
American Horror Story è forse l’espressione più cristallina e riuscita di tutte le ossessioni del suo creatore, che girano sempre intorno a degli stilemi molto chiari: uso e riciclo degli stereotipi, il corpo come merce, la musica pop, la dissacrazione delle tradizioni e della famiglia, la costante ricerca di un modo per allontanare la decadenza e la morte, la vendetta. E dove riesce ad essere davvero efficace è quando tocca ciascuno di questi temi come veri nuclei tematici, riuscendo ad inquadrare con un semplice focus monografico il personaggio in questione e, assieme a questo, lo stereotipo da mettere alla berlina. Cucire insieme l’enorme Frankenstein di visioni/ossessioni è invece molto più complicato.
“They call us “the Global Generation”. We are known for our entitlement and narcissism.”
La puntata si apre con un significativo flashback su Kyle prima della sua morte e resurrezione: è il tipico adolescente medio, belloccio, atletico, membro di una confraternita ma che, diversamente dai neo-tatuati compagni di sbronze, ha già un’idea concreta sul futuro – I got one life, and I’m not wasting it. Gli indelebili marchi dei suoi compagni sono ora riconoscibili segni del suo corpo, frutto dell’egoismo di una streghetta alle prime armi così narciso da voler creare la bellezza, come nel mito greco di Zeus, unendo le parti migliori di corpi diversi. E questo si è rivelato il suo opposto: un moderno mostro gotico, senza nessun controllo, incapace di esprimersi.
Specularmente appare Madison. Per quanto sembrino lontani e in contrapposizione, Kyle e Madison incarnano davvero la totalità della nostra Generazione Globale, frutto dei social network, degli incoraggiamenti gratuiti, dell’onnipresente televisione, di questa «era visuale»: il vuoto che Madison percepisce appartiene anche al Kyle che sogna di diventare ingegnere ispirandosi agli eventi avvenuti dopo l’uragano Katrina. Siamo tutti nati tra l’avvento dell’AIDS e la caduta delle Torri Gemelle, e siamo tutti figli dell’indolenza generata dall’ovatta che ci è stata costruita intorno dal mondo delle meraviglie che è l’Occidente. Quello che ci rende o dei Kyle o dei Madison è come decidiamo di rispondere all’irrompere della realtà e dell’età adulta nelle nostre vite: prefiggendoci uno scopo per scongiurare la vacuità dei desideri che ci comandano di avere, o addormentando artificialmente il malessere che viene dal dolore costante della pochezza della propria esistenza, scegliendo di essere sostanzialmente “morto”? Murphy sembra rispondere che non esistono seconde scelte o mezze misure: basta andare alla festa sbagliata e non riuscirai più a tornare indietro per vivere a pieno la vita – dolore compreso. How can anything be worse than this eternal silence inside of me?
“Kill her once, kill her good, kill her dead.”

“What’s the worst thing you ever did?”
Altro fronte interessante è quello tribale, selvatico ed affascinante incarnato dalla meravigliosa Marie Laveau. Credo che guardando questa storyline si possa capire meglio la frammentazione narrativa di cui soffre Coven: prendendo singolarmente ciascun episodio e volendo estrapolare da ognuno di questi i nuclei riguardanti un personaggio o un tema, ci sarebbe l’imbarazzo della scelta per decretarne i migliori; delineare invece una storia per legarli tra loro è invece molto complicato. Sicuramente American Horror Story non è per statuto una serie che deve necessariamente raccontare e dipanare un intreccio, ma, ripensando ad Asylum, anche solo l’abbozzo di un arco narrativo aiuterebbe a consolidarne la grande architettura visiva. In questo senso è interpretabile il passaggio di Queenie al dark side, mossa sempre dallo stesso istinto di farsi accettare, tradendo l’unica che non l’ha manipolata, ma che l’ha sempre maltrattata a viso aperto: Madame Delphine LaLaurie. Per lei i defunti risorgono ancora e, questa volta, non sono le sue figlie in versione zombie, ma le vittime che ha seviziato e che la puniscono nel peggiore dei modi: per legge del contrappasso, perpetrara dalla nemica giurata. E’ geniale e, appunto, visivamente impeccabile l’inquadratura finale sul viso di Marie mentre fa il verso alla boriosa Madame con tanto di beautiful verso la telecamera usata come specchio.
Il personaggio di Kathy Bates, però, continua a non convincere fino in fondo: chissà se, dopo essere stata usata come lasciapassare, non si ravveda e torni la spietata razzista retrograda che ogni tanto ci lasciano vedere. Dando per scontato che Marie non l’abbia uccisa subito nella fretta di vendicarsi, questo momento potrebbe davvero rappresentare la chiave di volta per sprigionare le potenzialità di una grande attrice come la Bates. Fatto sta, appunto, che il voltafaccia di Queenie avvicina in campo aperto le due dimore, baluardi di due magie diverse, simboli di due tradizioni diverse: lo scontro a sfondo razziale che (si spera) si andrà a sovrapporre ai piani per eliminare Fiona orditi dalla sua stessa prole. E non dimentichiamo che Myrtle Snow deve tornare fra noi.

The Dead è l’ennesimo buon episodio della Congrega immaginata da Murphy ma che ancora non riesce a colmare quei buchi narrativi che ne inficiano la resa: aspettiamo quindi (e speriamo) che i vari piani, fin troppo funzionanti autonomamente, finiscano per sovrapporsi, mischiarsi, confondersi.
Voto episodio: 7,5



Wow,che recensione!
Forse meglio della puntata,che sinceramente dopo quella di transizione (la precedente) avrebbe dovuto aprire i giochi…
A Questa stagione manca quel passo,un piccolo passo in più per fare la differenza!
E così la creatura di Murphy assomiglia metaforicamente a Kyle 2.0.