
Ride or Die imposta il suo racconto tra azione, introspezione e ironia tagliente, senza sacrificare la complessità emotiva delle sue protagoniste. L’intenzione è quella di raccontare una storia in cui le due donne cinquantenni non sono marginali, ma protagoniste assolute della loro avventura. Una tendenza che vediamo sempre più spesso, tra i prodotti seriali più recenti non possiamo non pensare a Rooster o The Four Seasons in cui proprio la mezza età è sempre più dominante, con i suoi momenti di crisi esistenziale e i temi legati all’identità personale e collettiva, con quella necessità impellente di rimettere in ordine la propria vita.
Questo intento emerge chiaramente fin dalle prime scene, che mostrano Judith e Debbie immerse nelle loro vite quotidiane, diverse per stile e aspirazioni ma unite da un’amicizia che sembra indistruttibile. Proprio il loro rapporto assume una rilevanza centrale: ogni scelta ruota attorno alle due donne, alla loro complicità e all’incapacità di immaginare un mondo in cui l’altra non sia presente.
Judith viene introdotta come una donna riservata, elegante, in apparenza ordinaria. La sua vita, vista dall’esterno, scorre su binari prevedibili ma la realtà è l’esatto opposto: di professione sicario, non è una criminale impulsiva bensì una professionista che si è affermata missione dopo missione. La sua figura è affascinante proprio perché non è la classica killer impenetrabile, ma una donna che ha imparato a convivere con un’identità segreta e un mondo di regole non scritte che la isola, la mette in pericolo e la segna costantemente. La serie suggerisce che la sua scelta professionale sia stata dettata da circostanze che verranno esplorate nelle successive puntate, e questo la rende ancora più interessante.

È comunque evidente la sua difficoltà: non sa più di chi fidarsi e come comportarsi, oltre a non capire se Judith è ancora la sua migliore amica o una sconosciuta. Debbie non è solo la “parte emotiva” della coppia, ma una donna che deve affrontare una crisi che la costringe a guardarsi dentro e a capire cosa vuole davvero: non reagisce con rabbia, ma con un senso di smarrimento che la rende profondamente umana. La sua storia promette di essere un percorso di crescita e di confronto con una realtà che non aveva mai immaginato.
Il rapporto tra le due donne si afferma quindi come motore dello show, e viene presentato e costruito con cura. Le loro interazioni sono credibili, spontanee, piene di quella complicità che nasce da anni di confidenze, risate e momenti condivisi. La regia insiste sui dettagli: un gesto di affetto, un’occhiata di intesa, un silenzio che diventa improvvisamente pesante. Attraverso questi elementi le prime due puntate esplorano il tema della fiducia, mostrando come un’amicizia possa essere allo stesso tempo un rifugio e una fonte di vulnerabilità. La rivelazione del vero lavoro di Judith non è solo un colpo di scena per Debbie, ma un punto di svolta che mette alla prova l’amicizia e la fiducia.
L’improvvisa comparsa di una donna misteriosa alla fine del primo episodio, aggiunge un ulteriore livello di tensione; il suo arrivo non è casuale e sarà sicuramente centrale nello sviluppo della trama. È un elemento che introduce il tema del pericolo, della minaccia che incombe su Judith e che coinvolgerà anche Debbie e che dà un ulteriore slancio sul fronte dell’azione. Questo momento è denso di inquietudine, tra ombre, silenzi e la promessa che qualcosa di brutto stia per accadere. È un passaggio che funziona perché non è forzato: arriva nel momento in cui lo spettatore ha già investito emotivamente nelle protagoniste e questo rende la tensione ancora più efficace.

Spencer, nel ruolo di Debbie, costruisce una figura complessa senza mai cadere nella caricatura: la sua interpretazione è fatta di sfumature e micro-espressioni che rivelano un mondo interiore stratificato, tra calma apparente, ironia e vulnerabilità. Waddingham invece offre una Judith magnetica, capace di alternare momenti di glaciale controllo a improvvise tensioni, mostrando la fragilità di una donna che vive nell’ombra tra disciplina e segreti.
Judith e Debbie sono personaggi complessi e sfaccettati, e il primo episodio in particolare promette di esplorare le loro storie in profondità. La crisi di mezza età, alle volte trattata con superficialità, qui viene valorizzata e affrontata con autenticità, mostrando come a cinquant’anni si possa ancora cambiare, mettere in discussione la propria identità e affrontare sfide inaspettate con coraggio e determinazione.
In conclusione, i primi due episodi di Ride or Die rappresentano un avvio solido e promettente per una miniserie che sembra avere tutte le carte in regola per conquistare il pubblico. La regia è solida, la scrittura intelligente, le protagoniste avvincenti: con la promessa di una storia che saprà crescere con l’avanzare delle puntate, la serie parla di temi trasversali con una sincerità che la rende subito coinvolgente.
Voto 1×01: 7
Voto 1×02: 7 +

Con l’interazione ed evoluzione di questi due personaggi – più che il tema pallosissimo della crisi degli over 50 – mi sembra (o mi auguro) che la serie possa ragionare, seppur timidamente e non so quanto consapevolmente, con il modello femminile di donna-maschio (il corpo femminile al servizio della forza e della guerra invece che dell’intelligenza e del dialogo) imposto negli ultimi 10 anni alle donne nel mondo cinetelevisivo, evidentemente da un potere culturale ed economico ancora ben saldo nelle mani degli uomini, ma che finalmente sta stancando il pubblico…vedremo