
La serie antologica di Ryan Murphy e Ian Brennan torna così a confrontarsi con una figura realmente esistita, scegliendo però una strada che si discosta in parte da quella percorsa nelle precedenti stagioni. Se il racconto di Jeffrey Dahmer e quello dei fratelli Menendez avevano messo al centro personalità e vicende capaci di suscitare reazioni contrastanti, questa volta l’attenzione si sposta soprattutto sulle condizioni personali e sociali che possono contribuire a generare una spirale di violenza. Non si tratta semplicemente di raccontare un crimine, né di ricostruire la biografia di una figura controversa, ma di interrogarsi su cosa possa trasformare una persona in un mostro agli occhi degli altri. È proprio in questa prospettiva che la nuova stagione ha la sua anima nera, dimostrando come Monster possa ancora rinnovarsi senza perdere la propria identità.

Il merito della narrazione sta nel non considerare il contesto un semplice sfondo storico; la società in cui Lizzie vive diventa invece una componente essenziale della storia. La famiglia, tradizionalmente considerata un luogo di protezione e appartenenza, può trasformarsi in uno spazio di controllo e sopraffazione: le convenzioni, infatti, finiscono per soffocare chi non riesce o non vuole adeguarsi.
È qui che la serie trova uno dei suoi spunti più interessanti, cioè nel tentativo di raccontare la violenza non come un fenomeno improvviso, ma come qualcosa che prende forma all’interno di relazioni e ambienti specifici. Questo non significa che gli autori vogliano offrire una giustificazione alle azioni dei propri personaggi ma lo show sceglie di interrogarsi sulle circostanze che le precedono, mettendo in discussione quella tendenza a separare nettamente chi compie il male dal mondo che lo circonda. Questa distinzione è fondamentale: comprendere le origini di un comportamento violento non significa assolvere chi lo mette in atto, così come riconoscere le responsabilità di una società non significa cancellare quelle individuali. La serie prova a mantenere aperta questa tensione, evitando di ridurre la propria protagonista a una figura semplicemente malvagia o, al contrario, a una vittima privata di ogni responsabilità.
Una delle scelte più interessanti della stagione è l’inserimento del personaggio di Aileen Wuornos, interpretata da una Sarah Paulson in forma strepitosa. La sua presenza assume un significato più preciso se letta alla luce delle domande che attraversano l’intera narrazione: Wuornos appartiene a un’altra epoca e ad un contesto differente, eppure la sua storia permette alla serie di ampliare la riflessione sulle donne che hanno esercitato la violenza e sul modo in cui la società ha guardato a loro. Il collegamento tra le due figure permette di mettere in relazione esperienze lontane nel tempo, facendo emergere interrogativi comuni: quali condizioni possono contribuire a condurre una persona verso la violenza? Quanto incidono le esperienze traumatiche e gli abusi subiti? E quanto siamo disposti a guardare oltre il gesto criminale, quando chi lo compie è già stato vittima di una violenza precedente?
L’operazione è interessante soprattutto perché sposta il discorso dal singolo caso a una questione più ampia. Lizzie Borden e Aileen Wuornos non vengono presentate come due figure perfettamente sovrapponibili, né le loro storie possono essere ricondotte a un’unica spiegazione. Il loro accostamento permette però di osservare come esperienze personali differenti possano entrare in relazione con strutture sociali che impongono ruoli e contribuiscono a determinare il modo in cui una donna viene giudicata.

È un approccio che richiede anche allo spettatore di abbandonare la comodità del giudizio immediato. Di fronte a un crimine efferato, la reazione più istintiva è quella di individuare un colpevole e considerare chi lo compie come qualcuno di radicalmente estraneo alla propria esperienza. La narrazione di Murphy e Brennan prova invece a incrinare questa separazione, suggerendo che le persone non esistono al di fuori delle relazioni e dei contesti in cui crescono e vivono.
La violenza subita assume così un ruolo fondamentale. Il trauma non determina inevitabilmente il comportamento di una persona, e la sofferenza non trasforma necessariamente una vittima in un carnefice. Proprio per questo, interrogarsi sulle cause della violenza è più complesso che trovare una semplice corrispondenza tra ciò che si è subito e ciò che si finisce per fare agli altri.
Rispetto alle precedenti stagioni, Monster: The Lizzie Borden Story sceglie di concentrare maggiormente l’attenzione sulla dimensione psicologica e sociale dei protagonisti. La violenza resta naturalmente un elemento centrale, inevitabile quando si raccontano vicende di questo tipo, ma non diventa l’unico strumento attraverso cui costruire la tensione o catturare l’attenzione del pubblico.
Questa volta la narrazione sembra trovare maggiore interesse in ciò che accade prima e intorno alla violenza. Sono i rapporti tra i personaggi, le frustrazioni accumulate, le aspettative imposte dall’ambiente e le possibilità negate a fornire la materia su cui costruire il racconto. Il risultato è una stagione che si avvicina più al dramma psicologico che all’horror, senza rinunciare del tutto alle atmosfere cupe e alla tensione che caratterizzano l’antologia. La scelta funziona perché permette alla serie di non affidarsi esclusivamente alla notorietà del caso raccontato. Conoscere la storia di Lizzie Borden, o anche soltanto averne sentito parlare, non esaurisce l’interesse della visione: ciò che conta è il percorso con cui la narrazione prova a restituire spessore ai personaggi e a inserirli in una rete di relazioni più ampia.

Charlie Hunnam e Rebecca Hall contribuiscono a costruire il contesto familiare con interpretazioni che danno peso alle dinamiche domestiche e ai rapporti di potere. Il loro lavoro è importante perché, come abbiamo detto, l’ambiente in cui si muove la protagonista non è soltanto uno spazio fisico, ma una presenza costante che condiziona le sue possibilità e il suo modo di guardare al mondo. Infine, Sarah Paulson conferma la propria capacità di entrare in personaggi estremi e controversi, portando sullo schermo una Aileen Wuornos che amplia ulteriormente la portata tematica della stagione. La sua presenza è particolarmente efficace proprio perché si inserisce nel discorso più ampio sulle origini della violenza e sul modo in cui le storie delle donne vengono raccontate e giudicate.
In definitiva, il nuovo capitolo di Monster dimostra che un’antologia dedicata ai grandi casi criminali può trovare nuove strade senza rinunciare alla propria identità, come in questo caso il già citato inserimento del personaggio di Aileen Wuornos, sicuramente una delle intuizioni più interessanti di questa stagione: il tentativo di comprendere le esperienze di chi ha subito violenza prima di esercitarla non rappresenta una scorciatoia per giustificare i crimini (è importante sottolinearlo di nuovo), ma un modo per affrontare il tema con maggiore complessità.
Il risultato finale è un racconto più psicologico e di denuncia rispetto alle precedenti stagioni dell’antologia, sostenuto da un cast convincente e da una prospettiva capace di dare nuovo significato a una vicenda già entrata nell’immaginario collettivo. Consigliata a chi cerca una storia che non si fermi al fascino oscuro del delitto, ma provi a guardare dentro le persone e intorno a loro.
Perché il mostro, prima di diventare una figura da temere o da condannare, è anche una domanda a cui la società deve provare a rispondere.
