Ad un episodio dalla fine, il passato dell’ormai ristrutturato Motel continua a non volerne sapere di starsene sepolto sotto la nuova moquette. Per andare avanti, bisogna necessariamente fare i conti con ciò che ci si è lasciato dietro. Una lezione che Norma Bates sembra proprio non voler imparare.
Manca solo un tassello per completare il puzzle di questa prima season di Bates Motel, una stagione indubbiamente di carattere introduttivo, dedicata soprattutto alla genesi del celebre luogo protagonista di Psychoe servita a gettare le fondamenta del malato rapporto tra madre e figlio che salirà progressivamente di tono in futuro.
Quello che fin da subito è stato apprezzato di questa serie (e che quest’episodio conferma) è l’essersi limitata a riferimenti sottili e mai invadenti all’universo del film di Hitchcock, lasciando che la serie funzionasse come prodotto a sé stante e non in funzione del suo illustre predecessore. Ciò che gli autori hanno fatto è prendere l’icona per eccellenza del rapporto morboso tra madre e figlio e calarla in un contesto attuale e universale, come a rivendicare che Norman Bates non è solo Anthony Perkins in quell’isolato motel negli anni Sessanta, ma è figlio di qualsiasi epoca e di qualsiasi contesto sociale, anche il più vicino al nostro.
Da una parte, la storia continua a dipingerci Norma & Norman come due vittime di una società spietata e crudele, indifferente nei confronti dei più deboli e dei più fragili, ma dall’altra, la serie ci racconta anche la loro incapacità di integrarsi nel tessuto sociale, di ambientarsi in un qualsiasi mondo che non sia il loro. In questo senso, funziona la scelta di ambientare la storia ai giorni nostri. Il forte contrasto tra la scenografia un po’ vintage del motel e quella quasi hi-tech del mondo circostante, potenzia infatti ancor di più il distacco tra il “mondo nuovo” e il “mondo vecchio”. Lo vediamo nello sfogo di Norma contro i ragazzi che fumano erba: nel mondo della donna vige infatti ancora una morale e delle leggi “vecchie e superate”, ma che devono essere rispettate se si vuole varcare la soglia del Bates Motel.
Per Norma è inconcepibile che quella “modernità”, rappresentata quasi iconicamente da ragazzi in jeans strappati che fumano erba, invada il suo mondo, lo deturpi in maniera così sfacciata, non importa come le cose funzionino nei tempi moderni o quale sia la vera economia che sorregge la città. Ecco perché forse il motel è ancora vuoto, ecco perché, nell’assenza di visitatori, il luogo diventa il simbolo di quella solitudine di Norma e Norman che non riesce ad essere colmata, di quel loro distacco dal resto del mondo (accentuato dalla tangenziale che li taglia fuori) e della loro incapacità di rapportarsi con l’esterno (“You don’t seem very keen on serving anybody” dice lo Sceriffo a Norma).
Underwatersi conferma dunque un altro buon episodio dal punto di vista dell’indagine psicologica dei protagonisti, una puntata che continua a seguire attentamente un’evoluzione che si sta giustamente prendendo i suoi tempi, senza mai brusche accelerate, ma analizzando (anche fin troppo didascalicamente a volte) ogni singolo passaggio, come le visioni di Norman, la sua passione per la tassidermia, o il bisogno di contatto fisico di Norma nei confronti del figlio. Prefigurando già un arco di sviluppo su più stagioni, Bates Motel evita così di correre ad inseguire il “risultato finale” che già conosciamo, ma vira su altri orizzonti narrativi, lasciando che le singole psicologie si sviluppino naturalmente.
Ne è esempio perfetto il personaggio di Norma, una donna che ha passato metà della sua vita sottomessa e preda della paura e che, probabilmente per questo, ha ora sviluppato una fortissima ossesione per il controllo. Sognando una vita perfetta, la donna è infatti afflitta dall’esigenza che nulla le sfugga di mano, e questo spiega gli inquietanti raptus d’ira di cui è sempre più frequentamente vittima quando le situazioni non vanno come vorrebbe (e bravissima Vera Farmiga a cambiare così spesso registro, rendendoci il suo personaggio imprevedibile). La sua incapacità di trovare il proprio posto in un mondo che schiaccia chi non ha la forza di combatterlo è alla base dei suoi atteggiamenti infantili (splendida la scena in cui prende a borsate l’agente immobiliare), tipici di una bambina che vuole crescere, ma che sente ancora il mondo adulto schierato contro di lei.
Logico che cerchi allora rifugio in Norman, l’unico che sembra capirla, ma anche l’unico più debole di lei e quindi più facilmente soggetto alle sue esigenze di controllo. Norman è tenuto sotto una morbosa teca di vetro, in cerca di sfogo a quelle pulsioni adolescenziali che, in un ambiente così ristretto e soffocante, non possono far altro che trovare, alla fine, sfoghi estremi in perversi sogni di morte. La passione per la scrittura, così come per la tassidermia (simbolo del disperato tentativo di possedere la vita di qualcuno che non si riesce ad avere) rappresentano per ora le valvole di sfogo per qualcosa che in futuro avrà ben altre disastrose conseguenze.
Dove invece Bates Motel continua a non convincere pienamente è sul piano narrativo, con delle trame che fino ad ora sembrano fin troppo costruite intorno ai personaggi per farli evolvere in una determinata maniera. La Storia interagisce freddamente con i protagonisti, orchestrata per provocare in loro precise reazioni come se tutto il mondo esterno non fosse che un gigantesco complotto del destino ai loro danni. Sarà un punto sul quale riflettere nella seconda stagione, poiché sicuramente le trame necessitano di più forza, ora che invece sembrano essere totalmente schiacciate dalla presenza scenica dei due protagonisti. In più, sul quadro complessivo, continua a gravare la storyline di Dylan e dei suoi traffici illegali. Fatta eccezione per la presenza di Bradley, questo segmento continua infatti ad avere sviluppi avulsi dal resto, senza riuscire tra l’altro a dare autonomia ad un personaggio, Dylan, che, al momento, vive solo in quanto alter ego di Norman e ostacolo interno alla famiglia Bates.
Insomma, ad un episodio dalla fine, Bates Motel si conferma un prodotto godibile, ben recitato e ben strutturato, seppur con i suoi difetti che, con il tempo, potranno comunque essere corretti.
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