
L’episodio si apre con un flashback, il quale, come da consuetudine ormai, ci apre al passato dei personaggi che gravitano attorno alla Casa, addirittura con una brevissima “soggettiva del male” ispirata da “Evil Dead” (Sam Raimi, 1981). “Don’t make me kill you again” disse l’arcigna diva anni ’50 alla governante provocante/repellente, e in questa visione del 1983 ci viene mostrato quand’è che Constance ha ucciso Moira la prima volta. 
Una progressione di amenità e mutilazioni, iniziata sin dalla sua edificazione negli anni ’20 dove il suo costruttore, un chirurgo tossicodipendente con una punta di God Complex (o complesso di Frankenstein, visto che siamo in una polverosa soffitta di citazioni) si diletta ad annegare esseri nella formaldeide e a tentare di donare il soffio della vita a chimere disturbanti (forse per cancellare definitivamente la negligenza del detto “Quando i porci avranno le ali”).
La mia principale chiave di lettura alla serie ricalca ancora le costruzioni a specchio dell’Hotel di “Shining” (Stanley Kubrick, 1980), dove i fantasmi del passato vi rimangono bloccati e partecipano alla degenerazione mentale dei suoi nuovi abitanti. Constance tenta di mantenere una certa aura dignitosa nel fare il suo sporco lavoro (pur volendo fortemente abbandonare quel luogo marcio, colmo di rancori e morte) come una elegante ma crudele signorona maligna da film classici mélo/noir; Tate mantiene alta la fascinazione dell’adolescente di casa; Larry, consigliere non richiesto, risolve i problemi di Ben per evitare che si allontani (in prigione, o a Boston); mentre la cementificazione sulla tomba in giardino costringerà Moira a restarci per sempre (piange sul suo scheletro, nel fosco desiderio di riposare in pace, ma grida la sua ansia di essere almeno rispettata, per una volta). Questi personaggi di contorno dunque, che non abitano ma infestano la casa, muovono e manipolano i protagonisti verso un finale di sangue inevitabile, senza libero arbitrio né leggerezza di cuore, anche loro vittime dei loro peccati e della suggestione del male, prima che carnefici.
Così la famiglia centrale tenta di barcamenarsi nel susseguirsi di situazioni inspiegabili o semplicemente riprovevoli, mentre il trasloco è posticipato con un’overdose di giustificazioni: soldi, stress, acquirenti inesistenti, figlia che fa i capricci. Solo la giovane emo disturbata, infatti, si approccia alla casa con sentimenti di fascinazione più che vittimismo: “Continuo a vederla come il posto dove siamo sopravvissuti”, mentre i genitori sono completamente impossibilitati a condurre una vita normale. Come una casalinga disperata, Vivien viene sorpresa da un Tour dell’orrore che si ferma davanti a casa sua descrivendola esattamente per quello che è (“Murder House”), così decide di parteciparvi per tentare di capire a che epoca, esattamente, risalgano i massacri (l’agente immobiliare è legalmente obbligata a dichiarare solo quelli degli ultimi tre anni).
Infine abbiamo le vicende ancora più disturbanti del marito. L’uomo: quell’essere avvezzo a conquistare e fare di tutto un oggetto, una possessione. Persino un investigatore, avulso dalle vicende della casa, riesce a vedere Moira con occhi di desiderio, perché gli uomini negli altri “vedono ciò che vogliono vedere” mentre le donne ne scrutano l’anima. Reo dunque della sua stessa carnalità, Ben, sempre più confuso dalla nebbiosa realtà (“Quella tua piccola avventura a Boston ti ha reso paranoico”) e avvelenato in stile ‘20s, si annulla in un ciclo di blackout, alla fine dei quali si sveglia sempre sullo stesso punto: la tomba improvvisata dove le sfasciafamiglie trovano il loro eterno tormento, mentre gli uomini ci costruiscono sopra gazebo, simbolo di nuovi (ancora!) possibili inizi, ma soprattutto di copertura delle colpe.
“American Horror Story” è una serie che continua a crescere, lasciando più spiragli di comprensione e appassionando sempre più con il suo Uroboros (eterno rinnovamento) del terrore e i suoi divertiti giochi di citazioni (i confronti tra Moira e Constance mi ricordano addirittura Tennessee Williams o Bette Devis). L’unica vera pecca è la recitazione di Dylan McDermott (Ben), quasi ridicola a tratti (“You’re a murderer, You’re a murdereeeer”) e totalmente divorata dalle performance degli altri, con la sconvolgente Frances Conroy (Moira) e la volutamente eccessiva Jessica Lange (Constance) in prima fila.
VOTO: 9
Decisamente tra le migliori novità della stagione.
