
The Newsroom è una serie eccezionale intesa nell’accezione etimologica del termine. Fa eccezione perché dal punto di vista creativo/produttivo è dominata da una personalità talmente forte da poter avere carta bianca da una delle emittenti più potenti del panorama televisivo americano. Aaron Sorkin ha scritto tutta la prima stagione di The Newsroom, puntata per puntata, senza affidarsi (stando ai credits) ad alcun collaboratore. Non succede spesso, anzi, per la verità non succede quasi mai, che un creatore sia anche lo sceneggiatore di tutti gli episodi. Mad Men si avvicina a quest’impostazione, ma in quel caso Matthew Weiner, a differenza di Sorkin, non è quasi mai sceneggiatore unico degli episodi. Sarà il tempo a dirci se tale modalità di produzione, che trova origine nella politique des auteurs francese e più in generale nel cinema della modernità degli anni cinquanta, sia la più redditizia per il medium televisivo, quella che si adatta meglio ad una testualità così espansa. Di sicuro però è una modalità che permette a noi spettatori di conoscere al meglio Sorkin, indipendentemente dalla qualità effettiva del prodotto finale.
“5/1”, scritto da Aaron Sorkin e diretto da Joshua Marston

In questo episodio Sorkin viene fuori in maniera prepotente. Affrontare un evento di tale importanza mediatica gli permette di lasciare leggermente da parte le questioni di natura romantica relative alle due coppie protagoniste e di dimostrare tutta la sua conoscenza del giornalismo e della politica americana. Assistere ad una stagione interamente pensata e scritta da un solo individuo vuol dire anche avere la possibilità di arrivare al settimo episodio con una mappa mentale non solo dell’universo narrativo della serie, ma anche – e forse soprattutto – del suo creatore. Su questa linea si pone quella che inizialmente sembra un’ingenuità narrativa: Charlie riceve una soffiata rispetto ad un discorso che il Presidente si appresterà a fare riguardo ad un argomento di sicurezza nazionale e immediatamente immagina che l’oggetto sia la cattura di bin Laden. Apparentemente può sembrare poco verosimile che tra le tante possibilità (alcuni prendono in considerazione un messaggio alla nazione relativo all’esistenza degli UFO) Charlie possa aver indovinato al primo colpo, ma con l’andare avanti dell’episodio l’autore mette in fila una serie di sequenze in cui è evidente quanto sia pesante la figura del leader di al-Qaida sull’immaginario americano; riusciamo a capire quanto male faccia ancora quella ferita sui singoli individui, così tanto male che altre persone oltre a Charlie pensano, con la forza della speranza, quasi fosse un desiderio segreto reso possibile dal misterioso messaggio presidenziale, che l’oggetto del discorso sia la cattura e/o la morte di Osama.
Un episodio dunque incentrato sul racconto di una giornata, quella della luce in fondo al tunnel per molti americani, quella in cui molti altri realizzano che quella morte, tanto desiderata, non serve proprio a nulla, né a riportare indietro i morti di dieci anni prima, né tanto meno a far sentire più sicuri i cittadini di una nazione ormai da troppo tempo e troppe volte ferita. La scelta di chiudere con le parole di Will che annuncia la morte di bin Laden e poi quasi passa la parola ad Obama che recita il discorso sul nero dei titoli di coda merita sicuramente una menzione speciale.
Voto: 7
“The Blackout Part I: Tragedy Porn” scritto da Aaron Sorkin e diretto da Lesli Linka Glatter

Ciò che invece suscita maggiore curiosità è l’identità dell’uomo misterioso che nel precedente episodio aveva dato la soffiata a Charlie sulla cattura di bin Laden. Solomon Hancock, che si fa chiamare con lo pseudonimo di “Late for Dinner”, si rivela un informatore fondamentale in quanto comunica a Charlie l’esistenza un progetto top secret chiamato Global Clarity, operazione che si basa sull’utilizzo di una macchina in grado di intercettare qualsiasi cosa viaggi su piattaforme digitali, come mail, telefonate, sms e via discorrendo. In quello che è il più bel dialogo dell’episodio, Solomon, per descrivere le capacità di tale prodigio tecnologico, cita lo strumento utilizzato da Batman in The Dark Knight, in grado di intercettare qualsiasi cosa. A questo punto è automatica una riflessione sulla portata della complessità del mondo delle serie tv e il loro rapporto con le altre forme di intrattenimento e, in ultimo, con la realtà. In un mondo in cui la tecnologia si fa sempre più pervasiva, nel 2008 Christopher e Jonathan Nolan scrivono The Dark Knight in cui nel finale viene messa in moto la macchina citata nell’episodio. Nel settembre del 2011 va in onda Person of Interest, serie tv prodotta dalla CBS e creata da Jonathan Nolan (e J.J. Abrams), il quale imposta un racconto basato tutto sullo sviluppo di quella macchina; offre così una cupo affresco metropolitano che piega le regole del procedural a una narrazione ipertecnologica basata sull’oggetto, formidabile e terrificante al contempo, presente nel secondo capitolo della trilogia su Batman di Christopher Nolan. Il cerchio si completa con la citazione in questo episodio di The Newsroom, che, nonostante chiami in causa l’opera dei Nolan di quattro anni fa, non può però non far pensare alla serie di quest’anno, firmata (guarda caso) dallo stesso autore.

Voto: 7
In conclusione, a due episodi dalla fine possiamo affermare che The Newsroom ci ha reso di sicuro più attenti a ciò che ci circonda, impostando la narrazione su un contesto estremamente attuale, pregna di eventi che hanno segnato la storia recente dell’America e non solo. Le enormi aspettative con cui la serie ha avuto inizio, però, sono state in buona parte deluse perché è ormai chiaro a tutti che l’ambiente giornalistico e il rapporto con la politica americana sono solamente il contorno di una romantic comedy in cui Sorkin impiega il suo talento più nella costruzione di dialoghi brillanti che in quella di personaggi sfaccettati.
