
Questo racconto però risulta fin troppo atipico e silenzioso, a tratti immobile, un percorso continuamente avviluppato su se stesso, come se non fosse possibile far procedere un minimo di intreccio.
Per molti versi però sono queste stesse caratteristiche a distinguere la serie dalle altre e a renderla, nel bene o nel male, un prodotto diverso e non classificabile fino in fondo. Al netto di questa seconda stagione, è ormai palese come il nocciolo fondamentale della narrazione non sia scoprire cosa è esattamente successo vent’anni prima, ma al centro dell’attenzione rimane ancora la condizione di Daniel in mezzo agli altri. L’omicidio di Hannah Dean rappresenta il punto d’origine, l’innesco sia della personalità del protagonista che del racconto, ma non ne è (ancora) la soluzione – né per l’uno, né dell’altro.
He’s taken everything. Taken it all from me.
Unhinged: pazzo, disturbato, mentalmente instabile. Il titolo dell’episodio sembra riferirsi inequivocabilmente a Daniel che, simile ad un buco nero, è rientrato nelle vite dei suoi familiari per attrarle violentemente a sé e per cambiarne gli equilibri. Eppure nell’arco di questi ultimi minuti di chiusura di stagione, viene finalmente fuori come e in quale misura l’instabilità, l’infelicità e il malessere fossero fantasmi che abitavano già nelle case di ciascuno di loro – da Teddy e Tawney, in primo luogo. La donna (assieme al suo spinto ed esasperante vittimismo) ha lasciato la casa di ipocrisie e finzioni che lei stessa aveva scelto di costruire con Teddy e si (ri)avvicina spontaneamente a Daniel. Ogni tassello in Rectify viene scolpito nella stessa materia di silenzio e impossibilità di comunicazione: ad un minimo di parole corrisponde spesso un enorme bisogno di connessione, di vicinanza, quasi di telepatia.

Il rapporto fra Tawney e Daniel ha più o meno gli stessi difetti, con la differenza che il grosso del loro “innamoramento” è avvenuto nella prima stagione e che in queste puntate non ha ricevuto la rispolverata che avrebbe magari reso il riavvicinamento più naturale. Inoltre è anche il personaggio di Adelaide Clemens ad aver subito un appesantimento non indifferente nella sua caratterizzazione: se lo scorso anno doveva essere una sorta di angelo custode pronta a salvare il prossimo, questo stesso aspetto, legato ad un altro tipo di storia in cui diventa la “distruttrice” del focolare domestico, non può che farla risaltare come una stucchevole vittima di cui è però lei stessa uno dei primi artefici.
I used to dream about the morning sunlight.

Assieme allo stato, Daniel vuole lasciarsi alle spalle il dovere di essere il fratello/figlio scampato alla morte, il dovere di ricambiare l’affetto per una famiglia che non ha vissuto per troppi anni; ma soprattutto vuole scrollarsi di dosso il dovere di essere per sempre Daniel Holden. Ma tutto questo ha un prezzo altissimo ed è l’ammissione di colpevolezza, dire cioè lucidamente di essere l’assassino di Hannah Dean. E in questo momento Rectify usa tutta la sua ambiguità per mettere in piedi un intreccio che vale l’immobilità di cui è stata accusata: ogni piccolo passo di questo reduce è stato mosso verso la costruzione dei minuti più intensi dell’intera stagione, quando doveva essere finalmente rivelata la verità.
La memoria umana è uno strumento meraviglioso ma fallace, che taglia e monta pezzi per mascherare traumi e rimuovere ferite, oppure porta a galla parole che si fanno spazio per emergere. In Daniel, davanti al senatore Foulkes, vediamo muoversi un turbinio di emozioni, la voglia di parlare e buttare fuori ciò che lo tiene imprigionato nella sua tristezza (come gli rimproverava Lezley); ma nuovamente la verità rimane lì, sospesa, ambigua, nascosta, ancora incomprensibile. Avrà confessato un omicidio non commesso pur di andare via, pur di lasciare la sua casa, la stessa cui gli era stato promesso di poter tornare vent’anni prima? O è lui l’assassino? O forse ancora non ricorda? Stranamente, ancora una volta, queste risposte, che erano sembrate così fondamentali, perdono d’importanza e tornano a stare al fondo della storia, ad aleggiare insinuando di tanto in tanto il dubbio, ma lasciando spazio alla descrizione dell’animo spezzato e insondabile di Daniel e relegando a margine il racconto della sua colpevolezza/innocenza.
At the end of the day, it’s his life… just like it’s my life, and just like it’s your life.


In questo senso, cercare di trovare un vero e proprio intreccio alla serie, o almeno a questa seconda stagione, risulta faticoso e alla fine dei conti inutile: Rectify non è esente da difetti, ma in questi dieci episodi ci ha mostrato con chiarezza cosa è realmente interessata a descrivere e come la narrazione, il “puro fatto”, sia un mero accessorio all’universo di Daniel Holden. Vediamo così la stagione chiudersi sull’ennesimo nulla di fatto. Negli ultimi istanti, però, ci vengono mostrati velocemente indizi e prove che rimetteranno di certo tutto in discussione: si potrebbe quindi pensare ad una svolta verso il procedurale nella terza stagione. Ma cosa cambierebbe in fondo? Non è forse l’inedito trattamento della labilità dei confini tra innocenza e colpevolezza a fare la bellezza della serie e a tenerla in vita? Giungere alla verità assoluta, coinciderà probabilmente con la chiusura stessa di Rectify.
Voto episodio: 8
Voto stagione: 8



Chi apre? Apro io! Ormai acclarato che “Rectify” non sarà mai Italia-Germania 4-3, l’unica metafora che mi viene in mente per isolare la sublime bellezza di un series finale come questo e forse dell’intera serie, è quell’inebriante momento di attesa che precede una mano di poker in cui c’è sul tavolo un ghiotto invito e ognuno scruta attentamente le facce degli altri giocatori per capire se è il caso di “andare” oppure lasciare che a giocarsela, ad aprire e a rilanciare, siano altri.
“Rectify” riunisce nel finale tutti intorno ad un tavolo dove qualcuno vorrà mostrare le proprie carte mentre altri preferiranno bleffare, ed anche Ray McKinnon blefferà, ma lo fa da pro e con profonda maestria.
Forse Daniel è davvero innocente e ha “solo” ucciso la sua ragazza, forse no, forse nemmeno se lo ricorda, forse chi ha già perso tutto non ha più niente da perdere o forse a bluffare è ancora qualcun altro. Non lo sappiamo, ma anche solo stare a quel tavolo è stato comunque bellissimo.
Rilancio. Chi viene a vedere?…
Vengo a vedere io Namaste. Bella recensione complimenti. Rectify ci lascia cosi col botto finale senza aver in realtà fatto nessun botto. Ci lascia in sospeso, nel dubbio e lo fa però con una puntata finalmente piu decisa, piu ritmata, piu incalzante e non a caso a mio avviso è forse la miglior puntata della serie a testimonianza che è vero che la lentezza della narrazione è cifra stilistica della serie, è vero che la trama orizzontale non è curata perchè non è la parte interessante del racconto, ma è anche vero che quando come in questo caso viene alzato il ritmo, alzata la posta in gioco e vengono fatti sedere al tavolo da poker tutti i giocatori allora l’episodio, i personaggi e la narrazione ne beneficiano. Sarà un caso? Secondo me no. Secondo me questo episodio da dannatamente ragione a quelli, incluso me, che chiedevano un cambio di passo, qualcosa in piu, un accelerata, una svolta. In questo season finale non c’è svolta, non c’è risoluzione del mistero ma c’è tanta carne al fuoco che viene messa finalmente. Questo tira fuori qualcosa in piu da Daniel, da risalto alle vicende familiari, fa smuovere Amantha da antiche posizioni e scombussola avvocati, senatori e magistrati e scusate se è poco. Nel mezzo una storia Ted Tawney che continua nell’accelerata finale verso la distruzione auto distruzione, con qualche falla in realtà ma comunque qualcosa si muove e abbandona la staticità. Il tutto viene fatto lasciando lo spettatore ancora più confuso riguardo la verità sull’innocenza di Daniel e lo costringe a chiedersi perchè avrà confessato? E qui nascono le domande bellissime che si è posto Namaste e credo ogni snglo spettatore.
Per me puntata da 9 abbondante che testimonia come questa stagione abbia avuto passi falsi evidenti nella fase centrale con un rallentamento di ritmo, narrazione e trama e come essa possa dare tanto calcando u po la mano ed osando di più senza abbandonare gli stilemmi classici della serie. Voto stagione 7,5-8
Bello, bello.
Con un finale che riempie di angoscia -Teddy: sono ancora in tempo?.
Con una mamma che fa la mamma anche di un figlio non suo – l’abbraccio a Teddy è tenerissimo.
Con una sorella, che si sente tradita, che deve rifarsi la vita, reinventarsi da capo, accantonando la sua giovinezza consumata in sacrificio per il fratello.
Con Tawny, la cui dolorosa trasformazione è la più forte e bella dei personaggi. Più di quella di Amantha, perchè mentre quest’ultima viveva in funzione del fratello, un personaggio reale, ma un po’ di vita propria forse l’aveva, Tawny non aveva altro che se stessa ed il suo dio, un’immagine mentale, effimera, non reale, non tangibile.
Indotta dalla tradizione, dalla famiglia, dalla comunità a vivere un mondo fiabesco fatto di biscotti fatti in casa, vestitini belli, incontri in chiesa, barbecue, il marito bello e la casa bella e così via. E chi incontra e la fulmina? Quel gorgo di emozioni, sentimenti, ma soprattutto dubbi, rappresentato da Daniel, più vecchio di lei, ma rimasto giovane, inespresso, con quel carico di ombre cupe che riescono ad oscurare persino lei, così biondamente angelica, facendo saltare in aria tutte le sue certezze.
Con Ted senior, con quella frase sincera e piena d’amore e dedizione: sapevo fin dall’inizio che non avresti mai potuto amarmi come amavi tuo marito.
E do il mio arrivederci a Daniel, ogni sua parola, ogni suo movimento mi facevano ravvivare l’ansia materna, con la paura che il guaio fosse in agguato, dietro l’angolo – così in effetti è stato.
E’ vero, trovato il vero colpevole, la serie finisce. Lasciamole ancora un’altra stagione, non di più, in cui godere delle parole calme, dei movimenti lenti, della luce calda.
A mio avviso Rectify, per chiudere davvero in bellezza, deve concludersi alla terza stagione; così facendo evita il rischio di “allungare troppo il brodo”, cosa che danneggerebbe lo show pesantemente (anche perchè sarà davvero dura per gli sceneggiatori continuare a nasconderci la verità sul delitto Dean per così tanto tempo). Per il resto season finale bellissimo ed intensissimo, non ho davvero tolto gli occhi dallo schermo durante la visione; nella scena-clou della dichiarazione di Daniel ho creduto (ma non solo io penso) che Holden dicesse finalmente la verità (sarebbe stato un finale da fuochi d’artificio) ma è stata una chiusura intelligente, che apre nuovi interrogativi e nuovi scenari per la prossima stagione. Sto già facendo il countdown per la prèmiere!