Se c’è un elemento che caratterizza The Diplomat tanto da diventare una sua cifra stilistica è l’uso sapiente del cliffhanger non solo tra una puntata e l’altra, ma anche tra una stagione e la successiva. La terza annata si era infatti conclusa con una scoperta dalle conseguenze potenzialmente devastanti per il mondo intero e la quarta si apre ripartendo ovviamente da lì, dall’evento che, se già da solo era preoccupante, nell’arco di otto episodi si rivelerà solo come il punto d’inizio di una serie di scelte sempre più drastiche e pericolose. The Diplomat, creata da Debora Cahn e disponibile su Netflix, arriva alla sua quarta stagione senza perdere smalto sul versante creativo, ma con qualche inciampo di troppo sulla gestione delle relazioni personali tra i personaggi, straripante rispetto alle annate precedenti e con un certo grado di ripetitività che non giova alla struttura complessiva.
A muovere la prima tessera del domino era stata la coppia della Presidente e del suo Vice, ossia Grace Penn (Allison Janney, che per questo ruolo ha di recente vinto un Emmy) e Hal Wyler (Rufus Sewell): il furto del Poseidon, il sottomarino con l’arma nucleare russa, era già di per sé non solo una mossa pericolosa, ma anche una conferma del carattere istintivo e aggressivo della presidente Penn – già responsabile, da Vice, dell’attacco alla nave britannica HMS Courageous. Se già il furto dell’arma russa, tenuto nascosto agli inglesi, aveva tutto il potenziale per creare problemi tra le superpotenze in gioco, Cahn decide di alzare la posta con l’attentato alla Presidente Penn, che chiude – sempre con un cliffhanger – il primo episodio della stagione. L’attentato di Windsor ha un duplice ruolo narrativo, uno immediato e uno a lungo termine. Nel primo caso abbiamo un assaggio di cosa voglia dire avere Hal come Presidente, anche se per poche ore: dal confronto che l’uomo ha con la moglie Kate (una sempre convincente Keri Russell, più protagonista che mai anche se con le mani sempre più legate) si comincia a profilare il cambiamento che lo investirà nel corso degli episodi. La sua natura ribelle, geniale e sregolata (che per tre stagioni è stata a fatica domata e frenata dalla moglie) si mostra un’ultima volta e per pochi secondi, prima di inabissarsi dietro al ruolo di Vice che ne cambia completamente il carattere. Questa è una scelta narrativa del tutto inaspettata e che, insieme al cambiamento di Kate all’interno della coppia, porta i due personaggi a compiere scelte quasi ribaltate rispetto agli inizi; durante la stagione, infatti, vedremo un Hal totalmente incapace di opporsi alla Presidente anche davanti all’evidenza di una escalation aggressiva sempre più fuori controllo, mentre dall’altra parte sarà proprio Kate a compiere quegli atti sovversivi che un tempo sarebbero stati il tipico marchio di fabbrica del marito. Ma l’attentato, come si diceva, ha anche un ruolo a lungo termine, ed è proprio ciò che costituisce il motore narrativo di questa quarta annata: Grace Penn, una volta ripresasi dall’intervento, comincia a mostrare un lato di sé sempre più ossessivo riguardo al lavoro e alle minacce incombenti dall’esterno, tanto da portarla a mettere in atto strategie costantemente difensive, anche in assenza di reali motivazioni. Se la chiave interpretativa psicologica è sotto gli occhi di tutti, Todd incluso (il marito interpretato da Bradley Whitford), le conseguenze sulla politica estera si dipanano nel corso degli episodi con un peso sempre maggiore, di pari passo con l’intolleranza per qualunque forma di dissenso, che sia interno o esterno alla sua cerchia. Ed è proprio questa cerchia che, lentamente ma inesorabilmente, va disgregandosi fino alla scena finale al G7 di Lucca, in cui, seguendo l’iniziativa di Kate, anche Billie (capo dello staff) e Ganon (segretario di Stato) rassegnano le proprie dimissioni: una scena potente, a cui fa seguito – anche se ne vediamo solo la conseguenza – l’allontanamento di Hal, che chiude la stagione con un annuncio di cui non sappiamo nulla ma che sembra orientarsi verso il 25° emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, con la dichiarazione di una Presidente incapace di intendere e di volere.
Non sappiamo ovviamente se si andrà in questa direzione, soprattutto perché al momento non è ancora stata confermata una quinta stagione. E tuttavia risulta interessante vedere lo svolgersi di tutte le dinamiche che portano a questo momento, dunque a una presa di posizione (sentita o opportunistica a seconda dei casi) che permette di capire, per ciascuno dei personaggi coinvolti, quale sia la loro linea rossa, superata la quale non si può tornare indietro. Se volessimo potremmo misurare l’intera stagione con questa metafora, perché ciò che si svolge a livello di politica globale è di fatto quello che accade anche nei rapporti tra i personaggi: certe linee, che mai si sarebbero considerate valicabili, non solo vengono costantemente messe alla prova, ma vengono spostate un po’ più in là a ogni azione che si compie in nome dell’eccezionalità della situazione, salvo poi ritrovarsi, numerose “eccezionalità” dopo, a non saper più distinguere cosa sia ancora accettabile e cosa non lo sia più. A renderlo palese è la stessa Kate, che, dopo aver minacciato il PM inglese Throwbridge causandone più o meno volontariamente le dimissioni, non riesce più a vedere le cose per come sono e chiede aiuto a Eidra e Stuart.
Se c’è un merito che questa stagione ha è sicuramente quello di mostrare, anche se in pochissimi episodi, come stare dentro a un sistema corrotto non solo renda impossibile rimanere obiettivi, ma soprattutto renda complici anche le persone più impensate, che continuano ad autogiustificarsi in nome di un ideale e che invece non fanno altro che spostare la linea di ciò che è giusto sempre più in là; questo, unito al continuo tentativo di “mettere una pezza” agli errori precedenti, rende digeribili scelte e atti che sarebbero stati impensabili anche solo pochi mesi prima per quegli stessi personaggi. Questo era già accaduto con il personaggio di Throwbridge nelle stagioni precedenti, considerato una mina vagante da chiunque tanto da presentare come una benedizione le sue dimissioni (in una puntata, “Pagliacci”, eccezionale per ideazione, scrittura e interpretazioni: le allucinazioni del PM, interpretato magistralmente da Rory Kinnear, che vede Margaret Roylin ovunque come simbolo del suo senso di colpa aggravato dalla morte improvvisa di Austin Dennison, sono un piccolo capolavoro di surrealtà). Quello che cambia è che ora a essere completamente fuori controllo è Grace Penn, la Presidente “del mondo libero”, come amano definirsi gli statunitensi: e, sembra dirci la serie, non c’è molta differenza tra le manie di grandezza di Throwbridge e il trauma postumo di Penn, se non sulla scala di quanto male possono fare i due a livello mondiale e sulla loro capacità di fermarsi. Se il PM rassegna le dimissioni al primo accenno di ricatto da parte di Kate, Penn è irremovibile davanti a chiunque e, anche quando sembra aperta a sentire delle voci diverse, ci mette pochi secondi a tornare nei panni della figura più potente del mondo e licenziare quella stessa persona a cui aveva dato libertà di parola poco prima (esemplare in questo senso è la cena a quattro a Lucca, in cui l’unica a pagare davvero le conseguenze di qualcosa che pensano tutti è proprio Kate).
Impossibile non vedere in questo un riferimento all’attualità, in cui, soprattutto negli ultimi anni, il dissenso viene visto come un fastidioso ronzio da eliminare al più presto, invece che come una parte fondamentale della politica – il fatto che Stuart venga licenziato per aver manifestato un pensiero contrario in un canale creato apposta per il dissenso, e fino a poco prima ritenuto così irrilevante da far sorridere chiunque, dimostra come certe persone abbiano confuso la politica con il potere e li abbiano intrecciati a un punto tale da non riuscire più a distinguere dove inizi uno e dove finisca l’altra. Ma c’è di più in questo parallelo col presente: siamo noi stessi ad aver spostato più in là la nostra linea di tolleranza, un po’ perché come esseri umani siamo capaci di abituarci a tutto, un po’ perché, nella confusione e nel martellamento continuo, anche noi, come Kate, siamo troppo dentro le cose per capire davvero cosa sia ancora ammissibile e cosa no. Questo si rende evidente quando, davanti all’irremovibilità della nuova PM Bethan Vaughn (Jodie Whittaker), pur consapevoli del fatto che la Presidente Penn sia completamente fuori controllo, ci percepiamo infastiditi dalla fermezza mostrata davanti a Kate, davanti alla sua assenza di volontà a piegare la testa con un compromesso. Certo, Kate è la protagonista ed è normale che “tifiamo” un po’ per lei: ma, sembra chiederci la serie, è giusto che questo succeda anche quando è la stessa protagonista a non sapere più se è in grado di distinguere il bianco dal nero?
Se dunque sul piano politico la stagione prosegue sulla stessa linea delle precedenti, alzando la posta e mostrando gli Stati Uniti come inequivocabilmente dal lato sbagliato della Storia, è sul piano delle relazioni che la quarta annata non funziona come vorrebbe. È evidente infatti come il secondo obiettivo della stagione fosse quello di lavorare sulle coppie a diversi livelli di potere, e su come a un certo punto diventi utopistico pensare di poter dividere il pubblico dal privato; le precedenti annate ce lo avevano ampiamente dimostrato, intrecciando la storia privata di Kate e Hal con la loro facciata pubblica, addirittura aumentando il livello di conflitto nella scorsa, quando lui è diventato Vicepresidente e lei una Second Lady che non rinuncia al suo mandato di ambasciatrice. Che quindi si potesse procedere esplorando relazioni in altre direzioni già accennate (Grace e Todd, Eidra e Stuart) non arriva esattamente come una sorpresa, ma a risultare sorprendente (e non in positivo) è il risultato. A mostrare la corda è proprio il primissimo rapporto, quello tra Kate e Hal, in cui l’esigenza di mostrare “qualcosa di diverso” mette in scena una Kate costretta in un angolo, col volume abbassato, che fa sentire più volte la mancanza del suo ruolo nelle stagioni precedenti – a maggior ragione davanti a un Hal che si piega sempre di più davanti al potere e che non ha quindi alcun freno se non verso la fine. Che si optasse per una stagione senza tradimenti e con un tentativo di ricostruire la loro unione era legittimo; che si scrivesse in una direzione simile, in cui entrambi i personaggi non assomigliano neanche all’ombra di quello che sono stati e che, ciononostante, continuano a litigare per motivi che spesso appaiono ripetitivi e inutili, non era né richiesto né necessario.
Grace e Todd risultano leggermente più interessanti perché ci troviamo davanti a una coppia più solida che viene spezzata dall’attentato: col passare delle puntate nessuno dei due riesce più a stare nella stessa stanza dell’altro, e l’idea di un allontanamento che rendesse il First Gentleman più utile anche a livello narrativo non era del tutto sbagliata. Il suo nuovo ruolo a Londra all’inizio sembra avere un senso, così come la minaccia rappresentata anche solo dalla sua presenza; arriva però il salto dello squalo a rovinare tutto proprio nella cornice di Lucca, in cui (al netto dell’effetto comico strepitoso di un uomo convinto di aver posto fine alla NATO) risulta completamente senza senso che un uomo come lui, senza alcuna preparazione, venga mandato a trattare con la Ministra degli Esteri inglese. La follia di Grace Penn è ormai fuori controllo nel season finale “Warships”, ma il fatto che lo sia non implica che davvero tutto sia ammissibile, e questo semplicemente non lo è; lo è ancor meno se utilizzato come strumento per riportare Todd nel suo ruolo di “marito che dà sempre ragione alla moglie”, come viene rappresentato verso la fine dell’episodio. A cosa è servito mostrarci il conflitto tra i due se poi tutto torna come prima?
In ultima istanza troviamo Eidra e Stuart, che sicuramente fanno dei passi in avanti nella loro relazione, permettendo anche al pubblico di esplorare quante e quali difficoltà possano esserci tra due persone con lavori come i loro; ma tutto sommato, a parte un paio di scene che mostrano lo smussamento di alcuni angoli, non si riesce a vedere nell’aumento del minutaggio a loro dedicato una reale necessità o qualcosa che abbia la caratura narrativa sufficiente per essere degna di interesse. Sembra una storia a parte, che segue regole proprie e che ogni tanto interrompe la storia principale per metterci al corrente dello status del rapporto: è quasi un corpo estraneo, che, a differenza delle altre due relazioni (pur narrativamente difettose, come già detto), non ha alcun rapporto con la vicenda centrale. Che i due siano carini insieme e che permettano anche di tirare il fiato rispetto alla storyline principale è un dato di fatto; che si meritassero un ampliamento della vicenda per esplorare le loro fissazioni e idiosincrasie è invece discutibile.
The Diplomat, anche alla quarta stagione, si dimostra come un’ottima serie da vedere in lunghe sessioni di binge, e non si può certo dire che abbia perso smalto nel tenere lo spettatore incollato allo schermo; dall’altra parte si sente la necessità di dare un giro di vite al rapporto tra la protagonista e il marito, prima che questa relazione mostri davvero la corda e risulti non più recuperabile. È apprezzabile il tentativo di parlare del presente mostrando la violenza del potere ed è anche coraggioso farlo mostrando il proprio Paese come il bullo della situazione: il fatto che si dia un contesto umano alle azioni della Presidente non viene infatti mai usato come giustificazione, e questo è sicuramente un punto a favore della narrazione. La scelta di aumentare il tempo dedicato alle relazioni, una decisione perfetta sulla carta, si è dimostrata molto più difficile da gestire, e rappresenta il punto debole di questa quarta annata. Se la serie, come ci aspettiamo visto anche il season finale, verrà rinnovata per una quinta stagione, ci sarà molto da fare per rimettere in carreggiata la rappresentazione di questi rapporti e come questi possano influenzare la storyline principale. Speriamo che a Debora Cahn e al suo team venga data la possibilità di dimostrarcelo.
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