A meno di un anno dalla fine di The Handmaid’s Tale arriva il suo spinoff, The Testaments, un sequel in onda su Hulu (per noi su Disney+) che ha esordito l’8 aprile con le prime tre puntate. La serie è tratta dall’omonimo romanzo (2019) di Margaret Atwood, che spostava il punto di vista della narrazione da June a tre altre figure: Aunt Lydia, Agnes (il nuovo nome di Hannah, figlia di June) e Daisy, un nuovo personaggio. Tuttavia, se nel secondo libro le vicende sono ambientate quindici anni dopo quelle del primo, nel caso della serie TV ci sono stati dei cambiamenti significativi, che hanno portato a modifiche strutturali della storia portata sullo schermo.
Bruce Miller, già ideatore di The Handmaid’s Tale, si è trovato infatti a dover fare i conti con le decisioni prese durante l’elaborazione della serie madre, che è stata protratta ben oltre il punto d’arrivo del romanzo di Atwood. La decisione per il nuovo show è stata dunque di ridurre il salto temporale da quindici anni a solo quattro, anche per permetterci di esplorare una parte della dittatura di Gilead che non aveva trovato spazio nella prima serie: il trattamento delle piccole e giovani ragazze figlie della dittatura in quell’età delicata in cui passano dall’essere adolescenti a diventare potenziali mogli per altrettanti comandanti. Agnes (Chase Infiniti), che nel romanzo è quindi una donna adulta, nella serie è una giovane ragazza, e la stessa Daisy (Lucy Halliday), che nel libro è più giovane di Agnes e cela un’identità nascosta persino a lei, nella serie ha dovuto subire un cambiamento della sua origin story, che la porta a essere coetanea della sua nuova amica. Per evitare spoiler non possiamo dire di più, ma le vicende saranno più chiare durante la visione – e con la lettura delle dichiarazioni dello stesso Miller.
Tornando a questo esordio, lo show ci mostra sin da subito come il regime controlli le “sue” figlie. Innanzitutto, anche per loro sono previsti dei colori e dei nomi conseguenti: abbiamo quindi le “Pink”, che sono le bambine più piccole; le “Plum”, di cui fa parte Agnes, ovvero le ragazze più grandi che non hanno ancora avuto le mestruazioni; le “Green”, ossia le Plum che, a seguito dell’arrivo del ciclo mestruale indosseranno una spilla verde e saranno ritenute idonee al matrimonio; e infine troviamo le “Pearl”, le ragazze vestite in bianco che arrivano dall’esterno di Gilead in cerca di salvezza e che quindi devono compiere un percorso più lungo di redenzione dai loro peccati, ereditati per il semplice fatto di essere nate al di fuori del regime. Le ragazze vanno alla scuola dedicata ad Aunt Lydia (Ann Dowd) che, dopo essere stata idolatrata e poi osteggiata, è stata di nuovo celebrata con una scuola e una statua a suo nome (benché, come faccia notare anche lei, sia ancora viva): un istituto in cui le ragazze ovviamente non studiano e non leggono, ma imparano tutte quelle mansioni casalinghe che le renderanno delle perfette “mogli di Comandanti”. I primi tre episodi creano le basi di questo mondo, che è conosciuto e al contempo nuovissimo, e introducono la prima novità ereditata dal romanzo: la frammentazione del punto di vista, che già nei primi episodi passa da Agnes a Daisy.
A iniziare è Agnes con il pilot, “Precious Flowers”, episodio in cui sin dai titoli di testa veniamo informati del fatto che stiamo parlando sempre della stessa crudele Gilead, che mantiene il controllo sulla popolazione, in particolare sulle donne, nonostante una “piccola ma tenace” resistenza. Se in The Handmaid’s Tale, come si diceva, abbiamo avuto modo di indagare per sei lunghe stagioni solo il trattamento che veniva riservato alle donne adulte, The Testaments va a colmare questo vuoto con un racconto che si concentra su quelle che potremmo ritenere le più privilegiate, le figlie dei Comandanti, le quali tuttavia finiscono col subire la stessa violenza di stato. Sin dall’inizio ci viene detto cosa accadrà: “Queste donne avrebbero cambiato la Storia” è la scritta che chiude i titoli di testa, seguita dalle parole di una Agnes/Hannah del futuro che racconta “come è cresciuta a Gilead”, e di come si vergogni di ammettere quanto lei stessa ci abbia creduto. È qui che si rende necessaria una riflessione sull’obiettivo della serie: il fatto che abbia come protagoniste delle ragazze non implica affatto che i temi trattati siano “per adolescenti”, anzi. Le donne che abbiamo visto subire violenze di ogni tipo nella serie madre erano persone adulte, in grado di distinguere il bene dal male; hanno patito pene infernali e mutilazioni, in molte hanno perso la salute mentale o la vita, ma possiamo dire che fossero consapevoli del mondo orribile in cui erano finite, proprio perché avevano esperienza di una vita pre-regime. In The Testaments le ragazze sono figlie di Gilead: nate lì, o giunte così piccole da non avere altri ricordi, sono persone cresciute con l’idea che quella sia l’unica realtà possibile. Ed è dunque ancora più mostruoso pensare alle difficoltà che dovranno affrontare non solo per uscire da quel mondo, ma anche per trovare la forza di opporvisi. È la stessa Agnes a dirlo nel monologo iniziale: è più facile accettare una storia, per quanto infantile possa essere, piuttosto che credere che le persone care e della propria famiglia siano dei mostri.
Non siamo davanti a una serie facile, non è una versione teen drama di The Handmaid’s Tale: è forse qualcosa di peggio, perché queste ragazze non hanno alcun passato a cui potersi aggrappare e quindi dovranno fare un lavoro doppio per staccarsi dal regime; per capire che i loro pensieri e le loro emozioni non sono peccati; per comprendere che i comportamenti e gli sguardi a cui sono sottoposte, e di cui in queste puntate abbiamo già terribili anticipazioni, sono degli orrori che non dovrebbero mai capitare a nessuna, figurarsi a delle ragazze così giovani. Possiamo quindi dire che The Testaments sia un coming of age distopico, in cui alle già dure difficoltà della crescita si sommano quelle di chi deve salvarsi da qualcosa a cui non si sa ancora dare un nome.
Questa prima puntata e la seconda, “Perfect Teeth”, forniscono una sorta di concentrato dell’educazione a Gilead: dalle amicizie più strette che vengono ostacolate perché viste come foriere di segreti, e dunque di peccati, alla rabbia adolescenziale che viene incentivata come strumento di punizione reciproca; dalle “assemblee” in cui si assiste dal vivo a mutilazioni alle celebrazioni perfettamente organizzate del giorno in cui una Plum diventa Green. Tutto converge verso una vita che non deve uscire dai binari, che è pensata perché le bambine diventino ragazze e quindi madri devote, sotto lo sguardo di uomini adulti che non si fanno alcuno scrupolo a osservare con occhi morbosi una ragazzina che ha appena avuto le sue prime mestruazioni. La pedofilia sarà con ogni evidenza uno dei temi della serie, insieme agli altri abusi. È chiaro che le ragazze bramino e temano l’arrivo del ciclo mestruale in egual misura: se infatti è solo grazie a questo che potranno uscire di casa e acquisire quella che ai loro occhi è l’unica libertà possibile, dall’altra non hanno alcuna idea di cosa le aspetti veramente al di fuori di quegli sguardi, di quei gesti che sono molestie ma che nella loro testa educata dal regime sono il simbolo del loro essere naturali portatrici di peccato e tentazione per gli uomini.
Con il terzo episodio, come si diceva più su, assistiamo per la prima volta al cambio del punto di vista: già a partire dal nome della puntata, “Daisy”, scopriamo la storia di questo nuovo personaggio prima del suo arrivo a Gilead. Daisy arriva infatti come una Pearl Girl che, già nel pilot, viene assegnata ad Agnes da Aunt Lydia perché la giovane Plum possa instradare al meglio la ragazza appena arrivata. Non ci si mette molto a capire che Daisy non è una ragazza qualunque, soprattutto grazie al personaggio che inaspettatamente compare alla fine del primo episodio e che costituirà una delle novità di questo show rispetto al libro: senza voler rovinare la sorpresa a chi deve ancora vedere il pilot, possiamo dire che questo personaggio della serie madre è la vera novità di The Testaments e che la sua presenza avrà un inevitabile peso su tutte le protagoniste della serie.
The Testaments arriva come sequel di una serie che nelle ultime stagioni aveva mostrato più volte segni di stanchezza, dettati anche da una narrazione improbabile che vedeva June sopravvivere anche in situazioni in cui non sarebbe stato statisticamente possibile; ciononostante, il mondo forgiato da Margaret Atwood rimane una delle creazioni più importanti della letteratura contemporanea e l’idea che una nuova serie possa raccontarlo di nuovo attraverso delle ragazze così giovani è tanto spaventosa quanto necessaria. Atwood l’ha sempre detto: nel creare Gilead non ha inventato nulla, ha “solo” riunito ciò che le donne hanno subito nel corso della Storia, in tempi e spazi diversi.
È tutto vero, e questi nostri tempi bui non fanno che ricordarci quanto ogni diritto non sia mai davvero acquisito ma solo temporaneo. The Testaments accende una luce importante su un’età che è difficile di suo, e che in un regime come questo diventa un incubo di cui non si intravedono nemmeno i confini. Questi episodi sono per la serie un ottimo inizio.
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