Portobello – Miniserie 1


Portobello - MiniserieDopo il successo di Esterno Notte, dedicata al rapimento Moro, Marco Bellocchio torna per la seconda volta alla serialità televisiva con Portobello, una nuova miniserie che, sempre in sei puntate e di nuovo con Fabrizio Gifuni protagonista, si concentra su una delle vicende giudiziarie più (tristemente) note del nostro paese: il caso Enzo Tortora. Si tratta di due storie molto diverse, ma che rappresentano, ciascuna a suo modo, delle lenti speciali attraverso cui leggere una buona parte della storia del nostro paese. Se con la vicenda Moro Bellocchio ha messo in scena tutta l’ipocrisia della Prima Repubblica, con Portobello l’obiettivo si sposta non solo sulla giustizia, ma anche e soprattutto sull’opinione pubblica; il tema è a noi vicinissimo, ed è per questo che, pur raccontando un caso che risale a più di 40 anni fa, Bellocchio riesce anche questa volta a essere incredibilmente attuale.

Presentata con le prime due puntate al Festival di Venezia dello scorso settembre e poi in onda con un episodio a settimana su HBO Max tra febbraio e marzo, Portobello ci accompagna attraverso le varie fasi di uno scandalo giudiziario drammatico, e lo fa partendo dalla figura stessa di Enzo Tortora e da quella di Giovanni Pandico. Il pilot, infatti, si prende tutto il tempo per presentare due mondi che fino a un certo punto sembrano procedere senza alcun punto di contatto: da una parte Tortora, con i suoi milioni di telespettatori e la sua parabola ascendente di fama e successo; dall’altra un uomo della camorra con disturbi psichiatrici, un’ossessione per Tortora ma anche per Raffaele Cutolo. Sarà proprio a causa della mente di Pandico e della sua sete di vendetta nei confronti dei suoi odiati idoli che questi due mondi si incontreranno, complici un’agendina con un nome fraintendibile (“Tortona”) e una fantasia criminale contagiosa.

Portobello - MiniserieCome parlare allora di una storia che, almeno nei suoi elementi essenziali, quasi tutti conoscono? E come farlo tenendo altresì conto del fatto che le nuove generazioni possono essere a digiuno dell’argomento? Bellocchio non è nuovo a questo quesito: con Esterno Notte, infatti, aveva già affrontato la questione, con “l’aggravante” di un caso non solo noto, ma anche già trattato nella sua filmografia (Buongiorno, Notte). Allora si era trattato di cambiare lo sguardo, renderlo appunto “esterno”, aggiungendo qua e là pennellate surreali, che si trattasse di sequenze oniriche o addirittura di ucronie, attraverso le quali manifestare il proprio parere sulla vicenda. Aveva poi moltiplicato i punti di vista, da una parte generando una lettura nuova del caso per le persone più informate, dall’altra consentendo a un pubblico più giovane di familiarizzare con gli snodi importanti della storia; in entrambi i casi, aveva portato gli spettatori a non dare nulla per scontato, neanche davanti a un caso ampiamente conosciuto.
Qui, invece, Bellocchio (che anche per questa serie oltre a dirigere scrive la sceneggiatura, tratta dal libro “Lettere a Francesca” di Tortora, insieme a Giordana Mari, Peppe Fiore e per la seconda volta Stefano Bises) decide di sfidare gli spettatori in modi diversi, giocando con la prospettiva (letteralmente) o cambiando lente di osservazione su fatti che non esiteremmo a definire fondanti della nostra cultura popolare.

Portobello - MiniseriePartiamo dal primo modo. Che si conosca il caso Tortora più o meno approfonditamente, quello che si sa per certo è che fu accusato di affiliazione alla camorra, che era innocente, e che morì poco tempo dopo l’assoluzione; ma della sua persona, della sua integrità morale, cosa ricordiamo? Qui si infila l’intuizione di Bellocchio, che nel primo episodio in ben due occasioni ci mostra Tortora che mette qualcosa sulla mano prima di portarla al naso e aspirare. È un gesto che, come fruitori di cinema e di serie TV, siamo ben abituati ad associare alla cocaina: dunque, se da un lato sappiamo bene che Tortora si rivelerà innocente per le accuse di affiliazione alla camorra, dall’altro non possiamo essere sicuri del fatto che non utilizzasse cocaina per uso personale. Questa informazione non cambierebbe la sostanza dell’enorme torto subito, ma contribuisce a farci dubitare di lui come persona, soprattutto quando lo vediamo, nel terzo episodio “Infallibili”, negare potentemente di fare uso di droga. È in momenti come questo che Bellocchio decide di lavorare sulla percezione del pubblico, insinuando nello spettatore un dubbio: d’accordo, era innocente, ma ha mentito in quel momento? E questo cosa fa di lui, ai nostri occhi? Il quesito troverà risposta solo nella quarta puntata, “La Colonna Infame”, con il rientro a casa grazie agli arresti domiciliari: tra le prime cose a cui Tortora farà ritorno ci sarà proprio il suo vizio personale, ossia il tabacco da fiuto – ben inquadrato, questa volta, a favore dello spettatore.

Portobello - MiniserieEnzo Tortora non faceva uso di droghe, ma persino a noi, che conosciamo la vicenda, sono bastate un paio di inquadrature perché nascesse anche solo un minimo dubbio sulla sua persona; possiamo dunque immaginare cosa ne fu dell’opinione pubblica di allora, sembra dirci Bellocchio, che in un’era pre-internet e pre-social network era comunque in grado di prendere una persona, idolatrarla e poco dopo gettarla nel fango sulla base di dichiarazioni di chiunque, persino di camorristi – pentiti o dissociati che fossero. Quei famosi 28 milioni di telespettatori diventano quindi un’arma a doppio taglio: capaci di portare Tortora in palmo di mano fino a quando vengono intrattenuti, possono trasformarsi nei punitori più severi se arrivano a sentirsi ingannati. Definito “un imbroglione di massa” da un compagno di cella ex brigatista (interpretato da Piergiorgio Bellocchio), Tortora si troverà a confrontarsi con l’amara verità di chi lo vede come un uomo distaccato dalla realtà, incapace di sentire il vero polso del paese, interessato solo a difendere il suo successo; e del resto il suo modo di condurre era molto diverso da quello dei colleghi, inclini ad accattivarsi il pubblico cercandone la complicità. Tortora era un’anomalia nella televisione italiana: elegante, rispettoso, ma anche molto formale persino nel linguaggio, portatore di una superiorità non certo esibita ma in qualche modo riconoscibile. Tutte queste caratteristiche non lo hanno aiutato quando si è trattato di avere l’empatia delle persone comuni, quello stesso pubblico che lo applaudiva a ogni puntata in cui si cercava di far parlare il pappagallo Portobello; e Gifuni è straordinario nel mostrare tutte le qualità di Enzo Tortora, sfumature che non lo rendono certo colpevole, ma che sono state le prime a essere additate quando si è trattato di metterlo alla gogna.

Portobello - MiniserieNel secondo caso, ossia il cambiamento nella percezione della realtà per come pensavamo di conoscerla, bisogna fare un passo indietro e toccare il delicato tema di come il mondo dello spettacolo, del giornalismo e della cultura italiana prese le distanze da Tortora, con poche preziose eccezioni (Enzo Biagi, citato nella serie; Piero Angela; Leonardo Sciascia e Moira Orfei, su cui torneremo). La critica di Bellocchio a questo universo non è meno dura di quella riservata all’opinione pubblica o a certa giustizia, e il modo in cui questo messaggio viene veicolato è tanto breve quanto distruttivo del nostro immaginario collettivo. Sempre nella quinta puntata, con il ritorno a casa, Tortora si ritrova nel suo studio, e per un attimo, osservando una foto, precipita in un passato glorioso per lui ma anche per noi: si tratta di un momento famosissimo nella storia della televisione, l’ultima puntata di “Sabato Sera” (trasmissione del 1967 condotta da Mina con ospiti a rotazione) in cui la nota cantante, insieme a Pippo Baudo, Mike Bongiorno, Corrado e lo stesso Enzo Tortora, chiuse la trasmissione con un “centone” tratto dalla canzone “Quando dico che ti amo”. Fu un’esibizione storica, che chiunque ricorda con un sorriso: eppure, in quel momento, non possiamo che guardare a quel segmento televisivo attraverso la lente ormai deformata dell’esperienza di Tortora. Nessuno di loro ha speso una parola per lui dopo l’accusa; nessuno di quei colleghi, che in quella situazione erano stati anche compagni di gioco, si è alzato in sua difesa. Un velo di ipocrisia coprirà quel ricordo per Tortora, e ora anche per noi; ed è difficile non ricollegare anche a questo momento quella frase rivolta alla compagna Francesca Scopelliti (Romana Maggiore Vergano) verso il finale di serie, subito dopo aver detto alla sorella Anna (Barbara Bobulova) di voler concludere il programma con quella stagione: “È andata così. Non riesco più a giocare.” Tortora, dopo la condanna in primo grado (1985), fu dichiarato innocente in Corte d’Appello (1986) e in Cassazione (1987); ma non si torna indietro da un’esperienza simile, da un accanimento giudiziario così feroce e da un silenzio così assordante come quello di chi non gli è stato accanto.

Portobello - MiniserieTra i pochi a levarsi in suo favore ci fu Leonardo Sciascia, come si diceva più su: in un articolo dell’agosto 1983, Sciascia, parlando del comportamento criminale dei camorristi che accusavano Tortora, lo definì “una follia […] un costruire, insomma, uno di quei castelli di carte che basta poi toglierne una, alla base, perché tutta la costruzione crolli. E ho l’impressione che la carta Tortora sia stata messa proprio a chiave di tutta la costruzione: una volta che si sarà costretti a toglierla, l’intera costruzione crollerà e tutto apparirà sbagliato e privo di credibilità.” Bellocchio ha reso omaggio a queste parole attraverso le incursioni visionarie dell’innalzamento di un castello di carte che iniziano proprio nella quarta puntata e che terminano nell’ultima, quando, come previsto da Sciascia, il castello crolla una volta sottratta la carta col volto di Tortora. Non solo: il nome stesso del quarto episodio è un tributo allo scrittore ma anche al debito di riconoscenza che Enzo sentì nei suoi confronti. Tortora chiese infatti che le sue ceneri fossero riposte in una custodia di legno con una copia della “Storia della colonna infame” di Alessandro Manzoni, in un’edizione con prefazione di Sciascia. Qui si trova l’abilità di Bellocchio: chi conosce questi elementi può godere di una lettura ancor più approfondita della miniserie, ma niente di tutto questo risulta essenziale per la sua fruizione. Si può osservare il castello di carte senza conoscerne l’origine e comprenderne comunque il significato, proprio come succede con la scena quasi onirica del circo Orfei che va a salutare Tortora fuori dal carcere alla fine del terzo episodio. Com’è evidente, non accadde esattamente questo: nella realtà Moira Orfei, che era in tour col suo circo, quando fece tappa a Bergamo invitò Tortora, che dal carcere rispose con una lettera di accorato ringraziamento in cui declinava l’invito. Ma il gesto, considerato il silenzio del mondo dello spettacolo, risuonò ancora più potente. È così che Bellocchio decide di tributare un’altra delle poche voci a difesa di Tortora, con una scena dal sapore felliniano in cui una quasi irriconoscibile Valeria Marini interpreta la Regina del Circo.

Portobello - MiniserieArriviamo infine al mondo giudiziario, rappresentato al suo peggio e al suo meglio attraverso delle figure chiave. Nel primo caso troviamo il procuratore Diego Marmo, interpretato da un sempre ottimo Fausto Russo Alesi (Francesco Cossiga in Esterno Notte): la sua ostinazione nel voler condannare Tortora si manifesta lungo tutta la miniserie, anticipata dai comportamenti del giudice istruttore Giorgio Fontana (Alessandro Preziosi) e dal lavoro investigativo sommario e parziale dei PM Lucio di Pietro e Felice di Persia. È difficile osservare il dipanarsi delle fasi istruttorie, in cui i legali di Tortora (Alberto Dall’Ara, interpretato da Paolo Pierobon – già presente in Esterno Notte – e Raffaele Della Valle, portato in scena da Davide Mancini) ricevevano le notizie dai giornali perché la procura non si degnava neanche di metterli a conoscenza dei capi d’accusa, nonostante le informazioni arrivassero poi direttamente alla stampa. Ed è ancora più doloroso pensare che tutto questo è stato possibile perché un criminale, Giovanni Pandico (uno strepitoso Lino Musella), ha deciso di vendicarsi di due persone in un colpo solo, e perché ogni pezzo del puzzle da quel momento in poi è andato al suo posto, ma solo per rivelare un’immagine che nulla aveva a che fare con la realtà.

Bellocchio, grazie anche all’eccellente montaggio di Francesca Calvelli, fa emergere dalla narrazione la confusione cronologica delle dichiarazioni, che era la stessa che ha guidato le fasi del primo processo. Sarà il giudice della Corte d’Appello a rimettere ordine in quelle “confessioni”: e colpisce ancora di più se si pensa che il giudice Morello (che dopo la sentenza di secondo grado subì delle forme di ostracismo nell’ambiente giudiziario per aver smentito il lavoro precedente dei colleghi) faceva inizialmente parte di quelli che ritenevano Tortora colpevole. Quella portata in scena non è, per fortuna, solo la faccia oscura della giustizia: è anche quella di chi è in grado di tornare sui suoi passi e di ammettere i propri errori.
Portobello - MiniserieIn una scena capitale dell’ultimo episodio, “Dove Eravamo Rimasti?”, Morello torna a casa e parla con il figlio, quello stesso figlio a cui aveva detto che, scegliendo Tortora alle elezioni europee, stava votando per un camorrista. Il giudice ammette che Tortora è senza alcun dubbio innocente e lo fa semplicemente mettendo in ordine cronologico le dichiarazioni di Pandico, di Barra e di tutti gli altri, e aggiungendoci la totale mancanza di prove e riscontri; ma soprattutto, evidenzia come i giudici, lui incluso, siano caduti nella trappola del “pentito che parla”: “I giudici si sono così abituati al silenzio, alla scena muta, che quando un camorrista pluriomicida, senza chiedere niente in cambio apparentemente, confessa, parla, fa nomi, racconta fatti, eh beh, a un giudice sembra che sia un miracolo. […] Ma a che serve allora questo fottuto riscontro? Ma io ti credo! È un atto di fede! È una liberazione!” Un’analisi impeccabile da parte del personaggio, che si potrebbe leggere come un piccolo trattato di sociologia della giustizia italiana dell’epoca.

Nella quinta puntata la miniserie vira su sfumature da thriller legale, con un climax che parte dalle dichiarazioni confuse di Nadia Marzano (Irene Maiorino, L’Amica Geniale), passa per il confronto con Gianni Melluso (Giovanni Buselli, L’Amica Geniale) e culmina con le accuse del procuratore Marmo che definisce Tortora un “trafficante di morte” che ha vinto le europee con i voti della camorra. Bellocchio rende davvero difficile assistere a questo episodio, che si conclude con i cronisti che brindano alla condanna di Tortora, soprattutto perché il pensiero del regista è chiarissimo: con quelle incursioni costanti – ora visionarie, ora oniriche – di persone e giudici togati nei panni di Pulcinella, l’idea che l’innocenza di Tortora fosse il segreto di Pulcinella rende ancora più amara la visione dell’accanimento contro quest’uomo, su cui si è sfogata la parte più crudele del nostro paese.

Portobello - MiniserieMa è con l’ultimo episodio che si arriva alla verità: durante il processo d’Appello saranno tre le persone che smentiranno la ricostruzione avvenuta fino a quel momento, offrendo al giudice Morello la conferma di quanto già aveva dedotto dalla cronologia delle dichiarazioni. La ritrattazione di Nadia Marzano, che ammette di essere stata costretta a mentire da Pasquale Barra, e il folle confronto tra Domenico Barbaro e Pandico – in cui il primo non fa che sottolineare come quei famosi centrini fossero davvero dei centrini e non dei pacchi di cocaina mentre il secondo arriva a delirare (“Tu stai seduto qua, ma non ci sei. Tu non esisti”) – sarebbero più che sufficienti a far cadere il famoso castello di accuse. Ma Bellocchio si tiene per ultima, è proprio il caso di dirlo, la carta chiave: Renato Vallanzasca smonta pezzo per pezzo ogni dichiarazione di Melluso, dimostrando come quest’ultimo non avesse mai avuto alcun contatto con Francis Turatello. Alessandro Fella mette in scena “il bel René” in modo potente e a tratti persino comico, con quell’accento spiccatamente milanese che si contrappone in modo beffardo e quasi infastidito al napoletano di Melluso. Gli attori che rappresentano gli imputati, capitanati da Lino Musella, sono tutti impeccabili da questo punto di vista, e non stupisce che la loro bravura emerga ancora di più proprio durante i confronti.

“Dove Eravamo Rimasti?” è il nome dell’ultima puntata e anche l’inizio del celebre discorso di Tortora che aprì la puntata del suo rientro: un intervento che Gifuni riproduce interamente guardando in camera, come il presentatore fece allora, ma in questo caso anche guardando noi, spettatori di oggi, che in quelle poche parole ritroviamo tutto il male e tutto il bene che hanno caratterizzato quei terribili anni. E sarà con le immagini reali dell’ultima puntata di Portobello, con un’arca piena di animali, che si concluderà questa miniserie: con il vero Enzo Tortora che, dopo un diluvio non universale ma architettato apposta per lui, chiude la sua esperienza con “il gioco” e cerca di ripartire con la sua vita. Purtroppo non gli sarà possibile: come ci ricorda l’ultima immagine della miniserie, Tortora morirà undici mesi dopo, cambiato per sempre da una tragedia giudiziaria che per lui è stata molto più di questo. È stato l’evento che lo ha obbligato ad alzare il velo e a scoprire il marciume di un paese che per la gran parte è stato incapace di onorare uno dei principi di base di uno Stato di diritto: la presunzione d’innocenza fino a prova contraria.

Portobello - MiniserieMarco Bellocchio è tornato alla serialità televisiva per la seconda volta e per la seconda volta ha prodotto un capolavoro: la sua capacità di lettura del reale personale e pubblico, da sempre peculiare caratteristica del suo cinema, riesce a stupire ancora, fornendoci strumenti nuovi per rileggere con gli occhi di oggi eventi del nostro passato politico e culturale, il tutto impreziosito da ricostruzioni storiche impeccabili (dai manifesti per la scomparsa di Emanuela Orlandi alle immagini televisive, tra Sanremo, il terremoto dell’Irpinia e il disastro nucleare di Chernobyl) e da una colonna sonora perfetta a cura di Teho Teardo. Il prezioso sodalizio tra il regista e un Fabrizio Gifuni sempre più stupefacente ha portato ancora una volta in scena un pezzo della nostra storia, permettendoci non solo di riviverla ma anche di confrontarci con quelle qualità, positive e negative, che ancora ci caratterizzano come popolo.
“Che non sia un’illusione” sono le parole scolpite nel marmo della colonna che, al Cimitero Monumentale di Milano, contiene le ceneri di Tortora; sono parte di una delle ultime frasi che il giornalista e conduttore rivolse al suo amico Leonardo Sciascia, una speranza che forse, grazie alla miniserie Portobello, potrà vedere riaccesa la sua fiamma: “Spero che il mio sacrificio sia servito a questo paese e che la mia non sia solo un’illusione.”

Voto: 9½


Informazioni su Federica Barbera

La sua passione per le serie tv inizia quando, non ancora compiuti i 7 anni, guarda Twin Peaks e comincia a porsi le prime domande esistenziali: riuscirò mai a non avere paura di Bob, a non sentire più i brividi quando vedo il nanetto, a disinnamorarmi di Dale Cooper? A distanza di vent’anni, le risposte sono ancora No, No e No. Inizia a scrivere di serie tv quando si ritrova a commentare puntate di Lost tra un capitolo e l’altro della tesi e capisce che ormai è troppo tardi per rinsavire quando il duo Lindelof-Cuse vince a mani basse contro la squadra capitanata da Giuseppe Verdi e Luchino Visconti. Ama le serie complicate, i lunghi silenzi e tutto ciò che è capace di tirarle un metaforico pugno in pancia, ma prova un’insana attrazione per le serie trash, senza le quali non riesce più a vivere. La chiamano “recensora seriale” perché sì, è un nome fighissimo e l’ha inventato lei, ma anche “la giustificatrice pazza”, perché gli articoli devono presentarsi sempre bene e guai a voi se allineate tutto su un lato - come questo form costringe a fare. Si dice che non abbia più una vita sociale, ma il suo migliore amico Dexter Morgan, il suo amante Don Draper e i suoi colleghi di lavoro Walter White e Jesse Pinkman smentiscono categoricamente queste affermazioni.


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Un commento su “Portobello – Miniserie

  • Setteditroppo

    Grazie per questa bella recensione. La serie lo merita. Ero un adolescente all’epoca. Ricordo i dibattiti anche in famiglia tra colpevolisti e innocentisti. Cosa ci ricorda la visione di questa serie? Per esempio, che gli errori giudiziari (che comportano il carcere per le vittime) sono sempre tantissimi, ogni anno; che non esiste ancora oggi una vera responsabilità civile per i magistrati che sbagliano, i quali continuano a fare le loro carriere, come è accaduto nella realtà ai protagonisti della serie; che il sovraffollamento carcerario che si intuisce nei primi episodi è tuttora imperante. Francamente non sono certo che il sacrificio di Tortora sia servito a questo paese, speriamo come sperava lui, di sì.