
L’hype generato dalla serie porta con sé una lista lunghissima di aspettative, a loro volta spiegabili da almeno tre fattori: la produzione, il cast e il creatore. Ogni volta che viene lanciato uno show dell’Hbo vi è una curiosità particolare: quasi per via di una strana ansia da capolavoro, lo spettatore, l’appassionato e probabilmente anche il concorrente (cosa avranno pensato quelli della Fx quando alla pur notevole The Shield si sono trovati di fronte The Wire?) attendono le uscite della regina delle cable television in maniera speciale. Se si considera poi che quest’anno l’unico altro drama originale lanciato dell’emittente era Luck (gioiellino per pochi, con ascolti bassissimi e interrotto per la morte di tre cavalli durante le riprese della seconda stagione), allora The Newsroom rimane l’ultima vera cartuccia, il purosangue su quale puntare tutte le speranze.

Ma non abbiamo ancora detto nulla. Il vero motivo d’interesse è rappresentato dal creatore Aaron Sorkin, guru della serialità e tra le menti più creative del panorama statunitense degli ultimi anni. Recentemente ha ottenuto l’Academy Award per la miglior sceneggiatura grazie allo script di The Social Network, ma chi ha visto un po’ di serie televisive lo ricorda soprattutto come il creatore di The West Wing. Tale serie ha dato un determinante contributo al consolidamento della Nuova Serialità americana, imponendosi come uno dei prodotti più rappresentativi (al pari forse solo dei Soprano) della Seconda Golden Age della televisione statunitense, fatta iniziare convenzionalmente con Hill Street Blues (che non a caso condivide con The West Wing il record di drama più premiato). Sorkin porta con sé una poetica molto precisa che emerge in maniera evidente anche in The Newsroom: i dialoghi serrati sono da sempre una sua prerogativa, ma è bene non dimenticare che tra le fitte righe di parole fa sempre capolino il tentativo dell’autore newyorkese di origine ebraiche di offrire un ritratto dell’America a tutto tondo.

Qual è la domanda che soggiace al progetto di Sorkin? Pare proprio di capire che, così com’era capitato per la politica, in questo caso si voglia indagare a fondo il giornalismo, andando alle radici del “Quarto Potere” per rilevarne lo stato dell’arte, per sottolineare la discrepanza presente tra l’idea che gli americani hanno del giornalismo e ciò che è davvero, inquadrare l’ideale (in qualche misura anche patriottico) del reporter come portatore di verità e democrazia a confronto con le difficoltà mediatiche, sociali, tecno-burocratiche e politiche di attuare tale modello. Così facendo, tra le righe, attraverso la metafora del giornalismo, ma anche in maniera più diretta, Sorkin ci offre un ritratto dell’America, uno sguardo sugli U.S.A. e sulla contemporaneità quanto mai attuale.

Per concludere, credo che tutto sia già contenuto nel cold open (che precede una sigla molto simile a quella di The West Wing), in cui la sinergia tra soggetto e contesto è massima e lo sguardo sull’America trova un’eccellente espressione in quella che è già una scena madre, ripresa dal regista (Greg Mottola) come se fosse una “presa diretta” di un telegiornale, con stile eminentemente televisivo puntando i riflettori su tutte le facce della vicenda.
Gran parte della critica americana non ha gradito l’episodio, trovandolo troppo didascalico, a volte retorico, ma per chi scrive si tratta di un esempio pregiato di scrittura per la televisione, in cui quella che sembra retorica è epica, è americanità genuina (“we can do better”), amalgamata da venature di classicità come quasi mai si vedono in televisione. Ci sentiamo dunque di consigliare caldamente questa serie, indipendentemente da quanto si possa essere affezionati al genere e nello specifico al soggetto, perché se c’è una cosa che Aaron Sorkin sa fare è raccontare storie e The Newsroom è solo l’ultima arrivata.
Voto: 8

Mi hai messo molta curiosità. Appena posso guardo il Pilot.
Io l’ho messo in lista, lo avevo in agenda ma mi sono dimenticata! Poi torno e leggo la rece 😉
devo essere onesta, la prima parte mi stava facendo passare la voglia. non so se fosse il caldo, la stanchezza o cosa, ma facevo davvero fatica a seguire tutta la vicenda “chi va chi viene chi rimane” e, a parte il discorso di Will all’inizio che mi ha fatto scattare l’applauso, per un bel pezzo sono stata abbastanza disinteressata. Le cose hanno cominciato sicuramente a muoversi con l’arrivo della notizia e l’alternanza tra la newsroom vera e propria e il discorso di Will e Mackenzie. Da lì in poi, tutto praticamente perfetto. La notizia che diventa rossa solo alla fine di tutto forse è un filo troppo “a tempo”, ma l’effetto è assicurato e fa capire esattamente il livello di soddisfazione di chi ha “annusato” la notizia per primo.