e sulla comicità, e da questo punto di vista Company Retreat non ha molto da invidiare a Jury Duty. In quest’ottica, il lavoro sul casting resta fondamentale: gli attori devono mantenere il personaggio per quasi 24 ore su 24 senza mai cedere, essere in grado di adattarsi alle reazioni imprevedibili di Anthony, saper improvvisare senza far perdere coerenza al loro personaggio. Si tratta di un equilibrio delicato, che continua senza dubbio a essere uno dei punti di forza della serie.
Anche la comicità resta solida: il registro è quello già noto, basato sull’effetto cringe e su una dinamica di escalation, il tutto filtrato dalle reazioni autentiche del protagonista, che non fanno che ampliare l’effetto comico di quanto messo in scena. Anche le battute ricorrenti funzionano alla perfezione: si tratta di piccoli elementi – le video recensioni di snack, la safe word “porcupine”, il dispositivo per la postura – che, tornando episodio dopo episodio, arricchiscono enormemente il racconto sia sul versante narrativo sia su quello comico.

Degna di nota, infine, l’aggiunta dei due episodi Behind the Scenes, volti a soddisfare il più possibile la curiosità dello spettatore sulle complesse dinamiche di selezione del cast e di messa in scena. Le puntate di dietro le quinte, con le interviste e alcune scene tagliate, ci permettono sia di osservare il meccanismo dall’esterno, sia di comprendere come questa particolare esperienza sia stata vissuta dagli attori e dal protagonista. L’incontro tra Ronald e Anthony, in questo senso, chiude idealmente il cerchio, mostrandoci un faccia a faccia forse non del tutto spontaneo ma comunque molto interessante.
Jury Duty Presents: Company Retreat è quindi un seguito che funziona, pur senza replicare l’impatto dell’esordio. Nonostante l’assenza dell’effetto sorpresa, resta comunque una comedy solida, capace di costruire situazioni esilaranti senza perdere di vista il suo elemento più distintivo: l’umanità del protagonista.
Voto: 7 ½
