AMC aveva spiegato che, dietro la scelta di resuscitare The Killing, c’era anche l’incredibile storia che la showrunner aveva presentato per il nuovo ciclo. All’epoca sembrava quasi una dichiarazione di circostanza che celava interessi non propriamente artistici; oggi, ci sentiamo dire che, invece, c’era forse del vero. Eccome se c’era.
Piove di meno quest’anno su Seattle. Del resto, dai parchi a cielo aperto e dai piani alti dei palazzi della politica, The Killing si è spostato nei quartieri più invisibili e chiusi della città, dove si consuma una violenza più atroce di quella che colpì la famiglia Larsen, una violenza quotidiana, ormai accettata e consapevolmente ignorata.
“You Kids. No sense of Responsability. Non sense of Decency.”
Parlare di argomenti come prostituzione minorile o pedo-pornografia non è mai semplice. Non lo è ancor di più se si affronta l’argomento elevando a protagonisti coloro che quella realtà la vivono davvero, invece che lasciarli solo come voci lontane, ascoltate dal filtro più rassicurante della polizia che indaga e che alla fine mette le cose a posto. Come con Rosie Larsen, The Killing mette di nuovo in scena ingenui adolescenti che sognano e che poi, per sbaglio o per incoscienza, di quei loro stessi sogni rimangono vittime, delusi dalle proprie famiglie, sfruttati da uomini che li attraggono come dei “pifferai magici“, salvo poi maltrattarli e farli sentire come cani disubbidienti.
– “You Let them Win” – “They won a long time ago”.
Di quei giovani, rimangono solo immagini e fotografie (gli “head shots” del titolo, in un gioco di parole che rimanda anche al colpo alla testa perpetrato dal padre di Seward ai danni del figlio sedicenne). Nel filmino di Kallie, rivediamo anche i video di Rosie, solo che mentre lì si respirava il desiderio di fuga e libertà (ricorderete le famigerate farfalle), qui emerge tutta l’impossibilità di quel sogno, la disperazione di vivere in una prigione che non lascia scampo, come dimostra l’orsacchiotto con le manette ai polsi trovato da Linden, feticcio di una perversione adulta che ride di quella spensieretezza infantile ormai perduta.
“An innocent man knows the Truth, and the Truth is that we’ve all got a Death Sentence, wheter you’re innocent or guilty”.
In quest’ottica si inserisce la storyline di Seward, per ora ancora distante dal plot principale, ma perfetta nel tentativo di teatralizzare, attraverso il rapporto tra guardie e secondini, quel senso di sconfitta della gioventù: nel personaggio di Seward, con i suoi contrasti con il padre, i “tatuaggi”, la ricerca quasi di amicizia con l’altro condannato, le vessazioni subite dai secondini, sembrano emergere echi dei vari Twitch (pestato), Lyric (il bisogno d’amore) e Bullet (la solitudine). Sono tutti condannati a morte, vittime o carnefici che essi siano, costretti per sopravvivere a rinunciare alla speranza: “Hope is the same as faith. That bitch will kill you faster than this place will“.
– “You’re Daughter is a prostitute. You’re aware of that?” – “It’s just a Phase.”
Rispetto alle scorse stagioni, quest’anno siamo scesi ancora di più nel torbido del degrado e dell’abbandono, in un territorio che spaventa la stessa Linden, la quale continua a ricevere input da quel passato che l’ha fatta precipitare nell’abisso. Sarah si rifiuta persino di fare interrogatori, quando invece l’avevamo conosciuta come la più risoluta e testarda di tutti nel mandare avanti le indagini di un caso. Abbiamo infatti davanti una Detective Linden più fragile che mai, che continua tra l’altro a trovarsi davanti esempi di pessime madri come lei stessa è stata con Jack. Essendone consapevole, la sua solita empatica emotività le impedisce di lasciar correre alcuni comportamenti della madre di Kallie, arrivando persino a darle degli ordini e a costringerla a guardare le immagini della figlia in lacrime in un video porno.
“Yo, Linden. Come with You. But I’ll drive.”
E così, dopo un inizio in cui, per forza di cose, era un po’ in disparte nell’indagine, Linden torna assoluto elemento centrale del caso, e per questo soggetta ai fastidi e all’insofferenza del partner di Holder. Eppure, nessuno sembra poter tenere lontani Sarah e Stephen, entrambi attratti l’uno dall’altro perché spinti dalle stesse inconsce motivazioni: risolvere casi per lenire le ferite del proprio passato. Lo si vede nel mondo in cui Holder sembra riconoscersi in Bullet, in quel carattere così sbandato, così ribelle, così solo. La pulsione che li spinge ad andare avanti è quell’aspirazione a curare se stessi attraverso la cura degli altri simili, è quel desiderio di risolvere casi per risolvere anche un po’ se stessi. I due si sono incontrati in questa melma di rimpianti, sensi di colpa ed errori e ora separarli non è più possibile.
The Killing sembra avere imparato ormai dagli errori del primo anno. Per quanto gli indizi vadano ora verso Joe Mills, non si ha più quella sensazione di “falsa pista” con cui la serie ci ha intrattenuto per i primi 13 episodi; bensì, proprio come nella seconda stagione, ogni scoperta risulta essere il tassello di un puzzle organico e molto più vasto, ben lontano ancora dall’essere risolto. Per fare ipotesi è infatti ancora presto (anche se pulci nelle orecchie ne vangono messe, come il riferimento alle notti lontano da casa di una delle guardie), ma per ora è talmente interessante sia l’intero mondo in cui ci stiamo addentrando, che i suoi personaggi (per non parlare degli attori), che non si può non continuare ad apprezzare il felice ritorno sullo schermo di questa serie.
Questa terza serie mi sta piacendo piú delle prime due. Forse anche perché, ormai, amo i due protagonisti… Senz’altro, come dici tu, questa stagione ha un’ottima sceneggiatura. La pioggia continua e scrosciante delle prime stagioni non c’é quasi piú e non mi dispiace. A dare un senso di profonda oppressione bastano e avanzano le storie dei protagonisti, cosí soli e perduti da stringere il cuore… Trovo ancora molto slegate dal resto le scene che si svolgono in prigione, ma immagino che presto le due storyline si riavvicineranno….
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Questa terza serie mi sta piacendo piú delle prime due. Forse anche perché, ormai, amo i due protagonisti… Senz’altro, come dici tu, questa stagione ha un’ottima sceneggiatura. La pioggia continua e scrosciante delle prime stagioni non c’é quasi piú e non mi dispiace. A dare un senso di profonda oppressione bastano e avanzano le storie dei protagonisti, cosí soli e perduti da stringere il cuore… Trovo ancora molto slegate dal resto le scene che si svolgono in prigione, ma immagino che presto le due storyline si riavvicineranno….