
La prima puntata ha cercato di definire, sostanzialmente, il territorio d’azione e l’orizzonte d’attesa della serie, riempiendosi di citazioni – più o meno esplicite – e riprendendo alcuni capisaldi del film (come la famosa highway, qui ancora inesistente). In questo secondo episodio, invece, è chiaro il tentativo di distendere la dipendenza, creando luoghi e storie ex novo che non stridano, ma siano funzionali al modello di partenza/punto d’arrivo.
“Interesting morning in White Pine Bay.”
Sotto la patina di tranquillo paesino dell’Oregon, White Pine Bay ci lascia intravedere la sua vera natura: mafia, prostituzione, campi di marjuana, omertà, giustizia sommaria, il tutto corredato da poliziotti indecisi tra consapevole menefreghismo e collaborazione/copertura dei cattivi. La città è quindi un vero e proprio personaggio della serie, che riflette in toto l’immagine stessa dei due protagonisti: sotto un’apparenza decisamente ordinaria, si nasconde tutta la banalità del male che aspetta di essere liberato come da una sorta di vaso di Pandora. In Norman, il male è ancora un germoglio che trae la sua linfa vitale dall’insano rapporto con la madre e dall’aria malata che lo circonda. A peggiorare il tutto è l’arrivo del fratellastro Dylan (Max Thieriot), teppista retrò con tanto di moto e chiodo, odiato dalla madre Norma perché potenziale ostacolo per la loro felicità – you can’t stay here, you’re toxic.
Gli elementi lanciati per caratterizzare l’ambiente sono molti e trovano ragione d’esistere se osservati nella totalità, come tasselli di un quadro più ampio di cui conosciamo già l’esito finale. Ed è in questo senso che si vede con chiarezza qual è il limite, non solo di Bates Motel, ma di qualsiasi prodotto che voglia “svelare il dietro le quinte” di un altro lavoro, in questo caso della mente di Norman: ogni scelta tende verso una meta già nota e corre quindi su un binario già tracciato. Di conseguenza, tutto quello che accade deve avere una spiegazione plausibile e rientrare nel disegno generale, altrimenti viene sentito come “errore”; perciò bisogna guardare ancora all’insieme, altrimenti alcune scelte fatte sembrano quantomeno azzardate se prese singolarmente – uomini bruciati in pieno giorno o malviventi in lacrime davanti ad una spogliarellista.
“And she’s not a bad person, she’s just not perfect.”

“So what’s with all the stuffed animals? Are they real?” “They were once.”
Se la parte teen non aveva precedentemente convinto, assume invece una maggiore complessità con l’approfondimento del personaggio di Emma. Malata di fibrosi cistica, recita William Blake a memoria e ottiene la benedizione di mamma Bates, che si illumina nel sentire quanto breve sia la sua aspettativa di vita. Al contrario del radioso faccino di Bradley, così palesemente sensuale e quindi minaccioso, la piccola Emma e il suo little pet appaiono decisamente più gestibili.
Il fattore tempo è un altro punto interessante della serie: la commistione di elementi retrò con altri iper-moderni rimandano – apparentemente – una sensazione di confusione temporale e di accozzaglia feticista di oggetti demodè. Credo invece che la scelta di un’ambientazione contemporanea, rappresentata soprattutto dai molti i-phone e dall’abbigliamento delle ragazze della scuola, faccia da contraltare ai gusti passatisti dei personaggi principali. Norma sceglie di vivere in una casa palesemente antica e sfoggia gonne, camicie, impermeabili degni di una casalinga di fine anni ’50 e ciò si riversa, ovviamente, sull’abbigliamento e i gusti stessi di Norman – lo vediamo guardare film in bianco e nero, per esempio. Adesso ci viene introdotto l’ambiente di Emma: lei è immersa in un mondo di immobilità temporale, di ricerca dell’indeterminato, che ci assale una volta entrati nel negozio del padre, famoso tassidermista. Oltre ad essere un legame fondamentale con il film, la pratica della tassidermia è l’unico modo per eternizzare il tempo fisico, per controllare e gestire la morte. Perciò il mood antiquato di casa Bates, così lontano dalla modernità della scuola e dei suoi studenti, si intona perfettamente con il personaggio e l’ambiente di Emma – l’unica che ha infatti diritto di essere amica di Norman.

Questo episodio viaggia meglio dell’altro e annoia meno, nonostante ci siano alcuni punti morti e altri difficilmente compatibili con il resto, soprattutto perché la lettura di secondo grado, cioè con la memoria al film, continua ad essere la chiave di lettura dominante.
Voto episodio: 7
P.S. Dato che di Hitchcock non si parla mai abbastanza, tra qualche giorno uscirà nelle sale italiane Hitchcock, tratto dal romanzo di Stephen Rebello, Alfred Hitchcock and the Making of Psycho, che racconta la vita del regista inglese alla fine degli anni ’50 alle prese con il suo nuovo progetto, Psycho – appunto.


