
Che sia in formato cartaceo o televisivo, i sequel di Good Omens hanno sempre avuto una storia complessa. Infatti, nonostante l’idea di un secondo capitolo nacque agli autori, Terry Pratchett e Neil Gaiman, già durante le fasi finali di stesura dell’omonimo libro, il secondo romanzo non vide mai la luce, principalmente a causa delle difficoltà logistiche, come il trasferimento di Gaiman negli Stati Uniti, che ne rendevano difficile la stesura a quattro mani.
Allo stesso modo, dopo il successo della prima stagione, la serie tv fu rinnovata per altre due, la seconda uscita nell’estate del 2023 con il ruolo di ponte fra la fine dell’Armageddon avuto nella prima annata e l’avvento nella terza di una seconda Apocalisse, che avrebbe raccolto in sé le bozze del secondo libro mai pubblicato. Purtroppo, però, nel 2024 uno scandalo colpì Neil Gaiman e date le numerose accuse di molestie a suo carico, si dimise dal suo ruolo nella serie (era infatti creatore, sceneggiatore e produttore esecutivo); Good Omens vide quindi cancellata la sua ultima stagione e convertita in un film prevedendo, inoltre, la riscrittura completa dell’intera sceneggiatura, azzerando, così, per quanto possibile, i legami fra l’autore e l’opera.
Nonostante il turbolento sviluppo, lo scorso mercoledì è arrivato sulla piattaforma di streaming il finale di serie, portando con sé l’amaro in bocca tipico della fine di una storia, soprattutto quando quest’ultima è stata stroncata contro il proprio volere. Risulta impossibile, dunque, analizzare Good Omens 3 senza tener conto delle scelte esogene che l’hanno influenzato, poiché si percepisce, nel corso della visione, una rapidità sia nelle inquarature che nello svolgimento della trama dettata dalla necessità di far rientrare un racconto complesso, di solito sviluppato in sei episodi da 50 minuti, nell’arco di un’ora e mezza.

Sebbene l’idea risulti interessante, un angelo e un demone alla ricerca di Gesù, l’esecuzione è lontana dalle divertenti avventure avute durante le precedenti stagioni. L’elemento comico resta presente, come ad esempio nella scena in cui Aziraphale sfida un mafioso a colpi di cruciverba per poter riavere la Bentley, ma non ha la stessa efficacia, costretto dai tempi narrativi ad essere schiacciato nel veloce evolversi della narrazione.
L’intera sottotrama di Gesù che a causa di Crowley cercherà il senso del suo ruolo sulla terra nel gioco delle tre carte è l’esempio principale di come, se ben sviluppata, la sua storia avrebbe potuto aver un grande potenziale umoristico, oltre che filosofico, in quanto ciò che dà forza a racconti di questo tipo, basati sul classico humour britannico che gioca con l’assurdo, è proprio la possibilità di potersi prendere i giusti tempi per raccontare il nonsense di alcune situazioni facendo sì che l’aspetto comico fuoriesca nel tempo. Il personaggio del Messia, infatti, una volta arrivato sulla Terra, risulta completamente abbandonato a se stesso in favore dell’ennesima sottotrama: trovare il colpevole della sparizione del Libro della Vita. Rispetto alla scomparsa di Gesù, quest’intreccio vede uno sviluppo maggiore in quanto fondamentale per la conclusione della storia e per la chiusura del percorso dei singoli personaggi, ma avrebbe anch’esso beneficiato di maggior spazio per sviluppare sia il movente del colpevole, Michael, sia la componente investigativa di Crowley e Aziraphale, entrambe ridotte al minimo.

In estremo contrasto con le scene di Michael e di Gesù, che risultano veloci anche nell’editing, i momenti fra Crowley e Aziraphale trovano a tratti il ritmo delle scorse stagioni, lento ed intimo. La sceneggiatura si prende il proprio tempo per mostrare questa nuova fase del loro rapporto nella quale è impossibile stare lontani ed odiarsi, ma allo stesso tempo l’illusione che li guidava dall’alba dei tempi è scomparsa. Il velo è stato squarciato e non si può più tornare indietro a fingere che ciò che li lega sia la pura coincidenza dell’avere lo stesso ruolo da osservatori sulla Terra; Crowley sicuramente non lo dimentica, rimarcando più e più volte all’angelo di aver scelto il paradiso invece che lui.
Nulla viene lasciato al caso, ogni loro interazione è un’eco di conversazioni precedenti o future, mostrando una circolarità del loro rapporto quasi ineffabile. Good Omens ci mostra come il destino di queste due entità sovrannaturali è sempre stato a doppio filo: dal momento in cui Crowley, da angelo, chiede ad Aziraphale un parere sulle sue creazioni fino all’ultimo istante nel quale, mano nella mano, sacrificheranno loro stessi per salvare l’umanità.
“Why give me Crowley? Why make me complete and then take it away?” Le parole di Aziraphale racchiudono i 6000 anni di storia fra l’angelo e il demone, due figure all’apparenza diametralmente opposte ma così simili nel profondo. Aziraphale e Crowley sono due facce della stessa medaglia, due figure che hanno sempre lavorato in parallelo, ognuna con i propri metodi e caratteri, e che finalmente riescono ad arrivare di fronte a Dio a dar voce alle domande che covano dentro fin dalla prima stagione.
Aziraphale, l’angelo che colleziona peccati capitali ma che cerca sempre di far del bene, pone due domande: una altruista e una egoista, proprio come lui. Perché togliergli la persona che più lo completa e perché rendere così complesso, per sé e per gli umani, fare la cosa giusta. Analizzando il percorso del personaggio nelle varie stagioni si nota come queste siano le domande che lo accompagnano in ogni decisione, facendolo sempre oscillare fra il desiderio di cedere al proprio amore per il demone e l’essere un buon angelo, culminando poi nel finale dove, nonostante la voglia di vivere liberamente con Crowley – forse per la prima volta -, deciderà di assecondare il desiderio dell’ ex-demone e di sacrificare le proprie esistenze per l’umanità.

Good Omens si è sempre posta come una storia profondamente umana, nonostante i protagonisti non lo siano. Attraverso le avventure di un angelo e di un demone si esplora la natura dell’uomo, fatta di desideri, di gioie e dolori, della voglia di fare la cosa giusta anche se non sempre con i mezzi corretti, del bisogno di farsi domande e di conoscere il perché dell’esistenza, ma soprattutto di amore.
Non importa se si parli di amore romantico o meno, l’intera serie racconta in tanti diversi modi il potere che questo sentimento ha nel trasformare l’esistenza. L’amore che i protagonisti hanno per l’altro è ciò che li ha spinti a crescere e ad andare oltre i ruoli prestabiliti da Dio, ma è soprattutto l’affetto che hanno per la terra e gli esseri umani ad essere il motore delle loro azioni: semplicemente esistendo gli esseri umani sono stati la causa e lo strumento che hanno alimentato il rapporto fra Aziraphale e Crowley. La Terra ha dato loro la possibilità di conoscersi meglio ed è proprio per questo che nel momento della decisione finale, nonostante la voglia di avere un’occasione di essere liberi insieme, decideranno di dare una chance all’umanità di poter vivere liberamente. Ancora una volta Aziraphale e Crowley si sacrificano per gli esseri umani, ricevendo però in cambio la possibilità di ritrovarsi e di amarsi nel nuovo universo, seppur in una veste diversa.

Il finale di Good Omens, proprio come l’opera stessa, è una lettera d’amore: al libro, ai personaggi e, soprattutto, ai fan. Nonostante gli ostacoli e la brevità del prodotto sono riusciti a creare un racconto che rispettasse le caratterizzazioni dei protagonisti e chiudesse la loro storia con un finale giusto per ciò che ha sempre significato Good Omens: una celebrazione della natura umana, imperfetta ma unica.
Voto: 7 ½
