
Non esiste più distacco temporale tra noi e la storia, tra noi e i protagonisti, eppure ci sembra quasi di riconoscere certi passaggi: perché, al di là delle sfumature del caso, time is a flat circle e questa puntata ce lo dimostra con una narrazione apparentemente nuova (proprio perché, senza l’interrogatorio, ciò che vediamo non è più un passato fermo e immobile, ma è presente, imprevedibile e mutevole), eppure ricca di rimandi a noi noti da tempo.
I don’t dwell on the past.
Sin dalle prime battute l’incontro tra Rust e Marty sembra basarsi su un’apparente e giustificabile differenza tra i due, come del resto è stato fatto anche quando ci sono stati mostrati per la prima volta: non era poi stato necessario molto tempo, né a noi né a loro, per capire che in fondo erano davvero molto simili, entrambi condannati e torturati principalmente da loro stessi. 

C’è una sensazione di manifesto deja-vu nel vederli lavorare insieme: qualcosa è cambiato, certo, c’è più interesse nel sapere della loro vita after you’ve gone, c’è la consapevolezza di essere finiti all’interno di un circolo vizioso dal quale è necessario uscire, fosse anche con la morte – non citata apertamente, ma vagheggiata nel saluto di Marty a Maggie, o nel discorso di Rust sul cerchio di violenza e degrado a cui porre fine. Eppure cosa c’è di diverso in quei due quando vanno ad interrogare Jimmy Ledoux? Più capelli per uno, meno per un altro, ma sono lì nelle medesime posizioni di prima, a recitare le stesse parti, con lo stesso quaderno in mano e la stessa tecnica nel porre le domande.
“Old scenes, new details” tanto per il pittore quanto per lo storico: perché in entrambi i casi nulla è davvero nuovo, ma si manifesta continuamente con piccoli dettagli che ci fanno vivere nell’illusione che tutto sia diverso. È davvero così? Due detective che si fermano in macchina e finiscono col parlare esattamente con l’assassino continueranno a fermarsi davanti allo stesso colpevole, anche se sotto spoglie diverse, per ricevere sempre le stesse risposte – lasciate a mezz’aria, perché qualcosa di più impellente chiama e ci distoglie dalla verità che, come sottolinea un modo di dire in inglese, si nasconde sempre in bella vista.
La maledizione del detective a cui si riferiva Marty con i due investigatori valeva per il passato, ma quando il tempo sparisce cosa impedisce a questa condanna di ripetersi nuovamente? E se la visione del giardiniere rende questo discorso piuttosto chiaro – non fosse altro che per la spirale tracciata nel prato, lì a ribadire il concetto – cosa si può dire degli sporadici ma continui riferimenti alla figlia di Marty, Audrey?

“You shouldn’t have that.”
“Nobody should have this.”
Sullo sfondo dei rapporti umani si staglia la parziale soluzione di un caso che risulta evidente e al contempo intricatissima. La fitta rete – complicata, forse troppo – che coinvolge la famiglia dei Tuttle, Erath, la polizia e i riti sacrificali prende forma proprio in questa puntata, mostrando quanto gli indizi seminati nelle varie puntate possano intrecciarsi correttamente e dare adito ad una risposta. Ci vuole forse il quaderno di Cohle per stare dietro a tutti i vari passaggi, ma la sensazione che colpisce sul finale è più di desolazione che di stupore, più di orrore che di sorpresa, proprio perché questo non è un classico crime drama che si incentra sul “chi è stato”, ma qualcosa di più complesso, che ha scelto di andare a fondo non solo delle personalità dei detective, ma di un intero scorcio di umanità rappresentata al suo peggio.

You know Carcosa?

Carcosa è già apparsa in più punti della narrazione come luogo senza tempo: il protagonista di An Inhabitant of Carcosa si perde in questa cittadina fino a quando trova una lapide con sopra scritto il suo nome, capendo solo in quel momento di essere morto – eppure ancora presente e pensante.
Chi e cosa è Carcosa? Him who eats time, colui che mangia il tempo; quello stesso tempo che, parola di Rust, è stato creato dalla morte affinché facesse crescere le cose che poi avrebbe ucciso. Carcosa è dunque liberazione dalla morte – Rejoice, Death is not the end! – vista come abolizione del tempo, ed ecco che si torna al cerchio infinito, all’eternità, al ritorno dell’identico.
Del resto, la stessa popolazione di Erath è stata dedita a pratiche di stampo pagano, come le riedizioni dei Saturnalia, antiche feste religiose dedicate a Saturno la cui derivazione greca è non solo Kronos, padre di Zeus, ma anche Chronos, dio del tempo, che nel mondo latino è appunto edax rerum, divoratore di tutte le cose.

La puntata si concede un viaggio solo apparentemente dedicato al mero caso – esposto in modo forse fin troppo rapido, unica pecca per un episodio eccellente –, ma in fondo intriso di una realtà che pervade tutti i personaggi, tutta la Louisiana e forse davvero l’intera umanità. Non stupirebbe, a fronte di quest’ottica, un finale di fallimento per Rust e Marty, esattamente come non stonerebbe affatto una rottura del cerchio, un’emancipazione dall’antica condanna. Le carte sono sul tavolo, e questa volta sia dal lato investigativo che mitologico: aspettiamo così il finale di una stagione che, già a marzo, è moralmente vincitrice dell’anno.
Voto: 9

Analisi eccellente di un’altra puntata straordinaria. L’eterno ritorno dell’uguale rappresentato dagli ultimi istanti è qualcosa di unico: forse sta a significare che, fallito una volta, si fallirà ancora.
Bellissimo.
Dopo the wire, i soprano e Breaking bad, passando per i varil Lost, Sons e House of Cards il DIO della serialità sferra il colpo di grazia al cinema e sfodera un gioiello che abbaglierà negli anni ogni prodotto che passerà sul tubo catodico accecando anche i cugini snob del cinema.
Questo telefilm è spettacoloso. Mi sembra gia di vedere McCounaghey sul palco a ricevere un emmy e Pizzolato a ruota…che sfida con Gilligan e Cranston l’anno prossimo.
Nonostante l’eliminazione dell’interrogatorio in questa puntata il tavolo resta al centro dell’attenzione, si inizia con Rust e Marty al tavolo del bar, si prosegue con varie scene di loro al tavolo dell’agenzia di Marty e si continua con Maggie e Marty al tavolo d’addio.
Oltre ad essere intrigante e misterioso questo film(pardon questo telefilm) si rivela minuzioso nei dettagli e ancor più dettagliato nel gettare piccoli semi come le stelle nere in questa puntata.
Nulla è scontato e per la prima volta giungo ad un finale di serie senza l’ansia di voler sapere cosa succedere a questo o quel personaggio ma con un indomità serenità che l’ultima puntata chiuderà quel cerchio lungo 8 puntate senza lsciare nulla di intentato a prescindere dalla sorte che il destino riserverà ai personaggi
Penso che non ci sarà nessuna sfida tra TD e Breaking Bad. Secondo me TD gareggerà come Miniserie
Vincitore Emmy miglior sito straniero di recensioni di serie tv: seriangolo.
Recensione stupenda, serie davvero stupenda, dopo il primo episodio che non mi era piaciuto forse perchè mi sarei aspettato tutt’ altra cosa questa serie mi ha lentamente conquistato con il secondo episodio, dal 3(ancora il mio episodio preferito) l’ ho adorata(4 episodio a parte).
Puntata bellissima, ritmo ottimo, sceneggiatura sempre di altissimo livello che crea un mix perfetto insieme ai due mostri Harrelson e Mchoughney(scusate non so come si scrive) che secondo me fresco di Oscar ha già probabilmente l’ Emmy quasi in tasca.
Però non ho capito troppo il finale loro sono su quella barca, è la stessa barca che si vede alla fine? È il signore che sta con il tagliaerba è l’ uomo con le cicatrici? Perchè anche se sembra che centri molto con la vicenda a me non è sembrato che lui avesse cicatrici.
Qualcuno mi può chiarire un pò il finale please?
La barca non credo proprio sia la stessa perché sembrerebbe uan specie di battello… per quanto riguarda il tagliaerba: si tratta dello stesso tizio che Rust incontra fuori da una delle scuole ispezionate durante le indagini e la sua apparizione in quel contesto lascia intendere che abbia qualcosa a che fare con tutta la storia.
più che lasciare intendere dice proprio qualcosa, lui è il “mostro” descritto dalle bambine. le cicatrici sono ben visibili (e riguardando il primo incontro con Rust è credibilissimo che lui non le abbia viste); chiaro che non si tratta di una cicatrice molto estesa, ma che sia lui lo “spaghetti monster” non ci sono dubbi, anche perché mettere un altro sfregiato mi parrebbe un po’ eccessivo XD
l’unica cosa è che lui potrà anche essere mero esecutore, ma dietro c’è tutto il complesso dei Tuttle a tirare le fila.
La barca non è la stessa, la ripresa credo sia stata molto generica a chiusura di puntata.
io le cicatrici le ho cercate, ma non ero sicura di averle viste.
la realtà è che non sono chiarissime, o meglio: sono cicatrici che sembrano quasi ustioni, ma per come ci sono state raccontate dalle testimonianze l’aspettativa secondo me era di cicatrici molto più visibili! d’altra parte credo che rendere la cosa troppo evidente avrebbe influenzato troppo la storia, e probabilmente faranno riferimento all’esagerazione delle bambine dovuta alla paura.. credo.
in ogni caso se vuoi dare un occhio guarda qui =)
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Il collegamento con il signore con il tagliaerba fuori dalla scuola effettivamente l’ avevo fatto, ma non avevo la certezza che fosse lui.
grazie a tutte e due per le spiegazioni ! 🙂
Un’ altra domanda ma an inhabitant of carcosa è uscito in Italia ?
Sì, lo trovi in diverse edizioni con il titolo “Un cittadino di Carcosa”.
Grazie per i complimenti! =)
Le cicatrici non sono super evidenti ok ma credo che er una bambina trovarsi un omone del genere addosso intento a violentarti e farti ogni genere di cose possano apparire come l’unica cosa distintiva da tenere a mente per tutta la vita.