
“The Empty Hearse” è senza dubbio l’episodio più atteso della storia di Sherlock, quello sul quale si sono concentrate enormi aspettative spettatoriali – amplificate dalla lunga pausa tra la stagione scorsa e questa. Tale premessa mi sembra doverosa non solo alla visione dell’episodio, ma soprattutto all’interpretazione del medesimo: la premiere di questa stagione ha messo non poco in difficoltà gli autori, costretti a confrontarsi con una pressione fortissima, un’arma a doppio taglio che hanno deciso di utilizzare consapevolmente, non facendo nulla per sfuggirvi. Il finale sospeso dello scorso episodio è stato solo la prima di una serie di micce che sono state accese passo dopo passo, tutte funzionali a questo episodio, fino ad arrivare a “Many Happy Returns”, regalo di Natale che la BBC ha fatto ai suoi tantissimi affezionati: mini episodio di sette minuti che funge da rampa di lancio per la terza stagione e da catalizzatore finale delle attese per la stessa.
“I need to get to know the place again, breathe it in”

Per creare un fenomeno del genere è necessario ricostruire una mitologia, creare quello che Umberto Eco definisce “universo ammobiliato”, ovvero un mondo esplorabile, navigabile, smontabile, predisposto a (ri)diventare cult. Forma e contenuto, estetica visiva e originalità narrativa sono alla base della paternità di tale rinascita, a partire dal legame dell’eroe col suo mondo, con la propria città: Londra, città-stato, simbolo di un’identità nazionale omaggiata appena possibile, in tutte le sue icone. “The Empty Hearse” non poteva assolutamente venir meno a quest’imperativo e infatti predispone gran parte dei nodi principali dell’episodio in modo da risultare, seppur in secondo grado, un omaggio all’ambiente nel quale l’eroe si muove e agisce, come dimostra la centralità della metropolitana in ogni sua forma, fino al campanello con l’arcinoto ammonimento “mind the gap”.
“And anyway, why are you telling me all this? If you’d pull that off, I’m the last person you’d tell the truth to!”

Gatiss si dimostra uno sceneggiatore straordinario, acutissimo nel saper leggere il fenomeno e mostrarne tutte le sue sfaccettature, omaggiando in primis l’amore per la sua creatura. Da ciò derivano le varie ricostruzioni, tutte legittime, tutte meritevoli di rappresentazione e rappresentanza, da quella dell’eroe sciupafemmine e infallibile del prologo (il bacio a Molly, i gesti eroici, gli sguardi in macchina), fino a quella omoerotica (il bacio con Moriarty). La presenza di queste letture è l’essenza della rinascita dell’eroe, interpretazioni tanto importanti da relativizzare il reale svolgimento dei fatti, che per quanto ci riguarda possiamo anche lasciare nel campo dei miracoli, dove comunque non sfigurerebbe. Il vero scarto tra quest’episodio e quelli che l’hanno preceduto sta in questa consapevolezza, nella capacità di saper lavorare col fandom e al contempo di saperlo rappresentare, metterlo in scena come parte integrante della serie. Chi crede in Sherlock Holmes crede anche un po’ nei miracoli e la scena in metropolitana ne è la prova: John implora Sherlock per un nuovo miracolo e in quel momento la sequenza è interrotta dal fondamentale inserto di dialogo tra Sherlock e Anderson, frammento che sancisce l’inspiegabilità della sopravvivenza del protagonista e dunque il suo statuto miracoloso.
“Live and let live, that’s my motto”

Tra le caratteristiche dell’episodio c’è l’altissimo livello di comicità, perfettamente bilanciato da momenti intensamente drammatici, ma che spesso prende il sopravvento su questi ultimi sull’onda di un ritmo frenetico, con dialoghi che in più di un’occasione strappano l’applauso. Gatiss, autore della sceneggiatura, nasce come scrittore e interprete comico, e ciò emerge chiaramente tra i fotogrammi di quest’episodio, sia sottoforma di singoli e spesso impercettibili gesti, sia con sequenze più lunghe, atte soprattutto a dare dimostrazione delle sue capacità di scrittura. Una di queste, e non è un caso, lo vede protagonista: il confronto tra Mycroft (interpretato da Gatiss) e Sherlock è un momento di altissima qualità, che al contempo caratterizza i personaggi, ne porta avanti le rispettive storyline e si fa performance teatrale dei due attori.
“Oh, please, killing me?
That’s so two years ago”

Se sono stati lasciati in quest’abisso, dunque, è stato solo per proteggerli e questa decisione, seppur molto spiacevole, era l’unica possibile. La rete di Moriarty avrebbe fatto di tutto per colpire Sherlock nei suoi affetti più cari e prima o poi ci sarebbe riuscita, e non è un caso che proprio quando John Watson si avvicina al 221B di Baker Street avvenga il suo attentato. Quel “why?” di John, può certamente ottenere ulteriori risposte, ma non c’è dubbio che l’attentato sia la replica a questa domanda. Seppur tra il serio e il faceto, come sempre tra i due, Sherlock chiarisce il concetto durante il dialogo nella metropolitana: J: “I wanted you not to be dead”. S: “Yeah, well, be careful what you wish for. If I hadn’t come back, you wouldn’t be standing there […]”. A dimostrare l’inevitabilità della scelta attraverso il legame che stringe i due personaggi è il montaggio alternato nella parte centrale dell’episodio che li vede separati, ciascuno impegnato nel proprio lavoro, ma entrambi col fantasma dell’altro, come due innamorati perennemente connessi che hanno allucinazioni visive e uditive perché non ce la fanno a stare l’uno senza l’altro.
Sherlock torna con un episodio d’apertura notevole a cui ne seguiranno altri di altrettanta qualità. Per ora rimane la grande attesa per il prossimo segmento di questa stagione e tanti ricordi, tanti dialoghi da citare, sequenze da ricordare, espressioni indimenticabili e oggetti, come i baffi di John, che già sono diventati feticci immortali.
Voto: 9

Applausi.
Hai ragione. Grande comicitá. Quando John tira la testata a Sherlock, sono morta dal ridere… Bellissima puntata e alchimia assoluta tra i protagonisti.
Ottima recensione, ho adorato questa puntata, ne ho adorato l’ironia, l’emozione, il dialogo aperto con il fandom. Giustamente questa doveva essere una puntata basata sui personaggi e sulle loro reazioni al ritorno di Sherlock. Soprattutto è stata una puntata particolarmente divertente, Sherlock e Mycroft he giocano all’allegro chirurgo, John che prende a botte Sherlock. Come sempre Freeman e Cumberbatch sono degli attori bravissimi, in particolare mi colpisce sempre come Martin Freeman riesca a trasmetterti emozioni con un’alzata di sopracciglio o con una parola sommessa.
Bello anche il personaggio di Mary, introdotta nel modo giusto, senza mettere zizzania nel rapporto tra i due migliori amici.
Standing ovation. Grande recensione Attilio. Complimenti. Non so aggiungere altro.
Comunque episodio scritto divinamente di Gatiss (uno sceneggiatore con cui ho un rapporto controverso in Doctor Who, ma che su Sherlock e in altri lavori non delude, anzi), però si sente anche l’impronta di Moffat, specialista nel giocare con la fandom.
P.s. Curiosità sempre relativa a Gatiss e a Doctor Who, “Lazarus” è il titolo dell’episodio dove appare proprio Gatiss come guest star.
Intanto complimenti per la recensione: hai centrato il punto, e poi è scritta benissimo.
Per il resto: Gatiss è cresciuto tantissimo come sceneggiatore. E’ stata un’evoluzione sorprendente da The Blind Banker (il più debole, a tratti direi anche scadente, degli episodi di Sherlock) a The Hounds of Baskerville, a questa fantastica premiere, che potrei anche definire il mio episodio preferito finora – ci sto ancora pensando. E’ una puntata che potrebbe tranquillamente fare scuola per il modo in cui si serve del fandom, raccontandolo e raccontandosi con ironia finissima.
E tutto questo è ancora più straordinario quando pensi che lo Sherlock Holmes originario fu, in effetti, il primo personaggio letterario a dare vita ad un fandom. Il fatto che si siano ricreate delle dinamiche molto simili, ovviamente “adattate” alle modalità di fruizione moderna, è una delle cose che più mi intrigano della serie sia perché la cosa in sé mi fa impazzire, sia perché mi chiedo quanto di tutto questo sia stato “progettato” da Moffat e Gatiss e quanto sia, in un certo senso, naturale emanazione di una storia come quella di Sherlock Holmes.
Che dire? Peccato per chi non se lo vede.
Splendida recensione. Hai colto tutti i motivi (che io non sarei riuscito a spiegare) per i quali mi trovo in conflitto con tutti coloro che si accaniscono contro questo episodio, per me diverso ma (come al solito) riuscitissimo.
Credo sia una delle migliori recensioni che ho letto fin qui. E di recensioni ben fatte ce ne sono mlte in questo sito.
Questa serie, insieme a Broken Mirrors, the Fall e Utopia, rappresenta per me il trionfo e la sensibilità inglese sugli americanismi di cui, comunque, siamo diventati fan e spettatori consapevoli.
Sherlock è semplicemente bellissimo e ben fatto. Condivido ogni parola e aggiungo che Moffat è il creatore di Coupling che, per me, resta un gioiello di sit-com che meritava una vita più lunga e che contiene dei dialoghi che mi fanno ancora ridere a distanza di anni.