
La serie creata da Will Smith (non il famoso attore ma un suo omonimo autore inglese) adatta per il piccolo schermo la serie di romanzi spy-thriller di Mick Henron; in genere ogni stagione adatta un volume, con qualche eccezione – come, per esempio, quest’ultima annata di cui si parla – in cui vengono presi elementi da più di un libro alla volta per esigenze narrative. Lo show, forte del successo di pubblico e critica, è già stato rinnovato fino a una ottava stagione, con la quale il materiale originale dovrebbe essere esaurito; il sentore è che, se la serie continuerà ad essere così apprezzata, AppleTV potrebbe decidere di rivedere i suoi piani – come ha fatto per esempio con Ted Lasso – e proseguire la programmazione di Slow Horses per ulteriori stagioni. Si può dire che, a differenza di altri prodotti, lo show di Smith si presterebbe a ulteriori annate in quanto la sua struttura è semi-antologica, ovvero ogni ciclo di episodi ha una storia quasi auto-conclusiva e a fare da collante tra uno e l’altro ci sono solo i personaggi che fanno parte del team e l’evoluzione dei loro rapporti.

Uno dei punti di forza di Slow Horses è sempre stata la scrittura dei suoi personaggi, il modo in cui interagiscono tra di loro e le linee di dialogo serrate e ficcanti che caratterizzano le relazioni all’interno del team. In questa annata – nonostante sia la prima orfana del suo autore Will Smith, rimpiazzato come showrunner da Gaby Chiappe – non manca questa cura nella scrittura che emerge a maggior ragione quando la trama sceglie di dividere letteralmente il team in gruppi più piccoli: da un lato troviamo River (Jack Lowden), Sid e Coe (Tom Brooke) in fuga dai due sicari già menzionati (interpretati da Kyle Soller, già visto in Andor, e MyAnna Buring, nota negli ultimi anni per The Witcher); nel frattempo Catherine (Saskia Reeves) guida una squadra formata da Shirley (Aimee-Ffion Edwards), Moira (Joanna Scanlan), Flyte (Ruth Bradley) e Louisa (Rosalind Eleazar) alla ricerca di un rifugio sicuro; ultimo ma non meno importante il gruppo formato da Jackson Lamb, interpretato dal sempre eccezionale Gary Oldman, e Ho (Cristopher Chung) mentre cercano di portare in salvo il giovane Reece (Lenny Rush), in pericolo in quanto testimone di un omicidio.

Anche il gruppo tutto al femminile che si raduna nel rifugio indicato da Lamb non se la passa bene: Shirley è risentita nei confronti di Louisa per aver abbandonato la squadra e il lavoro di agente sul campo per un lavoro di ufficio in una multinazionale, Catherine deve di nuovo affrontare i demoni dell’alcool dopo che scopre il coinvolgimento di Lamb nella morte del suo vecchio capo Charles Partner, Moira si trova come un pesce fuor d’acqua trascinata in una situazione più grande di lei, mentre Flyte, licenziata dalla Taverner, si trova trascinata negli eventi da Lamb e finirà per essere un’altra delle morti illustri della stagione. La casa vacanze in cui si nascondono fa da contenitore narrativo per far esplodere le tensioni non risolte all’interno del gruppo, con alcuni scambi di battute e situazioni che, fintanto che non c’è ancora una vera minaccia, fanno sembrare la serie quasi una delle classiche sit-com familiari.

Se a livello di evoluzione narrativa il personaggio di Lamb è uno dei meno interessanti in quanto anti-eroe classico, scontroso e volgare ma in realtà brillante e soprattutto protettivo nei confronti dei suoi agenti, come se ne sono già visti tanti, c’è da dire che in questa serie funziona proprio come contraltare rispetto agli altri: è lo show stesso a problematizzare il fatto che appartiene ad un’altra epoca – quella della Guerra Fredda ma noi potremmo dire ad un’altra era televisiva – e che è anacronistico rispetto ai tempi attuali, rendendo i suoi comportamenti grotteschi e inadatti al ruolo che ricopre.
Il sesto episodio “Judgment Day”, oltre ad essere perfettamente bilanciato tra azione e conclusione delle varie storyline, è anche atipico nell’economia della serie poiché porta a termine una stagione di Slow Horses, per la prima volta, con un vero e proprio cliffhanger. Questo cambio di stile è forse legato all’avvicinarsi di una possibile chiusura dello show, o forse è connesso al cambio di showrunner e al modo in cui hanno intenzione di gestire la narrazione d’ora in avanti, per rendere gli archi stagionali ancora più coesi e connessi tra loro.
In definitiva la sesta stagione di Slow Horses, nonostante l’uscita di scena del suo creatore e showrunner Will Smith, non delude le aspettative e, anzi, costruisce una delle sue migliori stagioni finora, confermando come la macchina produttiva di AppleTV sia ben rodata e continui a funzionare anche con altri autori al comando. Si può tranquillamente dire che lo show continua ad essere quanto di meglio si possa trovare oggi in quanto a scrittura televisiva, e non solo per quanto riguarda il genere thriller: in questa stagione, infatti, i temi trattati sono molto attuali, dal potere che i colossi dell’informazione esercitano sulla politica alle ingerenze di Stati stranieri nel governo inglese.
Voto: 9
