
In questo contesto si inserisce VisionQuest, diciottesima serie televisiva ambientata nell’universo Marvel e capitolo conclusivo di una trilogia iniziata con WandaVision e proseguita con Agatha All Along.
Al centro della storia ritroviamo Visione (Paul Bettany), nella sua versione bianca ricostruita dallo S.W.O.R.D. e dotata dei ricordi recuperati al termine di WandaVision. Mentre cerca di ricostruire la propria identità, Visione vive sotto copertura a Edimburgo e si rifugia in uno spazio mentale in cui le intelligenze artificiali della sua programmazione assumono sembianze umane. L’equilibrio viene spezzato dall’arrivo di Paladin (Todd Stashwick), un cacciatore di taglie sulle sue tracce, e dall’incontro con Thomas Shepherd (Ruaridh Mollica), un ragazzo destinato a riaprire la questione dei legami familiari.
I collegamenti con la mitologia del franchise sono numerosi. WandaVision si era conclusa con il confronto tra il Visione creato dalla magia di Wanda e la sua controparte ricostruita dallo S.W.O.R.D., protagonista del nuovo racconto. A questo si aggiunge Tommy, uno dei figli generati da Wanda nella realtà artificiale di Westview, già al centro di Agatha All Along attraverso il fratello Billy. La serie riprende così diversi fili narrativi lasciati in sospeso, trasformandoli in occasioni per interrogarsi sull’identità, sulla memoria e sulla possibilità di costruire legami familiari al di là di quelli tradizionali.
Le presenze più interessanti di questi primi due episodi sono però quelle delle intelligenze artificiali che hanno attraversato la storia del MCU. Ritroviamo J.A.R.V.I.S., interpretato da James D’Arcy, già apparso in forma umana in Agent Carter, e soprattutto Ultron, nuovamente affidato a James Spader, che gli aveva dato voce in Avengers: Age of Ultron. Attorno a loro si muovono anche F.R.I.D.A.Y. (Orla Brady), E.D.I.T.H. (Emily Hampshire), D.U.M.-E e U., a comporre una famiglia d’elezione che Visione ricrea nella propria mente.

In quest’ottica, il ritorno di personaggi legati a capitoli precedenti del franchise non alimenta solo la componente nostalgica, ma trova una giustificazione narrativa nel tentativo di Visione di ricomporre il proprio passato
Ultron è probabilmente il personaggio meglio riuscito. Da antagonista sconfitto torna nelle vesti di mentore, talvolta persino di spalla comica, senza perdere la sagacia e lo sguardo disincantato, a tratti spietato, nei confronti dell’umanità – merito anche di James Spader, capace di alternare ironia e minaccia con una naturalezza che rende il personaggio particolarmente efficace.
Il casting e i relativi personaggi, tuttavia, non convincono in maniera uniforme. Accanto alle ottime interpretazioni di Bettany, D’Arcy e Spader, Tommy fatica per ora a imporsi, mentre Paladin appare un antagonista mediocre e convenzionale. La sua funzione sembra soprattutto quella di innescare gli eventi, in attesa di scoprire l’identità del misterioso committente che ne ha ordinato la missione.
Nel complesso, questi primi due episodi mantengono un buon equilibrio tra azione, mistero e introspezione. Il salvataggio di Tommy dall’ospedale psichiatrico nel secondo episodio offre un contrappunto dinamico alle sequenze dedicate al mondo interiore di Visione, mentre la ricerca del mandante alimenta la componente thriller. Il nucleo del racconto resta però la ricerca di un’identità capace di fare i conti con il peso dei ricordi e con una nuova esistenza, riprendendo il tema della famiglia che attraversa la trilogia.
Fa tuttavia riflettere che, proprio in un momento storico in cui l’intelligenza artificiale è al centro di un dibattito sempre più acceso, VisionQuest scelga di affrontare la questione in termini relativamente innocui, privilegiando il lato emotivo e domestico delle sue creature digitali. Le intelligenze artificiali sono soprattutto individui in cerca di riconoscimento, capaci di instaurare rapporti affettivi e contribuire alla crescita del protagonista. Una prospettiva coerente con la tradizione del MCU, ma anche ingenua rispetto alle inquietudini contemporanee sulle conseguenze e sui possibili sviluppi di queste tecnologie. La serie appare così al tempo stesso attuale per il tema affrontato e datata per il modo rassicurante in cui lo declina.
In attesa di capire come proseguirà il percorso di Visione e se tornerà a intrecciarsi con gli eventi cinematografici, questi primi due episodi rappresentano un’aggiunta gradevole per gli appassionati del franchise. Resta da vedere se la serie saprà andare oltre il richiamo alla continuity e trasformare le sue premesse in una riflessione più incisiva sull’identità artificiale.
Voto 1×01: 6 ½
Voto 1×02: 7-
