Boardwalk Empire ha il pregio di poter rinunciare in un episodio a chiunque dei suoi personaggi, senza che comunque si perda mai il senso di completezza del suo imponente affresco. Questa volta, i protagonisti scelti sono quelli che si muovono sulla stessa linea tematica, in bilico tra finzione, sogni infranti e follia.
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“This place is meant to be a dream”
Ah, la sfavillante Atlantic City, con le sue giostre, la sua opulenza e le sue canzoncine, teatro di sogni, speranze e felicità! Peccato che la realtà sia ben diversa e Boardwalk Empire non dimentica mai di farcelo notare, soprattutto in un episodio dalle tinte particolarmente cupe come questo You’d be Surprised. Dopo un inizio di stagione al rallentatore, la serie di Terence Winter comincia finalmente a ingranare anche quest’anno, riuscendo a portare avanti il racconto e allo stesso tempo a inquadrare in maniera maestosa e impeccabile i suoi personaggi.
In viaggio ormai da tre stagioni, i protagonisti sono arrivati ad un loro punto di svolta, che li vede prendere coscienza dei fallimenti dei loro obiettivi e delle loro aspirazioni. Lo sa bene Margaret, che ha fallito come donna, come moglie e ora anche nella sua attività, così come lo sa Gyp Rosetti, che sfoga la sua frustrazione da uomo mai realizzato nella rabbia, nel sadismo e, scopriamo ora, anche nel sesso sadomaso. Non fa eccezione Billie Kent, attricetta poco brillante e con una carriera tutt’altro che promettente se non fosse per certi “aiuti esterni”.
In questo quadro di desolazione, spicca la ferocia sia di Nucky Thompson e Arnold Rothstein, i quali, nel vedere le proprie ambizioni ostacolate e rese sempre più difficoltose, iniziano a calcare un po’ troppo la mano con gli spargimenti di sangue, che quella di Van Alden, ormai sempre più prossimo al “Lato Oscuro” insieme alla sua compagna, con la quale ha tutte le carte in regola per formare una coppia criminale coi fiocchi. La nota più malinconica spetta, però, all’algida Gillian, indagata nel suo lato più umano come era stato fatto solo nell’episodio della sua “vendetta” sul Commodoro. Alle sue parole viene, infatti, affidata la constatazione delle macerie che circondano tutti e della difficoltà di mantenere ancora viva l’illusione di un sogno.
“Who doesn’t need to believe that? Just for a little while?”
La grande capacità di Boardwalk Empire è quella di saper riunire storie spesso totalmente separate sotto un comune orizzonte tematico tratteggiato in maniera impeccabile. Anche una storyline che solo raramente si è intrecciata alle altre come quella dell’agente Van Alden, riesce così ad essere parte indispensabile di questo intreccio. Vien da sé che, oltre ad essere accomunati da una progressiva discesa agli inferi (o dal fallimento dei propri obiettivi), i personaggi di questo episodio condividono anche l’elemento principale forse anche della stessa Atlantic City: la finzione. Maestra indiscussa in questo è Margaret, che pur di mascherare il suo fallimento, si butta anima e corpo nei suoi progetti e di nuovo chiude un occhio sul naufragio della sua vita matrimoniale.
Finge anche Gillian, che per sopravvivere deve ad ogni costo illudersi che suo figlio sia ancora vivo, rifiutando la realtà e ostinandosi a scrivergli, in una scena davvero struggente. E da meno non è Gyp Rosetti, che con i suoi modi spacconi si dà l’aria di grande gangster, per poi auto-ridicolizzarsi con le sue pratiche di sesso estremo che quasi lo lasciano secco. Il grande respiro che gli autori di Boardwalk Empire si concedono (e che è stato spesso criticato) si deve al fatto che, ancor prima dell’accurata ricostruzione storica, essi mettono al centro l’esplorazione (condotta a livelli quasi maniacali) dei loro personaggi, fregandosene di pause narrative, lentezza, colpi di scena o morti eccellenti.
Sembra come ci volessero dire :”Non siamo qui a raccontare una storia, siamo qui a raccontare un mondo“. E lo fanno talmente bene, che anche in episodi statici dal punto di vista narrativo come questo (l’unico avanzamento vero lo troviamo solo verso il finale), non si riesce a non apprezzare il monumentale lavoro fatto su dialoghi e psicologie, arricchite per di più da simbolismi mai troppo didascalici, come il cappio che stringe il collo di Gyp e che ci introduce ad un’atmosfera di grande oppressione per tutti, o come la presenza costante della suora, che ci ricorda l’ipocrisia del mondo in cui ci troviamo, o ancora come la distruzione delle statuette del Buddha (“a symbol of enlightment“), chiaro rimando alla perdizione dei protagonisti.
E infine il teatro, palcoscenico della finzione, da cui Nucky è fin troppo attratto in questo episodio, abbagliato dalle capacità illusorie che questo luogo è capace di creare. Non è un caso che l’episodio inizi con una sequenza inquietante come quella di sesso estremo e si concluda con l’allegria del musical teatrale di Billie, che per di più è messo in contrasto con la scena precedente dell’ennesimo massacro a Tabor Heights. Lì dove poi basterebbe anche solo la sceneggiatura, Boardwalk Empire decide però di caricare ulteriormente le sue scene anche con un apporto straordinario della regia, come dimostra quella del tentato omicidio di Rosetti, girata con un montaggio perfetto e con una evocativa ripresa aerea che è evidente omaggio ad un cult cinematografico sulla perdizione, la follia e la discesa agli inferi come è Taxi Driver di Martin Scorsese (che, ricordiamo, figura tra i produttori della serie).
E mentre il sangue viene versato e proseguono giochi di potere, inganni e tradimenti, due attori intonano con tanto di balletto un motivetto rasserenante (realmente inciso poi anche da Marylin Monroe, altro simbolo di immagine splendente dagli oscuri e tragici risvolti). E tutto sembra tornare improvvisamente a brillare, anche solo per un breve momento, prima che si ordini il successivo massacro. Ah, la sfavillante Atlantic City, con le sue giostre, la sua opulenza e le sue canzoncine, teatro di sogni, speranze e felicità!
Mi sento di dire che questa stagione, da tutti condannata come quella della crisi, la fine di un’era, la pietra tombale per via della morte di uno dei personaggi principali nel finale della scorsa, sta dimostrando tutto il valore degli autori che ci lavorano.
Come affermi giustamente nella recensione, questa non è una storia da raccontare, per cui non importa che non ci sia più Jimmy, questo è un mondo, è un universo narrativo che, accumulo dopo accumulo, vive sempre più di vita propria, alimentandosi di se stesso e raccontando l’età del jazz come poche altre narrazioni hanno fatto.
boardwalk empire è sempre di più la versione dei soprano negli anni 20.
ed questo probabilmente che tutti noi volevamo.
Ad ogni modo Rothstein ha ragione Nucky ultimamente gestisce gli affari alla cazzo di cane.
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Mi sento di dire che questa stagione, da tutti condannata come quella della crisi, la fine di un’era, la pietra tombale per via della morte di uno dei personaggi principali nel finale della scorsa, sta dimostrando tutto il valore degli autori che ci lavorano.
Come affermi giustamente nella recensione, questa non è una storia da raccontare, per cui non importa che non ci sia più Jimmy, questo è un mondo, è un universo narrativo che, accumulo dopo accumulo, vive sempre più di vita propria, alimentandosi di se stesso e raccontando l’età del jazz come poche altre narrazioni hanno fatto.
boardwalk empire è sempre di più la versione dei soprano negli anni 20.
ed questo probabilmente che tutti noi volevamo.
Ad ogni modo Rothstein ha ragione Nucky ultimamente gestisce gli affari alla cazzo di cane.