
Dopo aver assistito alla chiusura di ben due sottotrame (quella di Evil-Mary-Eunice, fin troppo facile, e quella del Dottor Arden, più convincente e completa), arriviamo con Spilt Milk a quello che è un punto chiave della storia: l’uscita di Lana Banana dall’asylum e i suoi tentativi di distruggere l’istituto per sempre.
I’m tough, but I’m no cookie.
Che Lana fosse una dura c’era da aspettarselo, ma mai come in questa puntata è davvero lei la protagonista. La persona con cui abbiamo messo piede per la prima volta al Briarcliff finalmente riesce a scappare, sconfiggendo quello stilema horror che la voleva incastrata in una spirale di condanna, aiutata paradossalmente da due donne di fede: Mother Claudia (che con il suo “I want it pulled down and the earth salted” riferito all’istituto si guadagna una standing ovation) e soprattutto Sister Jude, della cui redenzione parlerò più avanti.

Con un tema musicale ricorrente che la accompagna in quello che è un vero e proprio viaggio attraverso la morte, la vediamo passare da un omicidio ad un cimitero, da una confessione terribile (quella relativa al corpo di Wendy) alla consapevolezza che Thredson non finirà mai sulla sedia elettrica. Con un’altra variazione sul tema della follia, quella per cui un serial killer vede nell’insanità mentale la salvezza senza riconoscere di essere pazzo sul serio, Lana capisce di non avere scelta e decide di uccidere Oliver.
Da un luogo di morte ad un altro, si diceva, e poco importa se il cimitero è bianchissimo, con tanto di neve a sottolineare la differenza, persino nella morte, tra un posto come questo ed il cupo Briarcliff; non importa questa diversità, perché alla fine tutto si riduce a “rotting meat”, carne in decomposizione che attira i giornalisti tanto all’istituto quanto al cimitero. Ecco perché Lana non può abortire, per quanto non voglia quel bambino; ecco perché non può lasciarlo morire di fame e decide di allattarlo comunque, anche se il gesto non può che ricordarle Bloody Face e portarla a girare la testa indietro esattamente allo stesso modo – con l’aggiunta inquietante, questa volta, della visione del crocifisso rovesciato.

I am more sane now as a madwoman than I ever was as the head of Briarcliff.


Il percorso di Sister Jude per ora si chiude con una scena claustrofobica in cui la donna si ritrova in una minuscola stanza fatiscente a pregare per la santa che porta il suo nome, quasi a voler tenerselo stretto e ricordarlo per non perderlo – un altro name game, questa volta ben più macabro; e chissà se questa sarà davvero la fine per il suo personaggio. Non ci rimane che credere alle sue parole rivolte al Monsignore: “You will not prevail, Timothy. My God would never allow it”.
They’re not perfect, Kit.

I racconti di Grace sulla gravidanza e sul tempo passato con queste non meglio precisate entità ci danno davvero poche informazioni, di cui quelle su Alma risultano perfino inesatte (Grace ha mentito? Gli alieni sono stati fraintesi?); senza contare che continuano a darci pochissime motivazioni per cui Kit sarebbe così importante e sentire semplicemente “You’re special” da parte di Grace non è sufficiente – anche perché è la frase più abusata della storia della serialità televisiva, ‘mobbasta.
Tra tutte le sottotrame chiuse fino a qui, forse qualcuna meritava un maggior minutaggio a fronte di quello che è stato concesso a questi esseri che non sappiamo neanche come chiamare; mancano ancora due puntate, ma come riusciranno a far collidere questa parte con tutto il resto rimane un mistero, peraltro con i minuti contati.
A parte questo, la puntata funziona molto bene, ma ora che Bloody-Face-padre è fuori dai giochi bisognerà trovare un modo per mantenere alta la tensione, ché se il cattivo numero 1 (esauriti tutti gli altri) diventa Timothy non siamo per niente in buone mani.
Voto: 7 ½
